The Decemberists
Castaway And Cutouts
Frequentavo ancora le elementari, ed una volta, forse per ispirazione improvvisa, forse per metterci alla prova, la maestra di italiano ci disse di immedesimarci in Cristoforo Colombo e di scrivere alcune pagine, immaginando i pensieri, le paure, le ansie e le speranze del navigatore genovese. In altre parole: una sorta di diario di bordo. Io ero risultato, con un piccolo calcio alla modestia, il migliore: mi ricordo ancora il piacere di vergare la carta con inchiostri di vari colori, di scrivere in un italiano incerto e retrodatato, di filtrare attraverso l’immaginazione di bambino occhialuto la mia passione per la scrittura, di accompagnare il tutto, dunque, con delle miniature abbozzate e delle piccole screpolature, disegnate sui lati. Mi farebbe davvero piacere ritrovare quei piccoli documenti ma, forse, non ne avrei più granché bisogno. C’è chi li ha scoperti prima di me.
Il giorno in cui il vascello dei Decemberists, capitanato dall’ammiraglio Colin Meloy, sbarcò sulle coste di Folklandia (ma anche su quelle di Poplandia, Rocklandia, Songwriterlandia e, perché no, Heavylandia, soprattutto in successivi approdi), dovrebbe essere segnato come festa nazionale per l’America al pari del Thanksgiving Day, del Natale o dell’Independence Day. Potrebbe essere una delle grandi riforme che Barack Obama, al pari di quella sanitaria, potrebbe pensare di adottare in questi caldissimi giorni agostani. Pochi al loro livello sia prima che dopo – e attualmente, anche –, praticamente nessuno come loro: il collettivo del Montana, musicalmente sulle orme del rock lo-fi in voga nei primi ’90 (dai Pavement ai Sebadoh, per finire con l’influenza più forte, i R.E.M.), si è fatto garante di un definitivo, sontuoso matrimonio tra pop, folk, cantautorato, musica balcanica, scorie zeppeliniane, classici anthem di tre minuti e suite avviluppate in vari tronconi e movimenti ben oltre i dieci, ma specialmente dell’unione perfetta fra colto (Meloy, lo ribadiamo, prima di darsi alla musica era insegnante precario laureato in Letteratura Inglese) e volgare, coniugando la memoria folcloristica con i retaggi dotti. Ciò che ne esce è una carriera sfavillante, affastellata di capolavori posti in ordine crescente di complessità.
Non a caso, i passaggi che hanno portato a “The Hazards Of Love”, ultimo album uscito nella primavera di quest’anno e monstre rock opera densa di sfumature e particolari, sono stati graduali, aggiungendo di volta in volta elementi e cambiando la struttura dei propri pezzi in modo da avvicinarla alla laboriosità strumentale di certo prog, conservando però un elegante istinto naturale verso la melodia mai soffocato. Ecco perché “Castaway And Cutouts”, loro esordio del 2002, in sede d’esame appare particolarmente importante: in esso ci sono tutti i particolari germi che renderanno grandi – meritatamente – i Decemberists, lo spiccato senso per le armonie, l’attitudine a dipingere straordinarie tele con l’aiuto di pochi accordi incastrati fra di loro ed una storia, una favola, una narrazione in prima persona, un’epopea da raccontare. Chiamateli menestrelli, cantastorie, anche giullari, se proprio vogliamo, ma il discorso non cambia: per maturità di composizione ed enorme competenza linguistica, i dieci brani del disco sembrano tutto fuorché primi passi di un gruppo che, mai domo, avrebbe avuto ancora molto da dire.
