R Recensione

6,5/10

Bologna Violenta

Cortina [EP]

Fu con un oscuro, sconclusionato EP in formato digitale che il polistrumentista ed arrangiatore Nicola Manzan, dieci e più anni orsono, si trasformò per la prima volta nel suo alter ego Bologna Violenta, dando ufficialmente la stura ad una parabola artistica unica nel suo genere. Svariato tempo dopo, un altro lavoro “minore” – lo split in 12” condiviso nel 2015 coi Dogs For Breakfast – segnò la seconda tappa epocale: il passaggio da istrionica e tuttofare one man band ad abbozzo di formazione vera e propria, con il tocco umano di Alessandro Vagnoni a rimpiazzare la gelida meccanicità della drum machine. Inevitabile che per la successiva, maggiore sperimentazione di Bologna Violenta – il temporaneo prepensionamento delle chitarre elettriche in favore di solo violino, pedaliera per organo e batteria analogica –  ci si affidasse ancora una volta ad un’uscita breve, la terza: “Cortina”, che continua a ragionare dell’impatto nefasto e venefico dell’uomo sui propri simili e sull’ambiente che lo circonda, è il tentativo di guardare alla classica attraverso la prospettiva del frammento e non del movimento, come isolandone singoli passaggi casuali per elevarli a dignità di composizione vera e propria (l’ispirazione soggiacente, non a caso, è quella del Demetrio Stratos del recitar cantando).

L’operazione, va detto, non riesce del tutto nuova. È opportuno ricordare che proprio nel summenzionato split coi Dogs For Breakfast si ebbe il primo approccio di Manzan e Vagnoni al formato suite (“Sinfonia N°1 in Fa-stidio Maggiore, op. 35”): se, tuttavia, lì si poteva parlare a ragione di morfologia classica e semantica hardcore, qui le proporzioni si invertono, per cui è la forma esteriore e non il contenuto a rivendicare la filiazione del D-beat. Il paragone più comodo sarebbe quello, ormai abusato, coi Naked City dell’esordio omonimo e di “Grand Guignol”: se non fosse che non è affatto il più calzante (eccezion fatta per il pesticciare cassa-rullante di “Criptomelodia IV” che, al contempo, è il passaggio più vicino al percorso storico di Bologna Violenta). Piuttosto, se dovessi inquadrare “Cortina” con un disco ad esso simile e per concetto, e per formulazione, sceglierei l’esordio degli Orthrelm, “Asristir Vieldriox” (2002): un unico, sconnesso flusso chitarristico math-noise di dodici minuti, disgregato in novantanove haiku senza soluzione di continuità. Qui succede qualcosa di molto simile: scampoli isolati di sinfonie perdute e rivitalizzate da tumultuosi pattern ritmici (“Criptomelodia I”), danze popolari (“Criptomelodia II”), embrioni di grandeur armoniche annegate nei drone (“Criptomelodia VI”, “Criptomelodia X”), sardoniche pariglie (“Criptomelodia VII”), episodi di estetica decadente degni di musicare un lungometraggio apocrifo di Francesco Barilli (“Criptomelodia VIII”) e sbuffi di grindodecafonia (“Criptomelodia IX”).

È ancora troppo presto per definire correttamente la portata di un esperimento del genere, che da qui a febbraio avrà modo di essere testato nel solito tour itinerante per lo Stivale: anche se, per il momento, non ci sono grossi scossoni, un intero full length su questa linea d’onda potrebbe aprire nuovi ed interessanti capitoli narrativi. I cultori dell’oggetto fisico facciano attenzione: tra vinili e cassette, “Cortina” è disponibile in sole cento copie.

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