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R Recensione

9/10

The Band

Music From Big Pink

Inizialmente guardato con un pizzico di sospetto da un pubblico che non si era ancora ripreso dai postumi della sbornia psichedelica presasi l’anno precedente – ricordiamoci che siamo ancora in pieno ’68 – “Music From Big Pink” è un piccolo grande disco, uno di quelli che entrano nell’anima e al tempo stesso fissano le direttive che da lì a poco centinaia di musicisti non esiteranno a seguire con entusiasmo. Non stupisce pertanto che sia il punto di partenza obbligato quando si intende parlare della Band e, più nello specifico, della genesi di un sound fra i più influenti e riconoscibili di tutti gli anni ‘60s.   

La “Music From The Big Pink” segue precise coordinate geografiche e culturali per mostrarci un luogo che prima non esisteva, se non nelle nostre menti. Un luogo in cui il tempo si è fermato, in cui la mitologia ha ancora il potere di destare stupore ed ammirazione, in cui l’agire umano è scandito dal ciclo delle stagioni, dalla terra, dalle piogge, dalle praterie. Un luogo in cui convergono tutti i possibili passati (anche quelli inventati, perché no?) e le favole raccontate nell’infanzia. Un luogo nel quale, grazie al bagliore della memoria, ogni cosa, anche la più semplice e banale, riacquista nuova luce, nuova vita. Così è pure la musica del quintetto: umile, favolistica, intrisa di un’innocenza perduta e un candore che latitano in molte altre opere di quegli anni. Una musica che non ha nulla da spartire con le audaci sperimentazioni tonali di Velvet Underground, Silver Apples e Kaleidoscope ma che, anzi, assieme al meno riuscito “John Wesley Harding” di Dylan (uscito pochi mesi prima), si pone come una suggestiva quanto acuta riscoperta delle radici musicali proprie di un’America che si assurge a modello culturale e musicale prediletto.

E’ proprio nella sobrietà e nella purezza della tradizione che il chitarrista-compositore Robbie Robertson e i suoi quattro insostituibili compagni di viaggio individuano il caposaldo su cui imperniare la propria poetica. L’obiettivo è proprio quello di creare un sound intimo che si discosti il più possibile da ogni parvenza di artificiosità, di finzione. Ciò non deve però indurre a ritenere che il suono sia approssimativo o amatoriale: ogni brano, infatti, è frutto di attenti studi sull’acustica e sulla caratterizzazione da dare ad ogni singolo strumento, nonchè di astuti accorgimenti in fase di registrazione. Le parole di Robertson, in questo senso, sono assai chiare: “Volevo che le percussioni avessero una precisa connotazione. Volevo che il pianoforte non suonasse come un grosso Yamaha a coda, ma come un pianoforte verticale. Volevo creare queste immagini nelle vostre menti. Volevo questi sapori”.

Per perseguire questo intento sono stati necessari i preziosi apporti di quattro fra i più preparati musicisti dell’epoca: Richard Manuel (pianista efficacissimo e sublime cantante dalla voce morbida e vellutata), Rick Danko (bassista potente e preciso, violinista, cantante ruvido e concreto), Garth Hudson (organo, fisarmonica, sassofoni, tromba…praticamente un’enciclopedia musicale vivente!) e Levon Helm (batterista, cantante passionale nonchè abile mandolinista). Guidati dalle loro notevoli capacità tecniche (ma niente virtuosismi, please), dalla voglia di giocare con il passato e soprattutto da una immensa umanità, i cinque flirtano con un ricchissimo armamentario tendenzialmente retrò per dipingere undici quadretti dalle preziose tinte pastello che brillano per coerenza e solidità. Più di ogni altra cosa, sorprende il fatto che questi musicisti, seppur dotati di personalità autonome e ben definite, riescano con esiti entusiasmanti a divenire parte di un “tutto”, a non peccare di egocentrismo, a trovare una invidiabile via di mezzo fra la spinta sanguigna delle ritmiche e le delicate, soffici nuvole rosa delle armonie.

Lontano anni luce dai viaggi lisergici e i colori sgargianti dell’estate dell’amore, “Music From Big Pink” (il nome bizzarro è un omaggio alla grande casa rosa immersa nella campagna dove il gruppo ha composto e provato i brani) è caratterizzato dalla costante ricerca di un equilibrio (sia armonico che interiore), dal senso della misura, dall’oculato dosaggio di innovazione e conservazione. Eppure l’impresa compiuta da Robertson e soci risulta molto più complessa e subdolamente geniale di quanto non possa apparire ad una lettura superficiale, giacchè al recupero di una dimensione prevalentemente acustica e all’attenzione quasi maniacale per la forma, si affianca un’idea di canzone in cui folk, country, gospel, rock, blues, soul e rag-time vengano valorizzati non in funzione del loro fascino nostalgico ma in quanto elementi privilegiati con cui abbozzare una sorta di “new american music” di impressionante vitalità.

