R Recensione

9/10

Rollins Band

The End Of SIlence

"Hemingway ha detto che il mondo è un posto meraviglioso e vale la pena

lottare in suo nome;sono d'accordo solo con la seconda parte"

(dal film "Seven" di David Fincher)

 

Durante i periodi di crisi e decadenza di un sistema socio-culturale l’arte, la musica e la letteratura fioriscono come mai avevano fatto prima di allora. I confini fra i generi si fanno più labili e indefiniti, compaiono nuovi manierismi accompagnati da apparenti “ritorni all’ordine”. Le personalità più alte e rappresentative si affrancano dalle categorie estetiche di appartenenza per dare alla luce le loro opere più mature controverse e dibattute. Quelle che resteranno indelebili testimonianze di un vissuto individuale e della coerenza/discontinuità ai valori condivisi di un’epoca intera. E la musica rock non fa eccezione: quando un genere, un’avanguardia o un movimento si avvia inesorabilmente verso la consunzione delle proprie caratteristiche originali o si satura di vacui epigoni per aderire alle richieste del mercato, ecco emergere la figura di un artista/musicista capace di travasare l’originario patrimonio di influenze in una poetica personale;una maieutica che consente di suturare la coerenza ad un canone con l’ansia di affermazione debordante dalla propria visione del mondo.

È successo a Dylan con il folk-revival e quindi con il folk-rock. È quello che Tim Buckley ha rappresentato per l’acid-rock e il folk-jazz progressivo, i Doors nella cultura hippy e tardo-beatnik, Tom Waits fra i cantautori della West-Coast e nella “popular music” intellettuale in genere, o, più recentemente e certo modestamente, Mark Lanegan e Jeff Buckley rispetto al grunge. Calamità naturale del rock, barometro della rabbia della sua generazione, uragano di misantropia che dilaga tanto a livello umano che sociale, Henry Rollins è stato, dalla seconda metà degli anni ’80 fino ai ’90, il poeta-licantropo del post-hardcore, il profeta del crossover più sconvolto, primordiale e performante.

Henry Garfield in arte Rollins nasce a Washington nel 1961 e cresce in terrificanti condizioni di disagio familiare, dolorosamente segnato da un’infanzia solitaria. Per trovare una via di scampo diventa skate-punk insieme al giovane Ian McKay e in seguito, dal 1981 all’86, l’animalesco vocalist dei Black Flag, uno dei gruppi simbolo del beach-punk, l’unico capace di trasformare gradualmente i micro-manifesti antisociali dell’ HC californiano in lenti, devastanti rituali free-form che anticiparono il grunge dei Melvins e lo sludge.

Un’avventura folle ed esaltante ma anche lacerante: Henry, a dispetto del trascinante carisma esibito sul palco, nella vita rimane sempre ai margini, non riesce a fare amicizia con nessuno degli altri componenti, accumula ferite e tensioni psichiche sufficienti da sole ad agitare le acque della sua ventura odissea di poeta underground, autore di spoken word e musicista. The End of Silence (Imago, 1992) è il secondo disco della Rollins Band, il sodalizio da lui formato insieme a Chris Haskett, chitarra, Andrew Weiss, basso, e Sim Cain alla batteria. Arriva a quattro anni di distanza dall’ottimo Life Time (Texas Hotel, 1988) e a cinque dallo spavaldo esordio solista (coadiuvato dal solo Haskett) Hot animal machine (Texas Hotel, 1987). Dopo due opere imperniate sull’insanabile, personale calvario dei rapporti umani e sull’alienazione urbana, Rollins stavolta si concentra sulle conseguenze della violenza e sul filo spinato di omertà e indifferenza che la circonda (un’urgenza autobiografica prim’ancora che storica: pochi mesi prima era stato aggredito assieme al suo migliore amico Joe Cole, che viene ucciso sotto i suoi occhi).

Così Low self opinion scava un trait d’union con la produzione precedente: un fronte apparentemente compatto, unitario, massiccio che rivela una struttura interna composita e frammentaria. Una terapia d’urto contro il rifiuto di se, un soliloquio esalato d’innanzi al fantasma dell’amicizia virile. Crossover thrash con la foggia di disperazione del blues. Il risultato è titanico, spaventoso, inaudito. In Grip, scortato da un trio di musicisti esemplari per padronanza tecnica e dinamica, Rollins può a buon diritto vantarsi di avere inventato un nuovo genere: il “vocal driven power-rock”.