Apre “Leslie Anne Levine”, eccezionale e robusto folk rock con fisarmonica nordica a stringerlo nel mezzo: protagonista del racconto è una neonata, morta prematura, che vede morire tutti i suoi cari e chiosa, con amarezza, di non avere più nessuno che possa piangere per lei (“My name is Leslie Anne Levine/ And I've got no one left to mourn for me/ My body lies inside its grave/ In a ditch not far away”). Posto all’inizio non a caso, contiene quasi tutti i tratti distintivi che animeranno la musica del gruppo agli inizi e che, con spazi differenti, si trascineranno anche nelle ultime produzioni. Ma quello di mediare gli “hook”, i cosiddetti ganci melodici tipici dei brani pop, con le musicalità classiche popolari, rurali, dei villaggi e della vita contadina, è un fiore all’occhiello che viene spesso ripetuto, come in “A Cautionary Song”, stomp da sagra paesana, o la bucolica “The Legionnaire’s Lament”, sulla scia dei Neutral Milk Hotel, accordi stoppati a ritmo di parata militare (e con un ritornello che vale il prezzo del disco: “If only summer rain would fall/ On the houses and the boulevards/ And the side walk bagatelles it's like a dream/ With the roar of cars/ And the lulling of the cafe bars/ The sweetly sleeping sweeping of the Seine /Lord I don't know if I'll ever be back again”).
Eppure, se le anime sfumate che fuoriescono dal bastimento in copertina potessero parlare, direbbero certo che sottocoperta, magico regno di rozzezza e concretezza, si parlano tantissime altre lingue. Quelle delle ballate dove, a separare il protagonista del testo dall’ascoltatore, ci sono solo una chitarra acustica, una voce nasale ed un soffuso rivestimento di tastiere (“Grace Cathedral Hill”). I suoni di quello che si avrebbe voluto essere, perso nelle memorie dei tempi, che riaffiora a contatto con la realtà dell’odierno, in un cesellato lento pop folk che indica la strada agli Okkervil River (“And I am nothing of a builder/ But here I dreamt I was an architect/ And I built this balustrade/ To keep you home, to keep you safe/ From the outside world/ But the angles and the corners/ Even though my work is unparalleled/ They never seemed to meet/ This structure fell about our feet/ And we were free to go : “Here I Dreamt I Was An Architect”). Gli idiomi, che sprizzano solarità da tutti i pori, di un semplice inciso come “July, July!”, perfetta forma singolo, ideale per spezzare il ritmo, quasi pecora nera in mezzo a così tanti compendi di micro-letteratura. E, per non farsi mancare niente, i riverberi della steel guitar nella fluttuante “Clementine”, voce soffocata e lontana, seduti sul ponte, con lo sguardo fisso al tramonto.”.
“Castaway And Cutouts”, però, non deve essere visto esclusivamente come manifesto dei Decemberists che furono e che tendono, ora, ad essere sempre meno, ma anche come terreno ideale per gettare le radici di uno sviluppo metamorfico iniziale, un timido approccio a quelle suite che, qualche anno in avanti, diventeranno il punto di forza e l’arma vincente della band. “Cocoon”, piano e chitarra in un imbellettato aroma rinascimentale che profuma di blues e di tabacco combusto nell’aria, quello di contrabbando dei bucanieri, non è che un preludio alla vera foce del disco, il medley “California One/ Youth And Beauty Brigade”, capolavoro acustico carico di arpeggi con stantuffi strumentali già molto vicini a quelli, più evoluti e rifiniti, che si troveranno su “The Crane Wife” – basta sentire la prova di Jenny Conlee alla tastiera –. Sentire, poi, un Meloy che passa da un arrembante “And the wine it tastes so sweet/ As we lay our eyes to wander/ And the sky, it stretches deep/ Will we rest our heads to slumber/ Beneath the vines of California wine?” ad un sawyeriano “I figured I had paid my debt to society/ By paying my overdue fines at the Multnomah county library, at the library/ They said, 'Son, go join up/ Go join the youth and beauty brigade'” instilla delle perplessità sull’effettiva personalità del corpulento cantante. Serio, bacchettone e rigido o semplicemente scanzonato, giocondo e, come quasi tutti i caratteri del genere, semplicemente geniale?
Per ora parlano i fatti. Constatando che, aldilà di tutto, lo spirito continua. Beati loro.
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