Un primo, splendido esempio di questo modus operandi è l’iniziale “Tears Of Rage”, una sofferta ballata scritta a quattro mani da Bob Dylan e Richard Manuel nel ’67 durante le registrazioni dei leggendari “Basement Tapes”. Nel brano si fondono quasi magicamente la cadenza di uno spiritual, un organo gospel, i fiati impalpabili come da lezione soul, gli assoli minimali di un Robertson più che mai influenzato – come egli stesso ha più volte riconosciuto - dallo stile di Curtis Mayfield (sentite che riverbero usa per filtrare il suono della sei corde e smaterializzarlo in un ronzio metallico!) e la pronunciata attitudine rock della base ritmica. Raccoglimento ed ansia di redenzione fanno capolino nella interpretazione magistrale di Manuel, intento a distillare sangue e miele dai tasti del suo pianoforte e a deliziarci con un canto dal quale grondano allo stesso tempo dolore ed estasi.

Altro momento memorabile è la celeberrima “The Weight”, un mid-tempo pregno di epicità e colmo di geniali sottigliezze, come il capolavoro di economia espressiva che è il lavoro di Robertson alla sei corde, la spigliatezza giocosa di un Hudson che per una volta si cimenta al pianoforte e, naturalmente, il sublime rincorrersi delle tre voci durante il chorus. Quest’ultimo è probabilmente uno dei momenti più emozionanti del disco, un passaggio in cui tutto è calibrato alla perfezione: prima l’ingresso della fanfara pianistica, poi l’incalzare della batteria ed infine le ugole di Helm, Danko e Manuel che snocciolano tre frasi all’unisono e successivamente riemergono una alla volta - come in un mottetto medioevale - dal silenzio improvviso e riportano il brano in vita proprio quando sembrava essersi spento.

La sofisticata perizia del gruppo viene a galla sia nei momenti più dinamici (la ruggente “To Kingdom Come”, i cambi di ritmo della sbarazzina “We Can Talk”, la sorprendente “Caledonia Mission” che alterna la dolcezza infinita delle strofe ad un ritornello all’insegna di uno zoppicante blues elettrico) che in quelli più pacati (come nelle sfumature arcobaleno di “In A Station” o nella riuscitissima cover “Long Black Veil”), a dimostrazione di come la musica del quintetto sia un contenitore di invenzioni armoniche e stilistiche virtualmente illimitato.

In tal senso, la suprema “Chest Fever” è uno delle loro canzoni più sperimentali: introdotto dall’organo pastoso e classicheggiante di Hudson (che più in là si prodigherà in entusiasmanti assoli “bachiani”) e marchiato a fuoco dalla voce di uno spiritato Manuel, il brano è un rock tesissimo, compattato da un ritmo funkeggiante che si conferma uno dei loro più evidenti punti di contatto con la musica nera. E a proposito di black music, è impossibile non citare il capolavoro in slow-motion “Lonesome Suzie”, un momento di tristezza assoluta, un soul di profondità abissale da cui il falsetto di Manuel (anche qui nelle vesti di autore) emerge in tutto il suo cristallino splendore.

Gli ultimi due brani, anch’essi concepiti durante le sessions dei “Basement Tapes” e frutto della collaborazione con Sua Maestà Zimmerman, concludono l’album nel miglior modo possibile. “Wheels On Fire” (Dylan – Danko) è infatti una scoppiettante corsa in moto che si tinge di oscuri presagi man mano che la splendida melodia progredisce e le tastiere affrescano paesaggi sempre più sinistri. Fortunatamente il clima di tensione si stempera non poco nel chorus, ma lungo tutto il tragitto permane la stessa agitazione, lo stesso tormento interiore, la stessa ansia di libertà. Ansia di libertà che nella conclusiva “I Shall Be Released(Dylan) si eleva fino alla volta celeste e lì si scioglie in calde lacrime di paradiso, mentre il canto di Manuel è ridotto ad un coriandolo di luce che fluttua fra le stelle e il suono dell’organo di Hudson si tramuta in una vibrazione celeste che attraversa l’anima. Semplicemente uno dei più grandi finali mai architettati per un’opera che ancora oggi lascia di stucco per inventiva, coraggio e preveggenza.

Dopo l’uscita di “Music From Big Pink” un po’ tutto il mondo del rock fà marcia indietro e abbandona le sgargianti tinte psichedeliche in favore di sonorità più pacate o marcatamente roots. La lista dei nomi che sono stati contagiati dall’operazione messa in atto dalla Band è davvero lunga ma vale la pena ricordare almeno la svolta country-rock dei Byrds con “Sweetheart Of The Rodeo”, il tuffo dei Beatles nella tradizione americana con il “White Album”, il tono acustico e pensieroso che i Grateful Dead infonderanno in dischi come “Working Man’s Dead” e “American Beauty”, il rispolvero del blues del Delta messo in atto dai Rolling Stones con “Beggar’s Banquet” e “Let It Bleed”, l’intreccio fra rock e folk inglese ideato dai Fairport Convention sull’epocale “Liege & Lief”, nonchè il suono scarno ed aggressivo che i Jefferson Airplane perfezioneranno per il capolavoro “Volunteers”. Vi bastino questi pochi esempi per riflettere sull’importanza decisiva che la Band ha rivestito nel tratteggiare le coordinate della musica popolare di fine anni ‘60 . Vi basti ascoltare ”Music From Big Pink” per capire come ciò sia stato possibile.

