R Recensione

8/10

Black Lips

Good bad not evil

Sarebbe facile cercare di infilare a forza i Black Lips nel minestrone new rock che attanaglia questa decade. In fondo un gruppo esordiente nel 2003 (lp omonimo) con un suono che sembra essere rimasto ancorato suppergiù al 1967 sembrerebbe mostrare tutte le condizioni sufficienti per essere omologato a fianco di gruppi come Vines, Thrills e compagnia bella. E invece no!

Perché i Black Lips sono qualcosa di più e ci rifiutiamo di considerarli una semplice appendice revival dei bei tempi andati. Non si può negare che sentire un qualsiasi loro disco equivalga a immergersi in una renovatio Nuggets dal candore puro e artigianale. Probabilmente se qualsiasi musicofilo un po’ datato ascoltasse Let it bloom questi non avrebbe molti dubbi a piazzarlo accanto a Shadows of the Night, Seeds e le altre mille garage-band che infestarono l’America sul finire degli anni '60.

C’è però qualcosa di più in questo gruppo americano che mostra una genuinità e una freschezza strabilianti che fanno impallidire i tanti e troppi epigoni dei 60-70s di questi anni. Scanzonati come potevano esserlo gli Small Faces i ragazzi sono diventati un piccolo culto sotterraneo per i loro formidabili concerti in cui viene fuori la loro lascivia, l’impudicizia, l’anticonformismo e in certi casi anche la violenza (sonora e non), caratteristiche che non possono non riportare alla mente le esibizioni di Iggy Pop & the Stooges e in generale della schiera punk di fine 70s. Los valientes del mondo nuevo, live uscito di recente, ha immortalato un’esibizione che a detta di molti non è neanche paragonabile a quelle di inizio carriera del gruppo, quando ancora era presente nell’organico il goliardico chitarrista Ben Eberbaugh (scomparso in un tragico incidente stradale). Nonostante episodi più o meno leggendari come membri fallici in grado di suonare la chitarra e di sputi a base di piscio non sembrino essersi verificati durante la registrazione di Los valientes il live è comunque la testimonianza più importante dello spirito del gruppo. Per tutto il disco non si fa altro che ascoltare urlacci del pubblico, bottiglie infrante, puzza di alcool e fumo di sigarette nell’aria, brani suonati approssimativamente con un’acustica indecente ma con un’energia devastante.

Infischiandosene del fatto di aver già pubblicato un disco nell’anno corrente i Black Lips danno alle stampe Good bad not evil che sostanzialmente si mantiene sugli stessi binari percorsi già in passato. Binari che, diciamolo subito, non conducono a nessuna innovazione la storia del rock ma che sembrano indispensabili per un paio di orecchie stanche di ascoltare troppa robaccia e ben contente di riscoprire un garage-rock vecchio, derivativo, e superfluo quanto volete, ma suonato incredibilmente bene.

Suonato bene non per il fatto che sia tecnicamente eccelso, anzi la maggior parte dei brani sono di tre accordi o poco più (sentire Latrina, Lean). Quello che rende grande un disco come questo è lo spirito genuino che pervade ogni pezzo, è la voglia di divertirsi che hanno dei semplici ragazzi, è la personalità di Cole Alexander capace di passare da un cantato energico e enfatico (Slime & oxygen) a un biascicamento stonato da ubriacone (Lock and key), è la capacità del gruppo di citare indifferentemente Stooges (il grezzo assolo alla Asheton di Veni vidi vici, la metà vibrante di Good bad not evil), Them (Cold hands), Kinks (Off the block) e dio solo sa quante miriadi di band nuggets più o meno sconosciute.

I Black Lips sono grandi e meritano di essere ascoltati anche perché non si prendono sul serio, capaci come sono di sfoggiare episodi burleschi come Navajo (un country-rock che sembra suonato dai Blues Brothers!), How do you tell (un antichissimo blues del delta adatto come colonna sonora del locale più sporco e umido dell’Alabama) e Bad kids (allegro e festoso quasi come un jingle natalizio, squisito con i suoi coretti Mersey beat). E io non so se ve siate resi conto, ma nel terribile clima impastato di intellettualismo e snobismo in cui una come Bjork inanella dischi che sono escalations di pretenziosità, un sincero e apprezzabile ritorno alle origini ogni tanto non può fare che bene. E vien proprio da pensare che gruppi come Black Lips, Comets on Fire, Time Flys e Icarus Line siano un dono venuto dal cielo ad alleviare i tormenti provocati da gente come Kings of Leon e Jet.

Forse Dio esiste.

V Voti

Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 4 voti.
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gasmor 7/10
ThirdEye 5,5/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 17:06 del 20 settembre 2007 ha scritto:

non ho parole

la pensi proprio come me! Mi citi pure i mitici Comets! Unico appunto: se ascolti bene il disco è il meno violento e selvaggio della loro discografia. All'inizio mi lasciava perplesso ma oggi ho avuto l'illuminazione e l'avrò sentito 5 volte! GENIALE!! La titletrack è fantastica, ma anche "How Do You Tell" nenia hawaiana che insegna come dire a un bambino che qcuno è morto! Ah se non lo hai fatto vatti a vedere su youtube il live suddetto....dico solo che c'è un vecchio che si cala le braghe e cerca di fare i suoi bisogni su una tipa che si masturba

Peasyfloyd, autore, alle 18:53 del 20 settembre 2007 ha scritto:

eheh

allora vado subito a cercarlo sto video!

Cmq è vero che all'inizio anche io ero rimasto un pò spiazzato che mi sembrava un pò alternativo rispetto ai dischi precedenti, quelle scorze di country, quei ritmi un pò troppo lenti, poi ascoltandolo bene mi son reso conto che erano fesserie. Però il pezzo migliore per me è Katrina (tra l'altro mi sono accorto che ho scritto latrina nella rece ahah direi che è appropriato per l'atmosfera) che forse non ha l'appeal di hippie hippie hoorah ma poco ci manca.

ThirdEye (ha votato 5,5 questo disco) alle 23:05 del 19 ottobre 2014 ha scritto:

Mi piacevano un casino agli inizi, ai tempi dei loro due primi (e lercissimi) lavori...Oggi poi li trovo imbarazzanti, perlomeno l'ultimo, che personalmente ho trovato di una moscezza totale. Questo divertente, ma dopo 3 ascolti è praticamente svanito.