The Decemberists
The King Is Dead
Mi hai comprato chissà quanto tempo fa. Fine anni ’80, inizio anni ’90, forse. Praticamente il periodo in cui i R.e.m. esplodevano a livello mondiale. Giacevo pigra ed impolverata in un qualche negozietto sperduto del Montana e, con ogni probabilità, oggi sarei ancora lì, incurvata e vetusta, se tu non avessi deciso di portarmi con te. Strimpellavi su di me i brani di “Automatic For The People”, poi mi imbracciavi nei gruppetti di cui eri allora il leader… Happy Cactus, Tarkio, no? Tutta la cerchia di rock più o meno college a corrente alternata. Avventure effimere, band scivolate nel dimenticatoio, ma dischi meritevoli e qualche canzone particolarmente riuscita. Al centro c’ero io, sempre io: la tua fidata Gibson acustica. Ti ho accompagnato durante tutta la tua crescita musicale. Ero io a dare forma ai primi passi dei Decemberists: le incisioni d’annata, qualche EP di prova… Ti è sempre piaciuto il mio timbro. Anch’io mi risento, ogni tanto, quando le radio decidono di cedere al richiamo della scorsa decade e spediscono nell’etere qualche tua vecchia invenzione. Suonavo allora semplice ed affascinante, così come semplice ed affascinante avrei suonato in “Castaway And Cutouts”, “Her Majesty” e, abbarbicata su migliaia di colleghi strumenti d’ogni estrazione – un po’ come il nucleo del tuo gruppo, non trovi? –, in “Picaresque”.
Poi è cambiato qualcosa. Ho cominciato a vederti sempre meno. Mi portavi in tour, condividevi con me centinaia di altre grandi canzoni, ma il tuo umore era rivolto evidentemente verso qualcos’altro che non avrei mai potuto immaginare. La stampa parlava di “svolta elettrica” (con Dylan erano stati molto più cattivi, l’avevano etichettato “traditore” per questo) ed io non riuscivo proprio a capire cosa avesse più di me il profilo curvilineo di quella Rickenbacker. Voglio dire, non è perché le usavano i Beatles che allora partono avvantaggiate! Niente da fare. Gli anni sono passati e con “The Hazards Of Love”, infine, sei riuscito a spaccare la critica a metà. Straordinaria favola tecnologica del Nuovo Millennio o pastrocchio heavy-folk un po’ troppo azzardato? Io non saprei come giudicarlo: ci sono talmente poco, lì dentro. Ok: ho avuto il merito di plasmare alcuni tra i passaggi migliori del disco, come “Isn’t It A Lovely Night?” o, meglio ancora, “Annan Water”, ma la mia voce si sentiva sempre più flebile e spezzettata, tra pareti di satura tensione proto metal rappresa un po’ ovunque. Mi avevi dimenticata, Colin, e con me l’immaginifico bagaglio cantautorale che ti aveva reso un menestrello d’altri tempi.
Ti ho visto frenetico, in questi mesi. Per registrare il sesto lavoro in studio, “The King Is Dead”, vi siete trasferiti tutti assieme in un piccolo cottage immerso in campagna. Al momento di partire mi hai lanciato un’occhiata ed allora, solo allora, hai deciso di caricarmi sul pick-up. Inutile aggiungere come mi sentissi: ancora una volta, la comprimaria di turno. Eppure, appena arrivati, sono stata la prima a scendere, a tracolla con te, e la prima a vibrare. Un pugno di classici accordi folkish, un’armonica spuntata fuori da non si sa dove, un incedere quasi springsteeniano: ecco nascere il singolo trainante, “Down By The Water”. Niente fate, niente intrecci ad incastro, niente elettricità. Uno a zero e palla al centro. Ho subito pensato ad una casualità. Un’impressione che è stata progressivamente smentita dai fatti. Prima è venuta una filastrocca giocata sui ghirigori di fisarmonica e violino, che combinava al meglio “Yankee Bayonet” e “July, July!” (“Rox In The Box”), poi un intimo e soffuso fingerpicking come non se ne sentivano più da “Red Right Ankle” (“January Hymn”). E quando lì fuori diranno che questi sono i pezzi migliori del disco, spero che un po’ me ne darai merito.
Insomma, man mano che registravi l’ho capito: volevi tornare al tuo country-folk delle origini, e per giunta abbandonando l’idea del concept-album in cui ti ero un po’ incaponito. Niente struttura narrativa, niente racconti a scatola cinese, niente suite dagli sviluppi progressive: dieci pezzi in sé conclusi e con minutaggio da radio. Certo, mentre si scatenava l’armonica in “Rise To Me”, su un ritmo lentissimo strascicato ancor più dalla steel-guitar, e nell’americana in vulgata pop di “Don’t Carry It All” (Tom Petty!), o ancora dove mi mettevi da parte per recuperare elettrica e banjo sopra violino e piano da saloon (“All Arise!”), io volevo avvisarti che, assieme al vezzo del romanziere non riuscito, stavi perdendo anche lo spirito da cantastorie rusticano. Ma tu non mi ascoltavi.
Anzi. Scrivevi su di me pezzi deliziosi. La lieve elegia di “June Hymn”, con la seconda voce femminile che accompagna la tua come nella più tradizionale delle declinazioni folk, o il passo acustico molto R.e.m. di “Calamity Song” (l’ho detto che nel disco suona anche Peter Buck?) a me hanno confermato che quando mi usi al meglio sai scrivere gioiellini come pochi altri. Anche dove mi accarezzi per la più classica delle torch-songs (“Dear Avery”), o dove mi togli volume e cerchi il ritornello vincente (“This Is Why We Fight”): i Decemberists, se scendono in campo su questi terreni, non hanno rivali.
Lo so, però, cosa sentenzieranno, lì fuori. Diranno che, a voler essere più semplice e diretto possibile, dopo gli arabeschi e le arzigogolature dei due dischi precedenti, hai finito per scrivere un album impeccabile e ben rifinito, devoto alle tue origini, ma senza recuperarne lo spirito giullaresco. Diranno che a vedermi lì, un po’ abbandonata, hai voluto restituirmi ai vecchi tempi dei Tarkio, ma con un piglio da stadio piuttosto che da osteria stracciona da zona portuale. Così diranno. E a me toccherà dare loro ragione, ma in silenzio: non ti venisse mai in mente di vendermi a quei mercati delle pulci che frequentavi una volta...
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