James Yorkston
Roaring The Gospel
Nel folto di quel dispiegamento di chitarre acustiche e modelli classici cui si è assistito negli ultimi anni e che è stato etichettato da taluni come nu folk la costellazione sonora del Fence Collective si è rivelata da subito una delle incarnazioni più interessanti: di questo piccolo drappello, facente capo all’etichetta scozzese Fence (appunto) due sono stati i nomi in gradi di catalizzare maggiormente l’interesse di pubblico e critica: il label boss King Creosote ed il suo compare James Yorkston.
Cantautore di alto lignaggio, dalla scrittura raffinata e dall’ispirazione multiforme che, non pago del successo riscontrato con (l’ottimo) The Year of The Leopard, pubblicato in compagnia dei fidi Atlethes, si ripresenta dopo una manciata di mesi con questo Roaring The Gospel.Non un disco vero e proprio, a dirla tutta, ma una raccolta di b-sides e rarità.
Detta così si può pensare ad una produzione interstiziale e secondaria, ma bastano le prime note di A Man With My Skills a spazzar via dubbi e pregiudizi. Solenne e docile Yorkston ci dà ancora una volta il benvenuto nel suo universo musicale in cui la matrice folk viene cesellata e maneggiata con piglio e cura artigianale e in cui i numi tutelari del genere sfilano con discrezione attraverso scenografie sonore in continua mutazione, dalle radici spoglie del folk primordiale alle fronde ricche e fruttifere delle diramazioni più barocche.
C’è Cohen che sussurra e affabula attraverso le note di Someplace Simple e Blue Bleezin’ Blind Drunk, c’è il Beck folk blues che ciondola un po’ brillo, singhiozzando in Blue Madonnas e in quella Moving Up Country, Roaring The Gospel che aveva aperto, via singolo, le porte del gotha indie folk al nostro, c’è il banjo antico tanto amato dagli Iron & Wine in Seven Streams e in una imponente Lang Town che ammicca alle sinfonie povere di M. Ward.
Ma c’è anche posto per le tessiture chitarristiche e le accelerazioni di Sleep Is The Jewel, per una coraggiosa (forse anche troppo) cover di Song To The Siren e per una composizione come Magnifica, (di nome e di fatto), che pare sciogliere il cuore del signor Bill Callahan su un fuoco lento di ricami sonori commoventi.
Il consiglio è di scordarvi l’appellativo di minore per questo artista e per questo disco, e di dedicargli quanto prima un ascolto: potrà sembrarvi incredibile, ma forse c’è ancora posto per un altro neo folkster nella vostra angusta cameretta.
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