R Recensione

8/10

Stormy Six

Un Biglietto Del Tram

“Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa

d'ora in poi troverà Stalingrado in ogni città.”

Stalingrado

Gli Stormy Six sono una leggenda. Un gruppo che meriterebbe un film, anzi anche due o tre. Invece il gruppo milanese ha dovuto accontentarsi di una visibilità mediatica sempre assai ristretta (per non dire nulla), in un oscuramento che per certi versi prosegue ancora oggi con la scarsità di rivisitazioni della loro affascinante discografia. Un biglietto del tram è il loro quarto disco, e segna il punto di svolta di una carriera, la maturità artistica raggiunta con un’eccezionale intreccio tra piena coscienza politica e raffinata capacità compositiva.

Grande merito di un ispirato lavoro collettivo che vede affiancarsi artisti del calibro di Franco Fabbri (chitarra, voce), Umberto Fiori (chitarra, voce), Carlo De Martini (sax, violino), Tommaso Leddi (violino, mandolino, balalaika, chitarra), Luca Piscicelli (basso, voce), Antonio Zanuso (batteria) e Giorgio Albani come tecnico del suono. Gente che oltre a passare ore ed ore in riunioni politiche, manifestazioni e comizi elettorali ha studiato musica, fatto pratica in conservatorio e poi con il beat; gente che ha studiato i libri di Adorno e Gramsci raggiungendo una piena coscienza artistica e politica, che li ha portati a cercare una non banale fusione tra ricerca stilistico-musicale e testi impegnati.

Non per niente non si trovano due dischi uguali nella carriera degli Stormy Six. Il precedente Guarda giù dalla pianura (1973) era infatti una raccolta di canzoni folk di protesta alla Woody Guthrie; il successivo Cliché (1976) sarà invece uno strumentale dagli influssi più jazzistici concepito per opere teatrali. Non parliamo poi dei dischi successivi, tra i lavori più significativi del progressive internazionale. Un biglietto del tram rappresenta il ponte tra queste esperienze: ancora forte l’influsso del folk (più o meno impegnato) e della West Coast, emergono già abbozzi di strutture progressive e raffinate linee classiche, il tutto calato tra umori nordico-irlandesi (la futura fortuna di gruppi come Gang e Modena City Ramblers) e un’accogliente strumentazione acustica, assai attinente nella riscoperta di un tema popolano e “rustico” come quello della Resistenza al nazifascismo.

È questo infatti il tema conduttore del concept-album, basato sulla rievocazione di eventi e personaggi degli ultimi anni della seconda guerra mondiale in Italia. Eventi storici decisivi per le sorti dell’intero pianeta (Stalingrado) o rievocazioni di piccoli grandi eroi partigiani locali (Dante di Nanni, Gianfranco Mattei). È anche questa una grande capacità degli Stormy Six: quella di saper creare inni esportabili anche all’estero (nonostante la lingua italiana di consueto intralcio) oltre a proseguire quel filone di canzoni di protesta rilanciato nel circuito dell’industria musicale dal gruppo dei Cantacronache (“una canzone per ogni compagno caduto? Sì, facciamolo!” si diceva nei dibattiti interni tra Calvino, Fortini, Straniero e altri), che dopo opportune ricerche nel canto sociale italiano sfonderà con canzoni come Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei.

Il resto lo fa la magia, la capacità di respirare un clima cultural-politico inarrivabile: quello del 1975, anno in cui il PCI vinceva le elezioni amministrative apprestandosi a raggiungere il famoso 34% alle successive elezioni politiche del 1976; ma anche quello in cui le lotte operaie e studentesche proseguivano di pari passo, sull’onda lunga di quel decennio rosso che sembrava non dover finire mai (e che invece troverà termine di lì a breve, preparando il declino della canzone di protesta).

Oggi scoprire un brano come Stalingrado fa un effetto meraviglioso. Non solo per l’eccezionale intreccio stilistico-musicale che alterna perfettamente arpeggi di chitarra e dibattiti infuocati tra violini appassionati, micidiali climax strumentali e continui cambi di ritmo prog mitigati da armonie vocali originali e imponenti nella loro fierezza. È davvero una magia quella che accompagna le preziose sviolinate alla voce di Umberto Fiori mentre descrive bozzetti di vita quotidiana intrecciarsi con la magniloquenza di un decisivo trionfo di coscienze (“La radio al buio e sette operai, / sette bicchieri che brindano a Lenin / e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile, / vola un berretto, un uomo ride e prepara il suo fucile. / Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa / D'ora in poi trovera' Stalingrado in ogni citta'.”).

