Twin Shadow
Forget
Se lo dovessimo giudicare dall’aspetto esteriore, Twin Shadow, al secolo George Lewis Jr., tutto sembrerebbe tranne che un revivalista della new wave; ma si sa, le apparenze ingannano, e a volte basta scavare leggermente più a fondo per farsi sorprendere; e Forget è senz'altro una bellissima sorpresa.
Quello che eleva al di sopra della media l’esordio di questo strano tipo di origini dominicane, ingaggiato recentemente dalla storica etichetta 4AD, non è l’originalità, o almeno non solo: in fondo si parla dell’ennesimo revival di un genere, la new wave, che già da tempo ha superato il suo momento di massimo splendore. In questo disco, però, al contrario di molti esercizi di stile senza personalità, si avverte la stretta vicinanza del suo protagonista alla musica che vi è dentro. Insomma, si parte dalle influenze di Echo & The Bunnymen, Depeche Mode, New Order (tutta quella scena new wave/synth pop che spopolò in Inghilterra negli anni Ottanta, per intenderci), ma si approda infine a qualcosa di personale e creativo, curato nei minimi dettagli. Appare importante in questo senso il contributo in fase di produzione di Chris Taylor dei Grizzly Bear, che ha saputo imprimere alle 11 tracce di questo Forget un grande senso della misura e una perfetta giustapposizione di vari elementi, che rendono il tutto stuzzicante e mai noioso. È un lavoro colmo di un fascino sensuale, indiscreto, con un gusto per la melodia obliquo, mai banale o piatto: trattiene forse le sue potenzialità al primo ascolto, per liberarle in quelli successivi, fino a farvi andare di repeat continui.
Si respira un’atmosfera distesa e pacifica, merito della voce da crooner di Lewis e di arrangiamenti mai invadenti, ma sempre soffusi, con quelli svolazzi eighties e quei groove ipnotici (a proposito, linee di basso davvero assassine) che riempiono di malinconia e trasognata nostalgia, sempre però con un occhio di riguardo al dancefloor. Nell’eccellente "Slow", epica cavalcata tra riff vagamente à la Police e voce Morrisey-ana, Lewis decanta: “I don’t wanna believe in love” e più che l’afflizione di un innamorato deluso richiama l’idea di un amante perfido che lascia spasimare le sue corteggiatrici. Tutto il disco procede così, con questo spirito lascivo, provocatorio, ma irresistibile in ogni sua sfaccettatura.
E Shadow sa anche per bene quando e come calare gli assi dalla manica, rendendo il suo one-man show di ottimo livello per tutta la sua durata, con picchi al momento giusto; all’inizio ti accarezza in superficie con l’eterea "Tyrant Destroyed", poi ti incanta con la propulsiva "When We’re Dancing", ti fa sudare da matti con la scalpitante new wave di "I Can’t Wait", ti solletica con la sensualità di "Shooting Holes At The Moon", esplode in un ritornello liberatorio su beat New Order-iano in "At My Heels", ti trasporta in un atmosfera nebbiosa con la pace notturna di "Yellow Balloon", controlla se sei a posto con le pulsazioni in "Tether Beat", prima di calare l’incredibile poker finale: una "Castles In The Snow" piena di elegante melodicità, un uno-due imponente con "For Now" e "Slow" e una delicata ma intensa conclusiva "Forget".
Un perfetto mix di creatività e divertimento, dunque, che merita di essere analizzato a fondo, prendendosi tutto il tempo di scoprire i numerosi dettagli di cui è arricchito. Perchè Forget è un disco davvero difficile da “dimenticare”.
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