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R Recensione

10/10

Mark Lanegan

Whiskey For The Holy Ghost

Pur continuando ad essere il leader di uno dei gruppi cardine del grunge (gli Screaming Trees), Lanegan nel 1990 aveva iniziato anche una parallela carriera solista con un album, Winding Sheet, che ne aveva rivelato le fulgide doti cantautoriali. Dire che Whiskey For The Holy Ghost sia stato il disco della conferma sarebbe un po’ riduttivo per questo perfetto connubio di rock, blues, country e folk: una delle opere più toccanti (assieme all’Unplugged in New York dei Nirvana) dell’intero movimento di Seattle.

In effetti, pur mostrando una maggiore articolazione stilistica sono tanti gli elementi che accomunano Lanegan e Cobain, specie dal punto di vista attitudinale. Fortunatamente Mark si è rivelato abbastanza forte da condensare i suoi spettri sugli spartiti, mantenendo sempre uno stretto contatto con la realtà, diventando di fatto con questo disco e con quelli successivi uno dei cantautori più importanti dell’ultimo decennio. Se avrete la pazienza di avventurarvi in Whiskey For The Holy Ghost scoprirete che quel che diciamo è vero.

Lanegan inizia cullandoci e facendoci sognare con The River Rise, trionfo di arpeggi e tintinnii in cui si districa al meglio una voce romantica e vellutata. Fin da subito si sente qualche dolente nota di sofferenza, di soffuso tremore e dolore. Non abbiate paura. È il suo stile di fondo. Il che non gli impedisce di fare il botto con Borracho: Mark muta forma alla propria voce incrociando il tenebroso Jim Morrison e il roco Tom Waits. Chitarre sontuose si incrociano e fanno strada a una voce primordiale, uscita da chissà quale grotta indemoniata, che parla di diavoli e fantasmi, di whiskey e di deserto in un brano che diviene ben presto una cavalcata epica. Con questo pezzo Lanegan si distacca dal modello cantautoriale più scarno del debutto Winding Sheet e capisce di poter mordere anche senza l’aiuto dei compagni Screaming Trees. Ma è uno scatto rabbioso isolato, in cui disco dove a prevalere sono i toni morbidi e introspettivi, come in House A Home, in cui le chitarre tornano a essere pizzicate e in cui soprattutto compare un leggiadro violino alla Dirty Three.

Sostenuta stavolta da un plumbeo organo, Kingdoms Of Rain è dominata da un romantico sussurro che crea un ponte tra Cohen e l’ultimo Cash.

Lanegan mostra comunque grande maturità e sapienza compositiva alternando brani lenti con altri più spediti come la barocca Carnival, country rock in cui si sbizzarrisce un violino assai anarchico ed emozionante.

Riding The Nightingale è un’altra canzone scarna, quasi folk, in cui struggenti vocalizzi diventano vere e propria grida di dolore (“I need a little more time, Mama I'm gonna cry now”).

El sol, altra enigmatica ballata, conferma l’impressione di un panorama desolante e insidioso, in cui la luce del sole (la speranza) è oscurata da un fosco futuro privo di salvatori, in cui non resta altro che una malinconica attesa (“The sun is gone, and that's all I really know, No angels in the air […] These darkened days, Make somebody's hunger and thirst […] Waitin' for some warmth and comin' down” ).

Dopo il bozzetto country alla Johnny Cash di Dead On You Lanegan torna ad ammaliare con la sua voce impastata di sigarette e le chitarre acustiche di Shooting Gallery, semplici ma dirette al cuore. Sunrise vira verso un intenso blues d’annata con un sassofono jazzato e l’accompagnamento femminile della soave Sally Barry. Ma è con Pendulum che si torna ad essere davvero catturati da una voce vecchia di cent’anni, in un’ode quasi religiosa (“Jesus Christ been here and gone, What a painful price to pay “) in cui troneggiano pochi accordi di chitarra elettrica mirati a colpire nel profondo dell’anima.

La fugace Judas Touch prelude alla conclusiva Beggar’s Blues, ennesima dimostrazione di maturità stilistica e lirica.

A parere di chi scrive il punto più alto della carriera di Lanegan e l’ultimo gradino da salire perchè il suo nome entrasse, definitivamente, nella leggenda.

V Voti

Voto degli utenti: 8,5/10 in media su 21 voti.
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george 9/10
Cas 8/10
Vikk 9/10
Zorba 10/10
giank 9/10
Zeman 10/10
REBBY 9,5/10
ThirdEye 9,5/10
luca.r 6/10

C Commenti

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DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 14:54 del 23 marzo 2007 ha scritto:

il divo mark

meno sorpendente del debutto solista "the winding sheet" e un po' più canonico, comunque sempre impagabile. bravo peasy

Vikk (ha votato 9 questo disco) alle 14:44 del 2 novembre 2007 ha scritto:

disco incredibile i cui contenuti sono rappresentati degnamente dalla foto di copertina; da ascoltare la sera a luci basse ubriacandosi di whiskey

Zeman (ha votato 10 questo disco) alle 11:31 del 2 settembre 2012 ha scritto:

Uno di quei dischi di cui proprio non potrei fare a meno.

ThirdEye (ha votato 9,5 questo disco) alle 2:53 del 16 dicembre 2014 ha scritto:

Capolavoro. L'ho consumato per anni...

The musical box alle 0:39 del 18 settembre ha scritto:

Qualcosa di sconvolgente ancora oggi