Un fascino che segue col continuum di La fabbrica, in cui gli arrangiamenti acustici e l’alternanza di ritmi lenti-veloci si combinano squisitamente con sublimi duetti di violini e la voce di Franco Fabbri che alterna un tono magniloquente (“Arriva una squadraccia armata di bastone / fan dietro fronte subito sotto i colpi del mattone / e come a Stalingrado i nazisti son crollati / all'Apreda rossa in sciopero i fascisti son scappati”) ad un cupo realismo (“Grandi promesse, la patria e l'impero / sempre piu' donne vestite di nero / allarmi che suonano in macerie le città”).

Arrivano gli americani spezza l’epicità con arrangiamenti più scherzosi, quasi zingareschi, che lasciano più spazio al racconto vocale. 8 Settembre sfrutta dei violini più sperimentali, le cui dissonanze accompagnano un folk-prog rafforzato da una base ritmica più solida e sguizzante del solito. Languori soffici e delicati caratterizzano Nuvole a Vinca, dai motivi classico-romantici accompagnati da arpeggi leggeri ed un’andatura borbottante.

Dante di Nanni è un’altra ballata epica in cui i consueti gustosissimi assoli di violini inquadrano un testo assai ispirato che immortala per sempre la figura dell’eroico partigiano (“Trent'anni son passati, da quel giorno che i fascisti / Ci si son messi in cento ad ammazzarlo / E ancora non si sentono tranquilli, / perché sanno che gira per la citta', Dante di Nanni.”). Il sapore folk memorialistico è lo stesso in La sepoltura dei morti (dall’incipit vagamente gucciniano), mentre più sperimentali in ottica prog sono Un biglietto del tram e Gianfranco Mattei.

Non riuscitissimo il primo brano, eccessivamente spezzettato e amelodico, meglio il secondo, che alterna ritmo zigzagante, basso borbottante, fraseggi strumentali infuocati e un ritornello vocale che immortala per sempre la figura del professore universitario partigiano (“Gianfranco Mattei, / la tua cattedra e' rimasta la' / Gianfranco Mattei, / la lezione non si perdera'.”). C’è un ultimo aspetto che rende Un biglietto del tram un disco davvero speciale: è il primo album uscito per la neonata casa discografica de L’Ariston, logica conseguenza della creazione de L’Orchestra, una cooperativa musicale che a detta di Fabbri è “nata per garantire l'autonomia dei musicisti impegnati politicamente dall'invadenza propagandistica di partiti e partitini, e per tutelarli sotto il profilo economico e sindacale”.

Praticamente una controstruttura industriale alternativa che permetteva di bypassare il circuito delle majors (pensiamo alle etichette indie odierne…). E pur tra enormi difficoltà il disco, venduto porta a porta, durante manifestazioni e in pochi negozi finisce per arrivare a quota trentamila copie. Un piccolo miracolo per l’epoca, sia per il periodo di crisi discografica sia per la scarsità di promozione mediatica e di risorse per la distribuzione. Merito della magia che circondava quegli anni forse. O forse soprattutto merito di un disco e di un gruppo che sfiorano la leggenda.

Stalingrado e La Fabbrica - http://www.youtube.com/watch?v=9oknpuHdJ4s

Dante di Nanni - http://www.youtube.com/watch?v=XXnEMfoXaCU&feature=related

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REBBY 6,5/10
Cas 6/10

C Commenti

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target alle 10:12 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

Non conoscevo. Grazie Ale. Adesso sarebbe dura cantare l'operaio (che vota lega). Bisognerebbe cantare il precario o l'immigrato. La divertente (e commovente, anche, in certi casi) operazione nostalgia degli Offlaga è un'altra cosa.

Peasyfloyd, autore, alle 10:18 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

eh bisognerebbe aggiornare il vocabolario marxista alla globalizzazione e alla liquidità baumaniana. Ci stiamo lavorando nei ritagli di tempo )))

No cmq ovvio che gli la differenza con gli Offlaga è sintomatica: tanto epici e battaglieri gli Stormy, tanto rassegnati e nostalgici gli Offlaga. Entrambi fedeli al verbo, ma vivono le cose in rapporto alla situazione storica e al contesto culturale del tempo.

