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R Recensione

7/10

Messa

Feast For Water

Risale a poco più di un mese fa la notizia ufficiale che, nel nutritissimo cartellone dell’edizione 2019 del Roadburn (Tilburg, 11-14 aprile), troveranno posto anche gli italianissimi Messa, forti di un successo pressoché unanime di pubblico e critica che li accompagna sin dall’esordio “Belfry” (Aural Music, 2016). Non un fatto da niente, essere convocati in pompa magna al cospetto della Mecca del doom mondiale: prima di loro, anche nel recente passato, altri rappresentanti tricolori hanno avuto modo di mettersi in mostra (in ordine sparso e incompleto: Ufomammut, Zu, quel che rimane dei Goblin), ma non ricordo, a memoria, una band che avesse avuto l’onore di calcare il prestigioso palco olandese a così breve distanza dalla sua formazione – unica eccezione, forse, i Nibiru, che però sono una band di genere. E i Messa, queste luminose supernove, dove si pongono, che genere fanno?

Sono convinto che il più bel complimento che si possa fare al quartetto veneto, immersi – è il caso di dirlo, dato il concept acquatico – nell’ascolto del secondo “Feast For Water”, sia riconoscere in ogni brano il disegno intelligente di quattro spiccate individualità, ognuna con il proprio background musicale, la propria storia personale, i propri gusti e idiosincrasie. Un incontro di poli opposti che si fa campo magnetico, non scontro. Anche non sapendo che dietro la sei corde si agita l’ombra di Alberto Piccolo (Glincolti) non si avrebbero grosse difficoltà a delineare il quadro di un musicista raffinato ma non stucchevole, capace di esercitare un notevole controllo sul suo strumento e di ispirare la conduzione di una serie di splendide trame melodiche (cito, su tutte, l’alternanza delle seleniche trame di piano elettrico e riff post-sabbathiani, armonicamente complessi alla maniera degli Elder, della splendida “White Stains”). Non si abbia paura di tirare in ballo la parola prog: l’etichetta, in questo contesto, non può non essere nobilitante. C’è poi la sezione ritmica, Mark di The Sade al basso e Mistyr di Nox Interitus e Sterbenzeit alla batteria: sostanziale e sostanzioso il loro apporto in fase di scrittura, con alcune interessanti deviazioni di percorso espresse in superficie (tritoni dell’oltretomba e malefiche sventagliate di blast black a disintegrare il piglio Seventies di una “Tulsi” cullata dall’assolo di sax morphinico dell’ospite Lorenzo De Luca) o giacenti, silenti, a livello della struttura profonda (gli spezzettamenti e i salti di tono di “Leah”, una sonata crepuscolare annaffiata di bourbon). Infine lei, l’enigmatica primadonna, bassista del giro crust ed hc prestata – con successo assoluto – al microfono: Sara Bianchin ha un che di Jex Thoth nelle movenze e nella silhouette, ma il range vocale si pone piuttosto a metà fra Grace Slick e Amber Webber, come nel desert blues psichedelico di “The Seer” (animato da una bella contrapposizione, in coda, tra crescendo chitarristico e rituale rallentamento ritmico) e nelle intense emersioni hard-prog di “Snakeskin Drape” (affogata nel caos più totale). È indubbiamente la sua presenza a rendere i Messa l’oggetto di interesse che sono: non si arriva alla centralità tirannica del coevo side project Sixcircles, ma non è un caso che il brano meno interessante della tracklist sia la strumentale di chiusura, una “Da Tariki Tariquat” costruita su arpeggiati post rock e drammatiche incursioni d’archi.

Se nulla accade per caso, i Messa meritano ampiamente l’attenzione che stanno ricevendo. La sensazione generale è che sia solo l’inizio di un grande percorso di maturazione che ci porterà, presto o tardi, frutti ancora migliori.

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