Dr. Dog
Fate
Cosa pensate di una band i cui componenti si fanno chiamare Taxi, Tables, Text, Trouble e Thanks? Che hanno una vera ossessione per la lettera “T”, innanzitutto. E se vi dicessi che un ex-membro si faceva chiamare Lawyer ed ha abbandonato la musica per fare l’avvocato a tempo pieno? Se affermassi che il loro quinto album, “Fate” (dichiaratamente ispirato all’opera di Giuseppe Verdi “La forza del destino”), ha esordito al numero 86 nelle charts statunitensi, ed è un piccolo capolavoro?
Non prendetemi per pazzo. I pazzi sono i Dr. Dog.
Negli ultimi anni questi cinque ragazzi di Philadelphia sono stati in tour con gente come My Morning Jacket, Clap Your Hands Say Yeah, The Strokes, The Racounteurs e The Black Keys. (Quasi) il meglio dell’indie-rock moderno. Ma tra i solchi di “Fate” di moderno in senso stretto c’è ben poco.
Da tempo la critica mondiale aveva intuito che il “destino” dei Dr. Dog li avrebbe portati a pubblicare un disco così.
“Fate” è un viaggio continuo, senza pause e senza tregua. Una malinconica macchina del tempo proiettata negli anni sessanta. Un vero e proprio juke-box d’epoca: soul bianco, folk-pop, country, cori come se piovesse, blues (“Hang On”, “The beach”) e pianoforti honky tonk (“The old days”). Tutto interpretato con sorprendente sensibilità moderna ed arrangiato con l’aiuto di una formazione allargata composta da oltre quindici elementi.
L’ascolto delle undici tracce di questo album è piacevole e impegnativo al tempo stesso, sospeso com’è tra leggiadria pop (“Uncovering the old”), svenevolezze soul (“Army of ancients”) e irresistibili filastrocche ritmiche (“The rabbit, the bat and the reindeer”). Tutto al posto giusto, emozionale benché accademico, talmente sopra la media che per trovare la traccia migliore si deve rasentare la perfezione in “The ark”, laddove gli anni ’60, tra chitarre blues e vocalizzi appena sporcati, si avvicinano al decennio successivo.
Il richiamo al passato è talmente evidente e compiuto, che non servirebbe nemmeno fare i nomi. Anche perché quei nomi sono davvero ingombranti: Pavement, David Bowie, Tom Waits, The Band, Beach Boys, The Beatles.
Credetemi, non ho esagerato io. Hanno esagerato i Dr. Dog.
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