Primal Scream
Beautiful Future
A vederli di recente, fotografati sulle pagine dei tabloid d’oltremanica, pare che Bobby Gillespie e Gary “Mani” Mounfield siano ufficialmente stati insigniti del titolo – concesso, in passato, soltanto a Rolling Stones e pochi altri – di “sfattoni più chic dell’impero britannico”. Nulla di male, non fraintendetemi: l’onorificenza spetta loro di diritto; e forse anche per assenza di contendenti, specie se si sbirciano i faccini puliti e freschi dei novelli entertainer nu-new wave. D’altronde, con carriere come le loro puoi permetterti tutto, anche di cadere nei cliché o nel cattivo gusto (consultare la voce “varie occasioni in cui hanno giocato spudoratamente a fare i cloni di Jagger & Richards” per trovare conferma). Potrebbero perfino mettersi a collaborare con Raul Casadei e ne uscirebbero sempre lindi, immacolati (in senso figurato, ovviamente). Magari un po’ sputtanati, certo, ma mai sepolti dai fischi. Sono dei veri assi, questi due.
Il loro passato è cosa nota a chiunque abbia frequentato anche di striscio la popular music degli ultimi vent’anni: prima alfieri “floreali” dell’80’s indie-pop (Gillespie già coi Primal, Mani ancora con i “mad-cuniani” Stone Roses), poi faccini sorridenti – e ripieni di ecstasy – a sudare in compagnia di Andrew Weatherall e Orb nei club britannici in pieno boom acid-house (stiamo parlando, obiouvsly, del miliare “Screamadelica”, nonché del solido “Vanishing Point” che segnò anche l’ingresso di Mani in formazione), infine terroristi sonici in pieno delirio agit-prop sull’esaltante miscela techno-punk di “XTRMNTR” (2000). In mezzo ci stanno pure le cavolate, ma quelle ricadono nelle concessioni di cui al paragrafo precedente, non fanno testo.
All’indomani di un lavoro deludente come “Riot City Blues”, riecco quindi spuntare tutto l’armamentario futuristicamente retrò di cui i nostri vanno fieri: gorgheggi lascivi, chitarre toste, basso gommoso, riuscitissimi ammiccamenti al dancefloor. “Beautiful Future” lo chiamano loro. In sostanza, si tratta di recuperare una seppur deviata purezza “indie” dopo le concessioni alle banalità mainstream del disco precedente. Non sorprendano quindi i nomi dei due produttori coinvolti nell’operazione, ossia l’eccentrico Björn Yttling degli svedesi Peter Bjorn and John, e quel Paul Epworth che, sia come produttore (Bloc Party, Futureheads, Sam Sparro, Rapture) che come remixer (Goldfrapp, New Order, Interpol) ha già impresso il proprio sigillo sull’estetica “transgenica” del nostro tempo.
Proprio i due brani su cui quest'ultimo mette le mani, posti in apertura, ribadiscono il concetto: la Title-Track è una scampanellante filastrocca glam-pop (quel pianoforte-giocattolo percosso alla Brian Eno, le stilettate chitarristiche di un Mick Ronson…) che riesuma tutto il gioioso melodismo di “Sonic Flower Groove” senza per questo copiarne le filigrane jingle-jangle, laddove il primo singolo “Can’t Go Back” copre di synth alla Gary Numan un tiratissimo garage-rock che non avrebbe sfigurato su “XTRMNTR”. Si delinea fin da subito un modus operandi basato sul reiterato – ed invariato – utilizzo di due, al massimo tre sezioni distinte, con Gillespie finalmente conscio del fatto che ai Primal Scream non servono testi completi, giusto un paio di frasi lapidarie a cui ancorarsi per dettare il groove.
Un lavoro davvero pregevole, questo “Beautiful Future”. In alcuni episodi persino micidiale, come in quella “Uptown” che screzia una base vagamente italo-disco con rumorismi “krauti” e archi “Philly soul”, nell’electro scurissima di “I love To Hurt (You Love To Be Hurt) ad accompagnare le moine della volpina brasiliana Lovefoxxx (Cansei De Ser Sexy), o ancora nella marziale e “velvetiana” “Beautiful Summer”. Soprattutto sa essere squisitamente “superficiale” (“The Glory Of Love”), porsi come subdolo gioco di specchi, di superfici riflettenti, di involucri.
Non manca, purtroppo, qualche riempitivo. A deludere sono soprattutto il gospel decerebrato di “Zombie Man” (è uno scherzo, vero?) e il riffone tirato troppo per le lunghe di “Suicide Bomb”, ma persino “Over And Over” – brano dei Fleetwood Mac che pensavo indistruttibile – cede sotto le quintalate di zucchero che Gillespie dispensa quando fa il pupetto innamorato (di certo avrà chiuso gli occhi e pensato a Kate Moss, ben sapendo che davanti a lui stazionava l’arzilla nonnina Linda Thompson!).
Posto in chiusura, l’incrocio bastardo fra Neu! e Stooges di “Necro Hex Blues” (Josh Homme dei QOTSA alla sei corde) fa risalire sensibilmente le quotazioni del disco. Un disco che, a scanso di equivoci, si fa apprezzare proprio per il tentativo palpabile di racchiudere le diverse (configgenti?) anime della band, mostrando una vitalità impensabile per musicisti attempati e, per giunta, appena usciti dal coma creativo di “Riot City Blues”. Loro però sono i Primal Scream, mica degli U2 qualsiasi. E ci sanno ancora fare, credetemi. Tirando le somme, un 7 pieno.
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