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R Recensione

9/10

Franco Battiato

Sulle corde di Aries

Franco Battiato tornò nel 1973 con un disco che non era né apertamente progressive né puramente d’avanguardia, eppure riusciva a mischiare sapientemente gli ultimi prodigi dell’elettronica con quel melodismo pop che in futuro gli avrebbe fatto vendere milioni di copie. “Sulle corde di Aries”, da alcuni considerato primo capolavoro dell’artista siciliano, è in effetti il tentativo (riuscitissimo) di slacciarsi dalla concettualità degli esordi per approdare a una nuova forma-canzone; non a caso il disco contiene una lunga suite (“Sequenze e frequenze”, di oltre sedici minuti) e tre brani di durata accettabile. La suite è stata riproposta da Battiato in diversi live assieme ad “Aria di rivoluzione”, segno tangibile del forte sentimento che il cantautore siciliano nutre nei confronti di questo disco nato sotto il segno dell’Ariete.

Sequenze e frequenze” parte da una progressione sintetica sulla quale Battiato canta la propria infanzia, uno dei temi che più spesso torneranno nella sua opera futura: «La maestra in estate / ci dava ripetizioni / nel suo cortile. / Io stavo sempre seduto / sopra un muretto / a guardare il mare. / Ogni tanto passava una nave. / E le sere d’inverno / restavo rinchiuso in casa / ad ammuffire. / Fuori il rumore dei tuoni / rimpiccioliva la mia candela. / Al mattino improvviso il sereno / mi portava un profumo di terra». Il brano si fa lentamente più percussivo, e il synth diventa via via più sciolto, fino a fondere free jazz, elettronica e progressive rock. A metà l’incanto si interrompe e la canzone prende una piega acida, svincolata da qualsiasi genere musicale attivo in Italia.

La miscela sonora fin qui ascoltata ha infatti ingredienti di matrice tedesca: Neu!, Between, Michael Bundt, Popol Vuh, Amon Düül II, Can, Harmonia. Il rock cosmico e la prima elettronica della Germania brandtiana trovavano nel disco di questo misconosciuto cantante italiano un’interpretazione mediterranea, un krautrock mitigato da manierismi orientaleggianti e curvature ipermelodiche. Non a caso Battiato cita espressamente il cantautore tedesco Wolf Biermann come punto di riferimento per la realizzazione di questo disco (paradossale che Biermann esprimerà la propria adesione all’ultimo intervento militare in Iraq).

La seconda traccia “Aries” segue quasi totalmente la prima, con percussioni cavalcanti e campanature elettroniche; la differenza sta nell’utilizzo frizzante ed emancipato del sax. Il tema filosifico del brano va rinvenuto nella figura del neurofisiologo Charles Sherrington, teorico del “telaio incantato”, che individua nel cervello umano la sorgente di tutta la sapienza del mondo: in un organo grande come un pompelmo, cento miliardi di cellule nervose e un numero mille volte superiore di collegamenti interagiscono continuamente formando una trama complessa quanto quella di un telaio.

Ci si meraviglia ancor oggi nell’ascoltare “Aria di rivoluzione”, un brano senza tempo su guerra e pace, sul colonialismo e sulle infinite potenzialità del dialogo interculturale («Quell’autista in Abissinia / guidava il camion / fino a tardi / e a notte fonda / si riunivano. / A quel tempo in Europa / c’era un’altra guerra / e per canzoni / solo sirene d’allame»). Ma non c’è patetismo di sorta in Battiato; la speranza di un mondo nuovo è tradita dalla certezza che ogni rivoluzione porta con sé un rafforzamento dei regimi amministrativo e politico: «Passa il tempo, / sembra che non cambi niente. / Questa mia generazione / vuole nuovi valori / e ho già sentito / aria di rivoluzione. / Ho già sentito / chi andrà alla fucilazione». La composizione musicale, sempre in escalation percussiva, utilizza nuovamente jazz ed elettronica per dar vita ad una ninna nanna generazionale.

