Eluvium
Copia
Se è vero che la musica è lo specchio naturale della nostra personalità, allora Matthew Cooper dev'essere un uomo molto timido, sensibile e raffinato allo stesso tempo, amante delle belle arti e minuziosamente puntiglioso, in ogni suo gesto.
Matthew Cooper, ovvero, questo sconosciuto. Chi è costui? Un musicista, la risposta è ovvia. Non così ovvia è invece la soluzione. Per andare a cercare alcune sue creazioni, dovete infatti dirigervi sotto la lettera E, come Eluvium: uno pseudonimo che, da quattro anni a questa parte, sta conquistando sempre più proseliti, incantando gli ascoltatori con miscele venefiche di ambient, new age, scorci di elettronica, amalgamate assieme in un tripudio di colori, minimalismi, sensazioni e sinfonie.
Quasi due anni dopo "Talk Amongst The Trees" (2005) e una manciata di mesi in seguito alla release del secondo "When I Live By The Garden And The Sea" (22 agosto 2006), Matthew ci riprova. Non con grandi annunci, non con strombazzate ai quattro angoli delle strade, e nemmeno con i titoloni da prima pagina nei magazine appositi. Il suo è un ritorno semplice, in punta di piedi, senza fare troppo rumore: e per questo, con grande classe. Questa volta l'opera s'intitola "Copia" (che sia un invito, nemmeno così implicito, al download?): ed è di nuovo un sensazionale trionfo, dedicato ai timpani di pochi, ma estremamente fortunati, ascoltatori.
Ora. Recensire il disco per quello che è veramente (track-by-track, aspetti tecnici, curiosità) non renderebbe giustizia a quello che è un piccolo mondo a sè stante, un'orchestra taciturna e contemporaneamente maestosa, che celebra l'armoniosità del bello quotidiano. Perciò, almeno per questa volta, faremo assieme un viaggio. Che sia in un viale autunnale, con foglie turbinanti che veleggiano attorno alle nostre caviglie, o che sia in uno studio di registrazione. Il flusso onirico del disco, sprigionato con delicatezza dalle casse del lettore cd, ci permette, senza troppa fatica, di socchiudere le palpebre e di rilassarsi... reclinando il capo all'indietro, scopriamo che, mentre il corpo si abbandona ad una dolce estasi, lo spirito veleggia su soffuse cornamuse, mai intrusive, mai inopportune ("Amreik").
Scopriamo che, in questo piccolo grande sogno, ha voluto partecipare anche Vangelis o, almeno, la sua ispirazione, mentre un pianoforte solitario ricama dolci note ed un sottofondo impregnato di solitudine marina- i gabbiani che stridono, la risacca delle onde in inverno, il vento che soffia nei capelli- ci accompagnano per dieci, espressivi minuti ("Indoor Swimming At The Space Station"), con interventi sporadici di kazoo e violoncelli. L'amena evocazione del tempo perduto di "Seeing You Off The Edges", mediante un sottofondo ambient, contaminato elegantemente da un saliscendi di viole ed arpe, apre la strada alla malinconica "Prelude For Time Feelers", una ballata di pianoforte che racchiude in sè la genialità e l'aulicità di Bach con la freschezza sonora e compositiva del miglior Giovanni Allevi, mentre synth travestiti da strumenti a corde macchiano qua e là il recondito e fragile paesaggio.
Ma immaginiamo di tuffarci in un oceano di vuoto retorico, di complesso minimalismo appena accennato, di loop ambient riecheggianti su violini stridenti ("Requiem On Frankfort Ave"): oppure, di camminare per un lucido corridoio d'ospedale, con le suole delle scarpe di gomma che cigolano e rimbombano cupe ["(Intermission)"]; o, ancora, di ritornare con la mente alle atmosfere della Magna Grecia di "After Nature", con tanto di dualismi fra arpe e violoncelli. Ma altri globi di luce attirano l'attenzione: sono quelli dell' "Ostinato", composizione a metà fra il sacro ed il profano, a predominanza d'organo, con incursioni acusticoidi dove meno te l'aspetti. O quelli della particolarissima "Hymn # 1", dove piccoli tocchi di pianoforte vengono accompagnati, se non sovrastati, da uno scroscio in stile new age, tanto di elettricità quanto di acqua.
E la sfera luminosa che acceca lo sguardo ed ottenebra le menti è quella del brano finale, "Repose In Blue", dove l'animo si disperde placido e riposato in un soffice sarcofago cesellato di tiepidi fiati e timide sinfonie primaverili, di tonfi magnetici, in un legame stretto ed indissolubile fra l'uomo e la natura.
La magia di "Copia" si interrompe qui. Il viaggio è finito. E, con esso, si è conclusa un'esperienza degna di nota. Il dito avanza verso il quadrato severo dello stop, per poi indugiare: e se...? E se fosse stato tutto davvero un sogno? Bisognerebbe ricontrollare... basta reclinare la testa, e...
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