Iron Maiden
A Matter Of Life And Death
Sarà bene chiarirlo da subito: chi critica gli Iron Maiden per essere stati gli stessi da sempre e non aver mai voluto/saputo rinnovarsi probabilmente ha la memoria corta. Già dall’entrata di Dickinson era chiaro che i nostri non avrebbero più percorso i furiosi terreni battuti con Di’Anno, qualche album dopo i cinque (ora sei) sono stati accusati di tradimento del metal per avere impiegato “massicciamente” i sintetizzatori in “Seventh Son Of A Seventh Son” e “Somewhere In Time”, poi di avere realizzato con “No Prayer For The Dying”, un album troppo “british”, senza dimenticare il non troppo felice ma necessario tentativo di rinnovamento dovuto all’entrata nel gruppo di Bailey e i nuovi Maiden del ritorno di Bruce Dickinson e Adrian Smith.
È anche vero però che una corazzata come gli Iron Maiden non ha mai potuto permettersi stravolgimenti epocali, avendo brevettato un’infinità di stilemi divenuti ben presto dogmi del genere nonché un universo di temi scopiazzatissimo negli anni.
E così, pur restando tutto uguale anche stavolta, molto è cambiato nell’ultimo album dei Maiden. Che possiamo definire il lavoro più convincente della band dai tempi del “Seventh Son” (ma niente paragoni, per carità!).
I nostri puntano su un’unica formula, già sperimentata nei due album precedenti: canzoni lunghe, con lunghe introduzioni e assoli e dei bei cambi di dinamica – teniamo presente che l’album è stato registrato in presa diretta – quasi tutto già provato nell’album precedente, soprattutto in “Paschendale”.
In più, Steve Harris e soci sembrano essersi ricordati ora più che mai che quello che rendeva grandi certe canzoni dell’ultimo periodo (fra tutte, “Ghost Of The Navigator” e “The Nomad”) erano certi riusciti cambi di passo nella struttura della canzone, dimezzamenti sul rullante, ripartenze durante gli assoli o i ritornelli: i riff si alternano in questa maniera pressoché per tutta la durata anche di questo album, e mai come ora gli Iron Maiden dimostrano di essere maestri del genere (il loro genere).
C’è da rimarcare anche l’ottimo lavoro di Dickinson, ormai voce-icona del metal, che tuttavia non smette di stupire e di album in album sembra cantare sempre meglio, in stato di grazia anche per quanto riguarda i testi - anche se la tematica religioso-salvifica che qui ritorna in alcuni episodi era già stata più volte sfruttata – e la produzione di Kevin Shirley, che si riprende dopo “Dance Of Death” e dona ai Maiden i più bei suoni di chitarra di sempre.
Ma l’aspetto che risalta di più dall’ascolto del disco e aggiunge un bellissimo e purtroppo quasi scomparso (nel genere) valore aggiunto è che questa famiglia allargata di “milionari tatuati” ormai si conosce a memoria, e si sente che i nostri si divertono davvero tanto a suonare insieme. Del resto, non è un mistero che questa band dia anima e corpo nei set dal vivo, viva di uno dei rapporti più intensi e fedeli con i milioni di fan, e che consideri i dischi in studio quasi solo come momenti di raccolta di materiale da proporre poi nei concerti. E il disco abbonda di momenti che è facile prevedere regaleranno grandi emozioni a chi avrà la fortuna di assistervi durante le esibizioni dal vivo.
Già immaginiamo la scena: sei sul palco, a divertirsi e sputare sangue per offrire l’ennesimo, grande show, e diverse decine di migliaia di fan urlanti appena lì sotto, ad adorare i propri beniamini, e pensare che, sì, gli Iron Maiden sono cambiati, ma per fortuna sono anche sempre gli stessi.
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