Mark Lanegan
Blues Funeral
Se fossi il cazzuto autista di “Drive” ci sarebbero molte buone ragioni per gustarmi “Blues Funeral” e alzare a palla il volume sulla ormai mitica traccia #6 “Ode To Sad Disco”. La pietra della discordia che farà ruttare avvelenati i talebani del vecchio Mark è una cavalcata electro-pomp degna dei Pet Shop Boys più discogay, con l’aggravante dello spiritualismo “low cost” di Moby, e l’immaginazione corre a un languido e tamarro club privé che ospita un match medio massimi Corona-Bobo Vieri (categoria pesi “suite hotel Principe di Savoia”). Sì, sgasare in quarta sul pomello dopo aver rilasciato la frizione, mentre il vocione lanegano ti rassicura un po’ piagnone “…Gloria, i get down on my knees…Further from my own, under a cliff darkness denied. Here i have seen the light…”, resta un’esperienza di virile autostima che consiglio: quanto amo Kowalski e l’immaginario videoludico del cowboy metropolitano, gli occhiali fumé con dietro sguardo cyborg e muflone dell’uomo pronto a tutto, è così visceralmente alienato, romantico action urbano alla Walter Hill. Ma il risveglio è brusco, cari miei, e basta poco a scoprire la triste realtà di chi non deve chiedere mai. Lanegan infatti balbetta affettuoso le sue debolezze senili, vuole tornare pischello quando sbirciava il synth-pop foxxiano, lui che ragazzino non era mai stato.
Maledetto giubbotto in tinta metallica e scorpione acchiappa-topa sulla schiena, maledetto il giorno che t’ho desiderato. No Mark, non dovevi farlo, avresti dovuto limitarti a incidere i canini sulla vanità dei seguaci, raschiando cose tipo “The Gravedigger’s Song”, un avanzo QOTSA di ritmo marziale e bassi dark-fuzz (Peter Murphy a Grungelandia? I Joy Division a cena da Leatherface?), dannato te che “per la prima volta ho scritto musica e testi aiutandomi con la drum-machine invece dell’acustica”, cavolo potevi chiamare uno dei tuoi milioni di amici collaborazionisti, che nemmeno una spia di John Le Carré vanta un curriculum tanto trasversale, chiama chessò uno dei Soulsavers, magari ci saremmo risparmiati certe tastierine busone in “Quiver Syndrome”, special-guest il redivivo Jack Irons alle percussioni, un pollo fritto Dandy Warhols pronto a diventare il prossimo highlight su Virgin Radio. È il funerale del blues, ok, ma c’è modo e modo amico: la prossima volta le pompe funebri pagale. E poi non ditemi “lui sa rinnovarsi, lui capisce cosa significa fare il nobile cantautore rock nel 2012”, perché se la soluzione sono The Edge che sbrodola nei New Order dell’anemica “Harborview Hospital” (il morbo “All That You Can’t Leave Behind” ha colpito perfino il musone N.1, almeno per l’aviaria c’è il vaccino) e il pop-rocchettino “Gray Goes Black” annacquato in zona Imbruglia, proprio lei non scherzo, allora erano meglio le pose plastiche di “Bubblegum” e le pose fotografiche della bella Isobel.
Lui, la bestia lanegana, i suoi colpi in canna li piazza, sia chiaro. Ma è come alla fine de “Gli Spietati”, Clint accoppa tutti dopo averle prese di santa ragione. Quindi è cosa buona e giusta elencare, con tutto l’amore scribacchino per ciò che ha rappresentato l’orco maudit di Ellensburg, i sei svenevoli minuti che invocano lo spirito dell’onnipotente Muddy Water in “Bleeding Muddy Water” (“…Muddy Water be my grave…You are the master, i’ve been the slave. Muddy Water, come rising up. You know i feel you in my iron lung…”), un sotterraneo post-blues modello “esco a comprare le sigarette e torno quando Barbara B. avrà avuto un figlio anche da El Shaarawy”, il battere e levare sintetico della tenebrosa “St. Louis Elegy”, litania morriconiana in salsa kraut-rock avvolta da acidule folate elettriche, la Motor Ave BelAire di Josh Homme che si diverte a vampirizzare industrial i ZZ Top (“Riot In My House”) e una scarnificata “Deep Black Vanishing Train” di voci fantasmatiche, onirica sospensione e la proverbiale biblicità dell’ugola a ricordarci che stiamo pur sempre discutendo del responsabile di “Riding The Nightingale”. E tuttavia un benevolo pollice su se lo meritano il folk gotico “Leviathan”, con gli interventi corali dei soliti Chris Goss-Greg Dulli, e i loop indietronici che scivolano soffusi su “Phantasmagoria Blues”, fieri rimasugli dei tempi d’oro dell’ex Screaming Trees.
La sorpresona finale arriva da “The Tiny Grain Of Truth”, un buffo sermone techno-dylanesco di sette, stoici minuti coi suoni engagé del Bowie ’97, non esattamente il “nostro” Bowie, tentativo lodevole al pari di Belén Rodriguez che interpreta Santa Caterina da Siena in una fiction statale, e intanto la coltre di synth celebrativi sale, sale, sale, alzando il suo pennacchio sopra l’ottuso muro di beats del compare Alain Johannes. Preferivamo le field songs, Mark. Eri rurale, moderno e pronto all’uso su terreni sconnessi come una Jeep Wrangler sporca di fango, “Blues Funeral” vorrebbe invece somigliare a un’esclusiva Ferrari FF, motore V12, 6.3 litri, 660 cv e quattro posti di morbida pelle Frau. Peccato che al settimo album di cotanta discografia manchi una furba centralina elettronica PTU a gestire con equilibrio la trasmissione integrale, quella che ti regala un eccezionale piacere di guida-barra-ascolto nonostante tu non sia Ryan Gosling.
“…So long light, you’re bound to fall…Now isn’t that a shame casting shadows on the wall, too late to learn another game…”
Tweet.jpg)
Mark Lanegan Whiskey For The Holy Ghost
Mark Lanegan Field Songs
Mark Lanegan Bubblegum
Scott Walker Climate Of Hunter
Rufus Wainwright Out Of The Game
Massimo Volume Da Qui
The Cars Candy-O
The Black Crowes The Southern Harmony And Musical Companion
Peter Gabriel Peter Gabriel 4
New Pornographers Together
Big Star Radio City
Tom Waits Bad As Me
Beck Odelay
Mark Lanegan Whiskey For The Holy Ghost
Mark Lanegan Bubblegum
Mark Lanegan Field Songs
Queens of the Stone Age Era Vulgaris
Mark Lanegan's Bubblegum - Controrecensione
Screaming Trees Last Words: The Final Recordings
Gutter Twins Saturnalia
Tom Waits Bone Machine
Queens of the Stone Age Songs for the Deaf
Nick Cave and the Bad Seeds Dig, Lazarus, Dig !!!
Arbouretum Rites Of Uncovering
Mad Season Above
Isobel Campbell & Mark Lanegan Sunday At Devil Dirt
Live - Isobell Campbell & Mark Lanegan (Bologna, 31.05, Estragon)
Kyuss Blues For The Red Sun
Dal grunge al nu metal
Morphine The Night
Queens of the Stone Age Lullabies to Paralyze
SamJack
creep
bigtroubles
gull
Lezabeth Scott
ozzy(d)
Teo
inter1964
andy capp
salvatore
Julian