Korn
The path of totality
Il valore artistico di un album si misura non solo nei meri contenuti musicali ma anche nelle amorevoli interconnessioni che vivificano l’anima di un compact disc. Una copertina affrescata da fantastiche immagini e colori cangianti può diventare una vera e propria opera d’arte, così come il titolo di un album può sintetizzare l’umore e l’acume di una band attraverso giochi linguistici ironici e seducenti. Una“trimurti” artistica(musicale, letteraria, visiva)che inquadra alla perfezione il prodotto musicale, palesando i contenuti dell’album già prima di averne ascoltato le note d’inizio. Non me ne vogliano i Korn, ma la cover dell’ultimo album svela quanto il loro sia oramai più un mestiere che una vocazione. Vittime di un torpore artistico che li ha condotti verso la standardizzazione delle loro opere, i quattro di Bakersfield non si impegnano più in inquietanti copertine che denunciano una società distopica e violenta, preferiscono l’autocitazione becera e digitalizzata del logo di fabbrica, illuminato da un cielo plumbeo che volge al tramonto. Stesso dicasi per il titolo che abbandona il classico monito beffardo Korn-iano (Life is peachy, Follow the leader) in favore di un’ espressione bislacca (The path of totality) che evoca atmosfere più vicino al gangsta rap che non ad un progetto metal alternativo.
Riguardo al contenuto dell’album possiamo parlare, paradossalmente, di “svolta epocale”: antitetica e paracula nello stesso tempo. Dopo l’incursione (ottima tra l’altro) in territori electro (See you on the other side), i Korn hanno tentato una sterzata tattica con un album che prometteva, già dall’emblematico titolo Remember who you are, un ritorno alle origini ma che all’atto concreto restituiva una band alle prese con la reminiscenza di ciò che erano stati un ventennio prima. Visto lo scarso riscontro di pubblico, i nostri hanno cercato di seguire i moderni trendsetter discografici. Si sono avvalsi della collaborazione di famosi dj dubstep (tra i quali gravita l’emo androgino Skrillex) con i quali hanno firmato undici brani nuovi di zecca, cercando il perfetto punto di fusione per accontentare vecchi e (eventuali) nuovi fan. Da questo momento cominciano i problemi: il dubstep, quello portato alle luci della ribalta da gente come Burial, viene privato delle sue radici eclettiche e mutevoli in favore di pedestri tamarrate elettroniche infarcite di scratch (ab)usate già dai Filter un decennio fa. Ciò che rimane sono i Korn senza essere i Korn; sono svaniti i pattern slappati e martellanti di Fieldy, le chitarre di Munky che un tempo erano minacciose macchine schiacciasassi, faticano ad uscire dal mix finale. La batteria di Luzier non riesce ad interagire in maniera efficace con i mille orpelli elettronici, alternando a momenti barocchi sovraccarichi di percussioni, altri istanti in cui pesa l’assenza di arrangiamenti ritmici consistenti. Jonathan Davis esegue la stessa litania melodica, che ormai ci appioppa da qualche anno, mista ad alcune linee più cupe e meno uniformate(Illuminati). Le canzoni - inseguendo l’improbabile sodalizio simbiotico tra dubstep e nu-metal - passano dai classici sing a long della band (Chaos lives in everything, Narcissistic Cannibal) ,cuciti su una struttura pop ed infarciti di distorti saturi ed inni alla misantropia, che nulla aggiungono a quanto già detto dalla band in passato, a momenti imbarazzanti (soprattutto nella seconda metà dell’album) contraddistinti da una vacuità sonora e da una staticità armonica dei brani. Si respira odore di rinnovamento solo in Bleeding out, dove le dolci note del pianoforte sono il liquido amniotico in cui Davis sguazza soavemente; con voce flebile ostenta la sua classica sociopatia lungo un tappeto di pattern elettrici che culminano nel delirante duetto tra cornamusa e sintetizzatori.
Path of totality svela una band ebbra e disorientata. Potrà soddisfare i palati di qualche giovane emo-leva che ignora i precedenti esperimenti elettronici dei Korn (Kick the P.A.) peraltro egregiamente riusciti. Urge un viatico che aiuti Davis & co. ad arginare lo scoramento attuale in previsione di un futuro artisticamente pregno. Per ora sembra che anche l’ultimo baluardo della scena nu stia per perire, divelto, sotto i colpi della contemporaneità artistica.
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