System Of A Down
Hypnotize
Per la serie A.I.M.S.R.T., ovvero Anche I Migliori Si Ripetono Talvolta.
A sei mesi di distanza dal tanto criticato quanto originale “Mezmerize”, gli armeno-losangelini System of a Down (Serj Tankian, tastiere e voce: Daron Malakian, chitarra e voce; Shavarsh Odadjian, basso; John Dolmayan, batteria)pubblicano, nel novembre del 2005, il cuginetto “Hypnotize”, la seconda parte dello stesso progetto, inaugurato in quella primavera.
Anch’esso, come il precedente, pur presentando al suo interno una grande varietà di suoni e di generi, si contraddistingue per la breve durata (dodici canzoni, per un totale di trentanove minuti), oltre che per il deciso cambiamento dell’artwork (rappresentante dei demoni astratti stilizzati in modo artistico da Vartan Malakian, famoso pittore e padre di Daron).
Ed anche il suono è decisamente cambiato: col passare del tempo, degli album, dei live, causa anche un grave problema alle corde vocali per Tankian (si vocifera un’ulcera), si è ammorbidito, perdendo molta della caustica cattiveria dimostrata nell’esordio del 1998 e nel successivo Toxicity, regalando tra l’altro molte più parti vocali al chitarrista, utilizzato sempre maggiormente anche in parti soliste, e non solo come aiuto nei cori al cantante. Il risultato di queste drastiche operazioni è un cd molto curato, estremamente misterioso nel suo complesso ma, ahimè, talvolta una summa degli elementi-chiave che hanno consacrato i SOAD nell’Olimpo dei grandi che contano. L’apertura è emblematica: “Attack” è una sfuriata completa di urla nevrasteniche, voci incrociate, doppia cassa e riff martellanti, il tutto condito con una giusta dose di melodia orientaleggiante, che, pur mantenendo una certa originalità nel suo insieme, ricalca purtroppo lo stile della ben più aggressiva “Prison Song”, contenuta in Toxicity. La successiva “Dreaming”, aperta da un acido giro di chitarra distorta, è invasa da una dolorosa malinconia, espressa come meglio non si può dall’armoniosità, carica di pathos, delle due voci, che si completano a vicenda, sotto inserti di mandolino. “Kill Rock’n’Roll”, terzo brano, è invece una breve scarica adrenalinica, di circa due minuti e mezzo, adatta solamente al pogo, grazie alla sua miscela fra sonorità ska e voci simil-pop. L’apertura dell’omonima “Hypnotize” è altamente suggestiva: lenta e calibrata, come un carillon assonnato pronto all’esplosione. Il brano, invece, non ingrana: la voce di Malakian risulta troppo acuta, sia nelle strofe che nel ritornello, finendo per rovinare irreparabilmente quello che poteva essere un affresco caucasico permeato di cristallina denuncia e azzeccata originalità. Un bel cambio di fronte si ha con “Stealing Society”, altra denuncia contro le mode odierne, pezzo veloce ed incentrato ancora una volta sul binomio, apparentemente inscindibile, delle parti vocali. Senza trascurare il pizzico di cattiveria in più: lo stacco di chitarra, violento e preciso, fra una strofa e l’altra, risulta essere la marcia in più. Ma, a quanto pare, i System prediligono i pezzi lenti: via libera, dunque, a “Tentative”, brano che si divide fra un lirismo serrato e scattante nelle strofe, in contrapposizione ad una sentita teatralità – guarda il caso – malinconica nell’interludio, ed un interrogativo angoscioso sussurrato da Tankian (“Where do you expect us to go when the bombs fall?”). La scelta di stupire l’ascoltatore, inventandosi sempre qualcosa di nuovo, riaffiora comunque da sotto le menti dei quattro, che compongono così “U-Fig” (nessun riferimento sessuale: è il nome di un sottomarino). Il riff iniziale di basso, accompagnato da inserimenti di triangoli e metallofoni, dà il via ad un’esplosione di rabbia, alternata ritmicamente con un ritornello dinamicamente deciso (il “beat’em, beat’em, beat’em” ripetuto all’infinito) e con il binomio fra comparsate di mandolino e terrficanti urla. Di tutt’altro stampo è l’ottava “Holy Mountains” (un riferimento all’Ararat, monte sacro da tempo conteso con la Turchia), cupa e oscura nell’incipit, furoreggiante nell’intercalare di “Liar, Killer, Demon” e, in seguito, “Honor, Murderer, Sodomizer” (aggettivi per designare i Turchi), entrambi spinti all’estremo da urla sconnesse, espressiva ed intensa nell’interludio, ribollente nella parte centrale, affidata alla veloce mano di Malakian.
Il massimo punto della folle creatività del gruppo si raggiunge però con la successiva “Vicinity Of Obscenity”, introdotta da uno schizofrenico ticchettio, nella quale confluiscono ritmi arabeggianti, chitarre metal, vocalism a metà fra la cantilena appena sussurrata della “banana, banana, banana, banana, terracotta, banana, terracotta, terracotta, pie” e la strafottenza palesata della successiva, urlata, “Is there a perfect way of holding you baby?”, caldi inserimenti a metà fra il soul ed il funk, doppia cassa vagamente hardcore. Un calderone dove cuociono, a fuoco lento, tutti gli ingredienti necessari, miscelati con grande mestiere. Lievemente perplessi per questo trip allucinante, ci imbattiamo in “She’s Like Heroin”, pezzo che cerca di unire la spigolosità del crossover con la tradizionale marcetta tzigana – da tempo marchio di fabbrica dei Nostri -, senza peraltro riuscirci troppo: Malakian risulta alla fine, infatti, totalmente inadatto a ricoprire il ruolo di voce principale.
Il finale è abbastanza sorprendente: prima la ballata, estratta come secondo singolo, “Lonely Day” (abbastanza scontata sul piano musicale, eccezion fatta per un bellissimo assolo di basso realizzato nel bel mezzo), poi la struggente cavalcata in crescendo, epica e drammatica, di “Soldier Side”, con uno dei testi più belli mai scritti dal gruppo, accompagnato degnamente da una prodigiosa fusione di chitarre al tritolo e mandolino.
Eppure, qualcosa non va. Chi, del quartetto, possiede solo i primi due lavori, faticherà a ritrovare il sound della band in questo cd: salvo qualche raro caso, sono scomparsi gli screaming, sono scomparsi i growl, la presenza dei riff aspri e dei drumming veloci si è ridotta all’osso, per privilegiare la melodia, il doppio cantato, la malinconia perpetua. Ed è un cambio che a molti può non piacere: in effetti, l’opera risulta alla fine un po’troppo sdolcinata, troppo attaccata alle esigenze della cosiddetta “MTV generation”. Sia chiaro: in sé, complessivamente, questo è decisamente un buon disco, di molto superiore alla media attuale. Resta comunque il fatto che la parola capolavoro alberga in una via decisamente diversa da quella di “Hypnotize”. Peccato: si poteva fare di più.
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