Deadpeach
2
Con i Deadpeach - con questi Deadpeach - si corre il rischio di prendere un abbaglio clamoroso. Sarà il ritorno al cantato in italiano, e/o la voce irriverente e (im)perfetta di Giovanni, fatto sta che quando Cameriere mi arriva alle orecchie, con quel suo riff ficcante intagliato in un muro di fuzz, non riesco a trattenere il sorriso: il ritratto spietato e ridicolmente intelligente del professionista frustrato, portato da una voce insolente e solo per questo perfettamente adeguata, mi riporta in mente le geniali condensazioni tipologiche della Paolino Paperino Band (Discotecaro, Vigile, Extracomunitario… come dimenticare?). Il fatto, però, è che a ben vedere qui non c’è niente da ridere. 2 è un disco, a suo modo, terribilmente serio. Tra stoner e psichedelia, blues e prog d’annata, quello del trio romagnolo è un credo antico ed autentico, cui votare senza remore l’intera esistenza. Che poi il risultato trascini e diverta è solo conseguenza di un approccio ruspante ma limpidamente onesto, spontaneo, rude e meticoloso al contempo.
Cameriere conquista inizialmente per il piglio ritmico e l’innegabile contagiosità del refrain. Colpisce però - già l’ho detto - per la vocalità. Che, nonostante “la musica sia finita nel 1975” (parole loro, ma non solo), ha un che di punk nell’approccio irriverente e cazzone attraverso cui riesce a rendere l’inadeguato regolarmente credibile: funziona benissimo, per dire, anche in Universo 7, dove la frase è chiaramente troppo sul pezzo, e in Le Scarpe Nuove, che è quasi una canzonetta dentro un simile lavoro, eppure non risulta estranea al contesto. Che poi, insomma, sarà anche l’unica cosa discutibile, ma non è certo sulla voce che ci sarebbe da concentrare l’attenzione. Gli incisi sono brevi - brevissimi i testi, cazzari o metafisici che siano - e sparsi in un tessuto musicale che vive in larga parte della propria strumentalità.
Cavalcate psichiche, potenti, fra vortici di flanger, pieghe di wah e ispide creste di fuzz selvaggio, indirizzate da una chitarra votata ai lunghi (e mai gratuiti, e mai pacchiani) assolo, cesellate fra gli spigoli, solidi ma mai nitidi, di una sezione ritmica altrettanto notevole e per intuizioni e per potere seduttivo. I riff taglienti di Cameriere e Universo 7 si drogano negli acid-blues montanti di Nel Bosco e della splendida L’ora (un omaggio al Settimo Sigillo di Bergman, con tanto di voci tratte direttamente dal film), si stemperano nell’inaspettata tranquillità di Non Sarà, evaporano nei nove minuti - cinque di intro - della monumentale Il Mattino e nei sette della conclusiva, solo strumentale, Bombay.
Blue Cheer e Black Sabbath, Byrds e Jefferson Airplane, MC5 e Hendrix, ma anche - o proprio per questo - tanto della Seattle più emarginante trovano in 2 un brillante punto di incontro: al punto che, e alla faccia di altri ben più noti (Arbouretum?), il lavoro suona - ed è paradossale - “quasi” moderno. Il segreto, per dischi così, è semplicemente l’attitudine (quella cosa che, ad esempio, ha dato un senso al movimento punk…). E poi sì, questi suonano anche parecchio bene: ottima la chitarra, ottimi i doppiaggi sugli assolo e ottime le frasi; ottima la sezione ritmica, esaltata dalla generosità di Steve che non risparmia - quando serve - note al suo basso (mi viene in mente - ma vale se è post 1975? - Joe Lally che porta il reggae nei Fugazi) e dalla “saggezza” creativa di Fede alla batteria, sempre in equilibrio, mai prevalente, mai secondario. Un plauso, in chiusura, anche all’artwork di Lorenzo Anzini: raramente una copertina riesce così nitidamente a racchiudere in sé la natura della musica che dovrebbe rappresentare. Bravi tutti.
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