La sua musica, infatti, non è guidata dalle improvvisazioni degli strumenti ma da quelle del canto che regola di conseguenza il resto dell’accompagnamento (cadenze metal, riff blues-rock e digressioni pseudo-jazz), talora galvanizzandolo, talora soffocandolo. Tearing è una stanza/cella le cui mura, il soffitto e il pavimento si restringono a poco a poco addosso al suo inquilino/prigioniero. É la denuncia di una convivenza impossibile, una ribellione sorda e inascoltata, “stirneriana” verrebbe quasi da dire, contro le menzogne sull’uomo e la sua ipocrisia di animale civile e sociale. Dopo una prima parte in cui il marasma emotivo power-grunge viene tenuto insieme da imponenti argini di 70’s heavy-rock che a tratti preconizzano i RATM, nella seconda, tutto frana sospinto dalle sincopi nevrotiche dell’hardcore. You didn’t need insorge snella ed essenziale guidata dalla chitarra/katama di Haskett, virtuoso dal cuore di pietra e dalle magnifiche doti compositive, poi la voce assume il pieno controllo, l’accompagnamento rallenta, s’impasta, si corruga per sostenerne le stanze urlate e declamatorie.

Almost real è un pezzo meraviglioso e, se possibile, ancora più ambizioso dei precedenti: architetture thrash in stile bay-aerea vengono sezionate da fulminei bisturi hardcore, estese da divaricatori progressive. Il climax è nella parte centrale dove Rollins col suo baritono da attore tragico irriga di saliva il solco tenue di un jazz-lounge infinitesimale. Obscene ne replica la costruzione arzigogolata su tutta la linea: recitato confidenziale alla Jim Morrison alternato a tribalismi e pandemoni ancestrali, robusti fendenti heavy-blues e calate di scultorei controtempi post-core. What do you do, enfatica ed ossessiva, vira le sonorità verso quegli scenari psichedelici fondamentali nello sviluppo dell’ultima parte del disco. Blues Jam, infatti, rimesta il denso contenuto allucinogeno in un calderone di southern-boogie gotico, cripto metal paleozoico e blues sottocutaneo inoculato da basso e batteria.

Rollins urla ormai al vento, tanto più forte quanto più è cosciente che nessuno lo ascolti. Dando fondo al suo cerimoniale di incomunicabilità e flagellante ferocia introspettiva, verga il Bushido dell’auto-esclusione, veste i panni del ronin di ogni codice morale socialmente condiviso. In Another Life l’hardcore si palesa in tirate improvvise, come un maglio sventra intere pareti ritmiche mentre Rollins,ormai assoluto protagonista del suo film noir, si dibatte alla ricerca di un nascondiglio, di un “passaggio oscuro” che conduca ad “un’altra vita”. Just like you è l’ultima colonna che regge il delicato equilibrio e l’inusitata statura musicale dell’opera; un terzo polo creativo (dopo blues e crossover), quello della psichedelia, diparte linee prospettiche straordinariamente profonde ed irrazionali;le detonazioni anti-uomo dei riff angolari sono una specie di ibridazione fra Rage Against The Machine e Metallica da una parte e la Jimi Hendrix Experience dall’altra. By-passati in un altro contesto, avrebbero potuto fare la fortuna di tanto nu-metal di là a venire (Korn e Fear Factory su tutti). Lo “stop and go” lanciato dall’urlo disumano “Rage!”, nel finale, è una di quelle cose che non dimenticherete facilmente e per cui vale la pena vivere e lottare. Per cui mi rimetto al giudizio dell’ascoltatore onde sottrarre all’oblio cotanto capolavoro.

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 7 voti.
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Emiliano 10/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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DonJunio (ha votato 7 questo disco) alle 20:59 del 9 luglio 2007 ha scritto:

Low self opinion..

..grandissimo pezzo! album tosto e piacevole, l'ultimo di rollins...

ozzy(d) (ha votato 8 questo disco) alle 0:35 del 22 gennaio 2009 ha scritto:

il miglior lascito solista di Rollins, all'insegna del più genuino crossover.Non a caso venne definito da qualche rivista americana l'album jazz più heavy della storia, o qualcosa del genere.

Emiliano (ha votato 10 questo disco) alle 17:07 del 30 gennaio 2010 ha scritto:

Uno dei dischi più belli degli anni'90, senza se e senza ma. Non un solo riempitivo, una tesione che si taglia col coltello; lacrime, rabbia e classe. Blues jam e Obscene perfette.