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 10:48 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

Gran recensione per un Signor disco. Oggi datato ed antico, ma per questo ancor più affascinante nella sua incrollabile fede.

post alle 11:24 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

Ottima recensione; e complimenti per aver dato spazio ad un genere, quello dei canti di protesta, davvero apprezzabile in passato. Non solo gli Stormy six, il citato Amodei, ma gente come Gualtiero Bertelli, Cluadio Lolli, Giovanna Marini, Ivan della Mea, i vari Canzonieri locali, etc. ha composto e cantato (e lottato!) con un entusiasmo che andrebbe riscoperto e, soprattutto, rinverdito.

post alle 11:27 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

Per chi fosse interessato al genere, negli anni scorsi l'Ala Bianca ha ripubblicato quasi tutti i celeberrimi dischi del sole.

Sempre per chi fosse interessato, in questo sito (http://www.anarca-bolo.ch/cdr/index.php?m=titoli) si trova oltre mezzo migliaio di testi, anche tradotti, di canti popolari di protesta e di denuncia.

Peasyfloyd, autore, alle 12:34 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

grazie per i complimenti che ovviamente rilancio al gruppo.

X Post: io in effetti ci sto lavorando molto su questo settore però visto che mostri di saperla molto lunga sarebbe interessante se ti mettessi al lavoro anche tu per approfondire con qualche recensione o articolo

In fin dei conti è il nostro primo dovere fare cultura (soprattutto quella buona, meglio ancora se di parte )

loson (ha votato 5 questo disco) alle 16:04 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

bellissima recensione ma...

... 'sto disco nun me piace. Popolaresco e folkloristico, ma con testi pomposi e musica banalotta. Quasi mi meraviglio che gli Henry Cow abbiano sponsorizzato gli Stormy Six all'epoca: evidentemente han guardato più alla militanza politica che alla sostanza musicale. Il vero Rock In Opposition (quello che opponeva alla banalità del "Sistema" - termine antiquato, lo so - la creatività lirica e musicale) era la Mucca Henry, Univers Zero, Art Zoyd, Art Bears… Almeno per me, ovviamente. Da noi si son sempre preferiti gli slogan, i comizi, l’indottrinamento… Ma la sottigliezza metaforica, il gusto di trasfigurare temi come le ingiustizie sociali e politiche nel linguaggio poetico (che può essere surreale, mitico, minimale o quel che si vuole) dove stanno qui? Paragonati ai testi degli Area, questi sono temini di seconda/terza liceo di uno studente dell'epoca. Stesso discorso – anche se meno polemico – per la musica, che a volte sa farsi ascoltare (vedi i primi due brani).

Peasyfloyd, autore, alle 16:23 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

Popolaresco ci sta, folkloristico in parte anche. Non sono però d'accordo sul fatto che il RIO (rock in opposition) debba per essere per forza solo lirico o musicale. Credo invece che la parte testuale sia fondamentale, anche se ovviamente ci si può lasciar andare a virtuosismi e intellettualismi di cui gli Area sono stati senz'altro degni rappresentanti. Non vedo però dei difetti di fondo nelle scelte degli Stormy di "parlare semplice". Trovo anzi che lungi dal voler dare indottrinamenti e lezioncine, il gruppo sia riuscito a creare alcuni brani perfetti per rafforzare l'identità di una società che all'epoca avevà già coscienza politica ben formata. Mi sembra ingeneroso parlare poi di testi da liceo. Popolari e diretti sì, ma non esageriamo, ci sono anche alcuni brani e versi molto raffinati e spunti poetici non da poco.

Cmq de pareribus nè! Piuttosto mi interessa sapere da Los cosa ne pensa dei dischi successivi (Cliché, L'apprendista, Macchina maccheronica)?

loson (ha votato 5 questo disco) alle 16:44 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

Anch'io ritengo che la parte testuale sia molto importante, ci mancherebbe... Prendi le liriche degli Henry Cow: non c'è un riferimento diretto uno alla contemporaneità o a specifici episodi di cronaca, tutto è trasfigurato in una visione totalizzante, mitica, astratta, eterna, criptica. Qui invece non si va più in là della rappresaglia fascista, del tipo che han bastonato e così via; fatti e fatterelli affrontati con tono da arringa e/o lezioncina, tutto limpido, lapalissiano. Io almeno percepisco questo, Alessandro, ed è quanto di più distante dal mio gusto. Del resto parli con uno che con l'80% del cantautorato nostrano (tutto più o meno schierato) dei '70 ci farebbe un pacco a spedire a Timbuctu... ;DD Oltre a "Un Biglietto", degli Stormy ho ascoltato solo "Macchina Maccheronica", che mi piace già di più perchè punta su soluzioni musicali maggiormente stimolanti, al limite fra certe cose di Firth e i Crimson più tesi. I testi, putroppo, anche qui non li sopporto, sorry...

