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R Recensione

7/10

Caterina Barbieri

Ecstatic Computation

Esistono tanti modi per introdurre Caterina Barbieri. Quello storico – sbrodolare sulla sua formazione accademica, sul suo curriculum, sul più recente (e definitivo?) trasferimento berlinese. Quello archivistico – inquadrare la sua parabola musicale a partire dai Sex With Giallone, luminosissime meteore dell’underground tricolore che più underground non si può (consiglio che dispenso ogni volta che posso: in attesa di parlarne più approfonditamente, recuperate a tutti i costi il loro esordio del 2015 per Trovarobato, “We Had A Room At Tropicana Motel”), sino alla successiva svolta minimalista e all’affermazione come nome di cartello nei maggiori festival europei. Quello tecnico – sviscerare nel dettaglio la strumentistica impiegata nel corso degli anni e discettare di come l’apparato concettuale alla base di ogni uscita fisica abbia modificato (e modifichi ancora) la prospettiva critica da cui valutarle. Infine, quello strettamente musicale, in medias res – cercare di definire “Ecstatic Computation”, quarto disco lungo della musicista bolognese, sia olisticamente, in quanto tale, sia in relazione ai lavori che lo hanno preceduto.

Parrà forse strano, visto il contesto, ma di tutte le possibili strategie quest’ultima si rivela la più accidentata e insidiosa. La colpa è, in parte, della disomogenea qualità del materiale che compone la tracklist (detta altrimenti, non è il disco che consiglierei a chi si dovesse avvicinare per la prima volta a Caterina) e, in parte, delle particolari circostanze che ispirano e giustificano la nascita di “Ecstatic Computation”, che costringono a fare riferimento a tutti gli altri livelli di analisi sopra menzionati. Se il meccanismo alla base del suo capolavoro “Patterns Of Consciousness” (2017) era chiaro – esprimere un insieme potenzialmente infinito di combinazioni sonore parsificabili a partire da un ristretto insieme di primitivi sonori distinti e ricorsivi, alla maniera della grammatica generativa applicata alla musica tonale di Lerdahl e Jackendoff, con l’ambizione superiore di indagare l’influenza della ripetizione sulla percezione di tempo e spazio –, il passaggio ad un modulare eurorack (trascurando “Born Again In The Voltage” dello scorso anno, raccolta di composizioni per Buchla di un periodo precedente a quello d’uscita) introduce la variabile tecnica della pratica fisica, della scrittura a tavolino. A dispetto della durata contenuta (quasi la metà rispetto a quella, oceanica, di “Patterns”), si tratta per certi versi della prova più esigente di Barbieri: ma si tratta di un rigore euristico che non sempre si traduce in risultati soddisfacenti.

A complicare ulteriormente la questione, ecco spuntare fuori dal cilindro “Fantas” (10:31), pezzo inaugurale di “Ecstatic Computation” e una delle creazioni più importanti e convincenti della discografia di Barbieri. “Fantas” è una maestosa ed emozionante sinfonia classica alla maniera degli Autechre, costruita su di un bordone sintetico dalla particolare accentuazione (lo schema delle prime otto battute è 4 x 4/4 + 3 x 4/4 + 1 x 2/4) e contrappuntata da fraseggi marmorei, che a metà sembra perdere quota, scivolando in un tunnel di paziente ricostruzione minimalista da cui infine riemerge, con rinnovato vigore, per essere poi distrutta in coda da inaspettate lacerazioni harsh. Dopo il pulsante interludio di “Spine Of Desire”, a “Closest Approach To Your Orbit” spetta concludere la prima metà: il gattonante intreccio di synth crea qui l’illusione di un panismo percussionistico digital-space cui venga sparato alle spalle (ancora una volta implacabili le interferenze noise) e dal cui cortocircuito fuoriescano gelide foschie dark ambient. Da qui in avanti, tuttavia, l’inerzia del disco sembra invertirsi senza apparente motivo. Annie Gårlid ed Evelyn Saylor sono le Mycale barbieriane del solenne madrigale per clavicembalo di “Arrows Of Time”: idea intrigante ma realizzazione, a dispetto del nome, terribilmente statica. L’intera prima sezione di “Bow Of Perception” è un omaggio ai cicli di “Patterns”, senza tuttavia possedere la loro inesauribile vitalità: l’evoluzione che segue, tra penetranti kolo elettronici e una coda techno che procede per segnali Morse, è di gran lunga migliore. Nel mezzo la composizione più brillante, “Pinnacles Of You”, la cui elementare frase melodica viene registrata e processata in decine di declinazioni differenti, alla maniera di un esercizio di stile queneauiano.

Nell’originalità assoluta del proprio percorso artistico, a livello concettuale e pragmatico, Caterina Barbieri confeziona un disco che, pur nella presenza di almeno un paio di movimenti di indiscutibile spessore, è spesso più interessante che bello. Un mezzo voto supplementare è concesso alla sola “Fantas” che, di fatto, fa gara a sé.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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Vatar 7/10

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