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Voto degli utenti: 9,5/10 in media su 20 voti.
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DonJunio 10/10
thin man 10/10
Cas 9/10
lev 9/10
rael 8/10
sarah 10/10
H2O_LUCA 10/10
dalvans 10/10
REBBY 9/10
zagor 10/10
ThirdEye 10/10

C Commenti

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DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 11:25 del 13 luglio 2007 ha scritto:

heart of gold

album meraviglioso dalla prima all'ultima nota, recensione perfetta.

Nadine Otto alle 18:26 del 13 luglio 2007 ha scritto:

Tears of genius

Recensione raffinattissima per un capolavoro del rock.

thin man (ha votato 10 questo disco) alle 18:15 del 22 luglio 2007 ha scritto:

Il nome della band dice tutto

Grandissima recensione, anche se John Wesley Harding è uno dei miei dischi preferiti di Dylan, tra l'altro autore della copertina.Che dire sul disco? Uno dei più belli di tutti i tempi alla pari del disco omonimo del 1969, sicuramente ancora più americano

loson, autore, alle 21:03 del 27 luglio 2007 ha scritto:

RE: Il nome della band dice tutto

Ciao! Ho scritto io la recensione e ti ringrazio per i complimenti (così come ringrazio coloro che hanno lasciato gli altri commenti positivi). Ci tenevo solo a spendere un paio di parole su John Wesley Harding: anche a me piace moltissimo, figurati, ma mi sembra meno riuscito dei primi due dischi della Band, per il semplice fatto che non è rifinito, in alcuni punti la scrittura non è incisiva, il suono è bello ruspante (a tratti grezzo) ma meno "meditato". Questo è anche il suo fascino, non fraintendermi, ma secondo me quel che Robertson e i suoi hanno fatto con Big Pink è un'altra cosa, anche sotto il profilo filologico. Ciò non toglie che nel disco ci siano diversi brani splendidi (I Dreamed I Saw St. Auguustine è fra le mie cinque canzoni preferite di Dylan in assoluto, uno dei suoi testi più personali e poetici). Concordo poi che il secondo album della Band sia un altro gioiello. Assolutamente imperdibile!

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 18:24 del 20 ottobre 2007 ha scritto:

the weight!

Si, "john Wesley Harding" ha avuto certamente una funziona da "ponte" fondamentale, ma concordo appieno sul giudizio che da' Matteo. Anche a me "I dreamt I Saw St. Augustine" piace da matti, ma il resto non è proprio all'altezza. Tra gli album che hanno ispirato "Music from Big Pink" però citerei anche "Sweetheart of the rodeo" dei Byrds, e il seminato di Gram Parsons.

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 18:06 del 16 febbraio 2008 ha scritto:

incredibile come ogni singolo pezzo ti si incolli addosso! ottima recensione per un disco immenso

lev (ha votato 9 questo disco) alle 22:47 del 15 marzo 2009 ha scritto:

un grazie al "baffo" del rock jazz emporio di verona, che mi consigliò questo disco (oltre a tanti altri gioellini) molti anni fa. un disco senza tempo, che fin da adolescente ascolto sempre con immenso piacere.

H2O_LUCA (ha votato 10 questo disco) alle 12:53 del 27 aprile 2011 ha scritto:

Sea

Voglio morire: fantastici

dalvans (ha votato 10 questo disco) alle 14:35 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Epocale

Il primo capolavoro della Band

galassiagon (ha votato 10 questo disco) alle 17:14 del 5 ottobre 2011 ha scritto:

Io amo la Band. Continuo a pensare che siano i migliori di sempre. Almeno nei primi 2 album

nebraska82 (ha votato 10 questo disco) alle 13:14 del 7 dicembre 2012 ha scritto:

"tears of rage" credo sia une delle canzoni più belle mai scritte, seriamente. disco da favola per intero, machetelodicoafare.

zagor (ha votato 10 questo disco) alle 20:54 del 26 marzo 2013 ha scritto:

Disco da favola e bel ripescaggio. La parte di organo in "Chest Fever" è da goduria infinita, e avrebbe ispirato un brano del primo Led Zeppelin ( "your time is gonna come" mi pare").

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 23:48 del 3 marzo 2014 ha scritto:

Capolavoro totale. Assieme alle "Basement Tapes" con Dylan, altro capolavoro immenso