Dent May
The Good Feeling Of Dent May And His Magnificent Ukulele
Il primo volume della nuova serie “Come diventare veramente retrò nel 2009” è già in edicola, a prezzo speciale. Protagonista, Dent May. Nome tutto sommato anonimo (“Dent chi?”, diranno in molti), ma look difficilmente dimenticabile: occhialetti, capelli a spazzola, papillon, camicette anni ’50 con bretelle. E un ukulele. “His Magnificent Ukulele”, per la precisione, come recita il titolo del disco. Insomma: roba da scomodare, alla lontana, la “Hot And Blue Guitar” del maestro Johnny Cash. No, ecco, adesso non lanciamoci in paragoni assurdi. È tuttavia innegabile notare come il nostro May ci tenga ad appartenere al passato, in qualche modo, come nemmeno i folli viaggi extratemporali di “Ritorno al futuro” ci avevano abituato: abbigliamento dandy e musica a braccetto. Niente di realmente complicato, tutt’altro. Solamente un continuo, esplicito, adorante riferimento al trascorso.
Bene: dopo tutta questa pappardella d’introduzione, orientarsi nel disco vi pare impresa ardua e senza cervello? Ricredetevi. Dodici pezzi, poco più di mezz’ora totale, copertina variopinta in maniera improponibile, sulla scia degli albori rock’n’roll (c’è forse un hippie insidiato in May? A modo suo, sì). Strumenti mezzi vintage e mezzi no, con i poster di Beach Boys (“Howard”, “Welcome” e le sue overture a cappella: no, non sono i Fleet Foxes!) e Beatles appesi alle pareti, mentre in sottofondo scivola via “My Aim Is True” di Elvis Costello – quello più pop oriented, s’intende - e Dave Longstreth dei Dirty Projectors, al telefono, dà consigli su dove prenotare le prossime vacanze a cavallo dei Caraibi (“Meet Me In The Garden”). Se siete tipi così difficili da non avere ancora ben chiara la faccenda, sappiate anche che, se volete fare un presente al nostro Dent, sicuramente i Kinks sono un eccellente ripiego (“College Town Boy”).
Tutto bello, dunque: ma che senso ha offrire una tale proposta nel 2000? Sarete stupiti di apprendere che il senso c’è, eccome.
Specialmente quando, nel bel mezzo di “Girls On The Square”, immaginario alla Elvis e musicalità sbilenca à la Devendra Banhart, May incastra un bellissimo assolo che, tutto sommato, per un nativo del Mississippi ha una sua logica (e, incredibilmente, anche per noi). Ma anche l’impasto di ukulele con tromba e contrabbasso nella sbarazzina “God Loves You, Michael Chang”, “At The Academic Conference” – ma chi sono, i fratelli Wilson che fanno l’autografo ai Vampire Weekend? – e una “26 Miles (Santa Catalina)”, che è puro rockabilly in salsa equatoriale, valgono il prezzo del biglietto.
Ah, capisco… il vecchiume non fa per voi. Quindi non vi interessa sapere che questo tipo mezzo matto ha rivisitato gli anni ’50 a mo’ di abitante del Duemila e che il tutto, nel determinato contesto primaverile, assume sembianze incredibilmente moderne?
Forza, soddisfatti o rimborsati. Garantisce Paw Tracks.
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