L’ultimo brano di questo terzo LP è “Da Oriente ad Occidente”, la canzone che più di tutte evidenzia il carattere in comune dell’Eurasia: il viaggio. Battiato prende in prestito da Taliesin, poeta gallese del VI secolo, la figura di Gwion, infante viaggiatore in cerca di se stesso, un itinerario che lo porterà all’illuminazione. Egli dirà ad Elphin, che lo sorprende nei pressi di un fiume: «Proprio mentre stavo per soffocare, ho avuto una visione, e il Signore dei Cieli mi ha portato alla libertà» (non sono poche le coincidenze con la storia orientale di Siddharta Gautama). La nenia battiatiana è ancora una volta dolce e melodiosa, fatta di lamenti che si trasformano in canto. Tutto concorre a rendere magica questa canzone: strumenti a fiato e percussioni, chitarre e sintetizzatori, voci ed effetti sonori.

Nel booklet di “Sulle corde di Aries” Franco Battiato è ritratto assieme a Karlheinz Stockhausen, l’immane musicista tedesco che ha influenzato tutta la sua discografia. Nel marzo del ‘73 il musicista di Kürten aveva rappresentato a Londra l’opera “Ylem”, che certamente fu una folgorazione per il nostro. Nell’e(ste)tica stockhauseniana “Ylem” ha un processo piuttosto arzigogolato, costituito da un’attenuazione molto lenta e da una compressione piuttosto dinamica di punti musicali. Inizialmente dieci interpreti mobili stanno vicino ai propri pianoforti; dopo un suono iniziale esplosivo questi dieci esecutori si muovono per il corridoio, suonando tutto il tempo, e si frammischiano al pubblico, mentre altri nove musicisti rimangono sul palco. In questa fase gli interpreti suonano le proprie note individuali lontano dalle rispettive piazzole di partenza. Verso la fine gli esecutori mobili ritornano al pianoforte e si verifica una seconda esplosione, dopodiché tutti i diciannove musicisti si disperdono nuovamente attraverso il corridoio e fuori dell’edificio.

L’intento di Stockhausen era quello di dar vita ad una musica che funzionasse meglio, dove gli interpreti fossero in grado di stabilire una comunicazione telepatica fra di loro e con un direttore posto al centro della sala, che ascoltava con la massima concentrazione senza prendere parte attiva al gioco. Non è forse la traslazione musicale del “telaio incantato” di Sherrington? Non è forse il punto di partenza di “Sulle corde di Aries”? Ora è più facile comprendere quanto sia incomprensibile il primo Battiato.

V Voti

Voto degli utenti: 9,1/10 in media su 14 voti.
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Suicida 9,5/10
Cas 9,5/10
Lepo 10/10
zagor 9/10
datrani 8,5/10
B-B-B 9/10
ThirdEye 8,5/10
Wonderful 9,5/10
Vatar 10/10

C Commenti

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Cas (ha votato 9,5 questo disco) alle 20:24 del 25 marzo 2014 ha scritto:

meraviglia!

zagor (ha votato 9 questo disco) alle 13:24 del 19 aprile 2014 ha scritto:

Uno dei tanti disconi di Francuzzo nostro! Riuscita commistione di suoni elettronici e tradizionali come flauti e violoncelli, Mitteleuropa e Mediterraneo! Menzione anche per i testi, " riduci le stelle in polvere / e non invecchierai / mi appare in sogno Venere / tu padre che ne sai / lontano da queste tenebr"e /matura l'avvenire / il cielo è senza nuvole / padre fammi partire."

B-B-B (ha votato 9 questo disco) alle 14:57 del 30 marzo 2015 ha scritto:

Per me il capolavoro di questo immenso artista

apixx alle 16:43 del 10 aprile ha scritto:

Ogni tanto passava una nave, ogni tanto passava una naveeeeee.

STRUGGENTE, una malinconia come se tu ci fossi stato, in quello spiazzale, raffigurato in una fotografia ingiallita dal tempo, poveri vestiti di bambini di un tempo, l'immensità del mistero del mondo e la curvatura spaziotemporale che ti riporta in tutti i punti e in tutti i momenti: chi c'era su quelle navi, dove giacciono ora, relitti sul fondo del mare, che fine hanno fatta quei quadernini sul tavolo nel cortile della maestra e quelle scarpette di bambini ora sepolte in una discarica del 1956. Tutto è santo, sembra soffiare nel tuo orecchio questa musica, e amore.

Vatar (ha votato 10 questo disco) alle 12:31 del 18 aprile ha scritto:

Non ho dubbi ad eleggere Franco come il miglior artista italiano in assoluto, mentre mi viene difficile dire qual'è il suo disco migliore, uno più bello dell'altro, oggi direi questo.