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R Recensione

8,5/10

Afghan Whigs

Congregation

Conosco i tuoi vizi, Greg. Il tuo peccato originale. La tua dannazione. E’ qualcosa che ci accomuna, il disperato fatalismo di chi sopravvive nonostante tutto. Sei un figlio di buona donna, Greg. Ma ti voglio bene lo stesso, perché sai cercare la bellezza anche quando il buco che hai sullo stomaco è riempito da solitudine e malinconia. Soprattutto da quei momenti di solitudine e malinconia. Questo è il destino dei perdenti dentro, ridotti a dannarsi e a celebrare un’infinita assenza, e tu sai cosa vuol dire. Ti lacera con calma, l’assenza di un corpo desiderato, del fondotinta nero sugli occhi chiari di lei, delle sue labbra morbide. Non ci resta che baciare il pavimento dove la nostra musa camminava a gambe nude, come vampiri lontani dalla luce (“Kiss The Floor”), e tornare alle confessioni incapaci di barare, alle dediche, alle fottute congiure personali (l’acido wah-wah funk del J. Mascis in occhiali scuri di “Conjure Me” ). Forse l’amore è un oggetto indecifrabile ma il suo vuoto fa dannatamente male, Greg.

“…And walk the mile into this web of my conspiracy. I'm gonna turn on you before you turn on me…I'm in a hole, but i don't feel the safety net. I have your soul, but i am wasting it…”

Il rock passionale e turgido degli Afghan Whigs ci manca molto in anni di innocue “new sensations” preconfezionate. La band di Greg Dulli (oggi gran cerimoniere nei Twilight Singers e Gutter Twins) fu una delle migliori invenzioni emerse dall’alta marea anni Novanta. Avevano addosso l’urgenza irrequieta e rumorosa di un Bob Mould nevrastenico, però già intravedevi in certi passaggi un caldo vigore di matrice black legato all’ascolto dei vecchi vinili Motown e Atlantic (l’hardcore appena mitigato di “Big Top Halloween”, 1988). La definitiva maturazione di “Congregation”, stampato il 31 gennaio 1992, eredita e imbastardisce gli umori grunge dell’esordio Sub Pop “Up In It”, ed è qui che il gruppo di Cincinnati fa la differenza e inizia a prendere le distanze da Seattle e dintorni. Simbolica e bellissima la copertina: una giovane donna afroamericana con una neonata bianca che piange, nude su un drappo rosso in un abbraccio carnale e materno.

“…And wait until tomorrow night i can't recall yet if i'm black, or if i'm white or wrong…I am your creator, come with me my congregation…Get up i'll smack you back down…”

Una potente metafora che tornava all’origine della progenitura rock, la madre nera soul e le grida del nascente r’n’r bianco avvinghiati e inseparabili, e un’efficace sintesi visiva di ciò che ascolteremo. Il cordone ombelicale con il vecchio rhythm and blues non è mai stato reciso nella musica alternativa dei quattro “afgani”, e se la loro benedetta diversità dal resto del carrozzone non ebbe all’epoca l’eco che meritava (“un dono e una maledizione” secondo le parole di Dulli) noi reduci in flanella sappiamo quanto furono importanti e preziosi nella nostra valigia dei ricordi. L’asciutta produzione di Greg Dulli e Ross Ian Stein esalta i toni di un sanguinante golgota sentimentale e i torbidi chiaroscuri di relazioni fallite (l’intro “Her Against Me”, piccola rosa di spine con una virginale Miss Ruby Belle al canto, “Let Me Lie To You”, strepitosa e lirica ballad di ferite non rimarginate, il folk passionale di “Tonight”). Un suono salato di lucida abnegazione poetica, triste e aggressivo, che nell’alchimia tra l’urlo negro e appassionato di Dulli, le sei corde di ruggine e miele del buon Rick McCollum e l’affiatata sezione ritmica con Steve Earle alla batteria (omonimo del cantautore di Fort Monroe) e John Curley al basso trova il suo baricentro ideale a un’eclettica “congregazione” rock-soul.

“No one to play with your eyes are all swollen from crying…Feeling sick. You open it, and discover your lover between the legs of another…”  

In quella voce stropicciata di notti bianche e troppo alcol, senza possibilità di redenzione, c’è tutto il senso di perdita e dipendenza che attraversa “Congregation”. Dipendenze da droghe chimiche e sessuali: il lascivo vortice elettrico di “I’m Her Slave” che implode su un piano ragtime e in decadente rabbia repressa (“Turn On The Water”) e la catarsi di una corale “The Temple” ripresa da “Jesus Christ Superstar” sono tagli indelebili sulla pelle di un’anima malandata. Perdita di un’amante, dell’alcova che ora ti circonda di fiamme e demoni, di un genio che saluta questa terra di lacrime. Singolare, a proposito, la storia dietro “Miles Iz Ded”, memorabile ghost-track suggerita (a registrazioni ormai concluse) dall’amico discografico David Katznelson il giorno della morte di Miles Davis. Il riff lancinante di McCollum e le rullate di Earle faranno il resto in una fulminea session di studio, consegnando all’epica maudit di Dulli uno dei suoi vertici assoluti. “Don’t forget the alcohol” è una frase che non dimenticheremo facilmente, Greg. Tantomeno il viscerale romanticismo dei tuoi Profughi Afgani.

 

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Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 5 voti.
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ThirdEye 8,5/10
luca.r 7/10

C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 14:08 del 8 aprile 2011 ha scritto:

il loro miglior disco, quando erano ancora sia ruspanti/viscerali che sexy/notturni. "turn on the water" autentico inno, lirica e trascinante, tra le migliori canzoni dell'era grange....bella rece dottò, m machetelodicoaffa'!!!!!

unknown (ha votato 8 questo disco) alle 19:19 del 23 maggio 2014 ha scritto:

gran disco...un gradino sotto gentlemen secondo me..ma molto meritevole