Peasyfloyd, autore, alle 16:58 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

credo che Adorno avrebbe parlato per i testi degli Henry Cow di degenerazioni misticizzanti e fantascientifiche tipicamente borghesi ))

Cmq capisco il tuo punto di vista.

Ti consiglio però di ascoltarti Clichè. E' interamente strumentale (così non hai testi fastidiosi da sorbirti eheh) e musicalmente è già molto più "avanzato" e sperimentale di questo disco (anche se forse non quanto Macchina maccheronica che però ho ascoltato pochissimo)

loson (ha votato 5 questo disco) alle 17:27 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

"credo che Adorno avrebbe parlato per i testi degli Henry Cow di degenerazioni misticizzanti e fantascientifiche tipicamente borghesi ))" ---> Premesso che detesto Adorno, credo che quel giudizio si addica più ai testi di Yes, Genesis o Van Der Graaf (tutta gente che amo più di me stesso, ovviamente). Poi sì, Adorno avrebbe odiato il rock nel suo complesso, per cui nemmeno i Cow si sarebbero sottratti al tristo fato.

Poverò ad ascoltare "Clichè", se mi confermi che trattasi di album puramente strumentale... ;D

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 18:41 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

Boh, secondo me questi testi sono molto belli proprio perchè parlano un linguaggio immediato, diretto e ciò nonostante piuttosto ricercato e mai banale. Io non vedo indottrinamenti, così come in quasi tutto il cantautorato di allora che spesso viene accusato di tutte le malefatte del mondo, ma in realtà non piace solo perchè schierato in modo esplicito. Vedo solo una chiamata alle armi, un gruppo che tenta di risvegliare tutti i fedeli e forse, più semplicemente, di offrire un resoconto politico e politicizzato di tante storie ed atmosfere diverse. Esattamente come farà, per dire, il Pop Grop, come faranno i Clash, che anzi se vogliamo saranno spesso più crudi e meno colti degli Stormy Six.

L'antipatia riservata a questo tipo di musica militante putroppo non mi è nuovo - non parlo di te Loson eh, ci mancherebbe - , e credo sia proprio lo specchio dei tempi: la musica che in qualche modo attira e rispecchia il modo di agire e di pensare dei giovani di oggi, cioè nostro, è quanto di più lontano ci sia dall'impegno politico lucido e fermo, specie se si parla di sinistra, e quindi di un impegno politico oggi completamente inviso ai più. Se all'epoca si portava all'eccesso certi stilemi, oggi mi pare si porti alle estreme conseguenze l'esatto contrario. Sarà che noi siamo cresciuti nella bambagia, chi più chi meno, e certe cose non le comprendiamo più!

loson (ha votato 5 questo disco) alle 19:49 del 30 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

Guarda Julian, a me dell'impegno politico è sempre interessato poco, pur avendo le mie idee. Qualche cantautore "schierato" dei '70 mi piace (molto De Andrè, qualcosa di De Gregori), il resto non lo gradisco per motivi che vanno dal musicale al testuale all'allergia personale pura e semplice (Guccini uber alles DDDDD). Tornando al disco: qui si sta giudicando un'opera d'arte in quanto tale, non un'ideologia o un generico impegno militante. Le liriche del Pop Group, che citi come paragone, sono tutto fuorchè afflitte dal provincialismo esasperato che io sento nei testi blandi qui proposti. Non c'entra la crudezza ma il rapportarsi con le liriche in modo creativo, audace; c'entra la capacità di astrarre, parlare di qualcosa di universale. Il Pop Group ci riusciva, secondo me. I Jefferson Airplane di "Volunteers" ci riuscivano. Gli Stormy Six no, ma è un mio opinabilissimo parere.

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 15:33 del 4 gennaio 2010 ha scritto:

Ok Ok Matteo

Il tuo punto di vista mi è chiaro, anche se lo convidivo solo in parte, nel senso che, secondo me, non necessariamente il carattere provicinciale e tipicamente italo-'70s delle liriche le impoverisce, anzi!!

La mia è più una frecciata ad un interlocutore ipotetico, che spesso disprezza questo tipo di musica solo perchè "di sinistra", il che mi irrita non poco...ovviamente tu non c'entri nulla, sia chiaro!