V Video

R Recensione

8/10

George Harrison

All Things Must Pass

E’ un fatto che le carriere soliste dei quattro Beatles, una volta sciolto il loro sodalizio, non siano minimamente comparabili rispetto a quella del gruppo, a classico esempio dell’unione che fa la forza; il loro è un caso lampante di come l’amicizia e la solidarietà per un verso, la rivalità e la competitività per l’altro, abbiano insieme dato corso ad una lievitante osmosi dei rispettivi talenti, moltiplicando all’estremo qualità ed efficacia della comune proposta musicale.

Nel 1971 era ancora troppo presto per sintetizzare tale concetto; la carriera solista dei quattro era agli inizi ed anche il successo di questo primo, inaspettatamente corpulento album di George Harrison (seguito l’anno dopo da un secondo disco triplo, stavolta dal vivo!) poteva far tranquillamente presagire (a torto) che pure gli anni settanta avrebbero avuto i quattro di Liverpool, chi più chi meno, fra i protagonisti assoluti.

Harrison in particolare, in quel fatidico inizio di decade, era caricato a molla dalla presa di coscienza, umana religiosa e musicale, con la quale stava riuscendo a trarsi d’impiccio dai casini accumulati col gruppo. Gli insegnamenti orientali in particolare, vero linimento alla sua natura scorbutica ed introversa, stavano giovando così tanto a tutto il suo essere da fargli decisamente cambiare anche l’approccio al suo strumento, alla composizione ed al mondo musicale in generale.

Dai trascurabili suoi riempitivi inseriti nei primi lavori dei Beatles, gentili concessioni dei due boss amici suoi al comando delle operazioni, era passato, sin dal 1966, a suggestive, anche se didascaliche, contaminazioni con la musica indiana, per poi approdare finalmente, nel 1968 in occasione del “White Album”, alla prima sua grande canzone, perfettamente al livello delle migliori di quelle a firma Lennon/McCartney e cioè “While My Guitar Gently Weeps”. Il successivo “Abbey Road” vedeva addirittura i tre compositori della formazione sullo stesso piano qualitativo, con i due contributi di George più che decisivi per elevare il livello dell’album.

Tempi di riscossa quindi, anche nel 1971, per il non più schivo e defilato George Harrison, che per fortuna non segue l’esempio dei suoi ex-colleghi e non tenta di sublimare il senso di abbandono per la fine dei Beatles infilando la propria amata, ma zero talentuosa moglie nelle sue cose musicali. Nel corso degli ultimi anni poi, grazie ai parecchi rifiuti di sue composizioni per i Beatles subite dagli arroganti John e Paul, gli si era accumulato un bel po’ di materiale di qualità ed era venuto il momento di farlo uscire fuori.

All Things Must Pass” raccoglie appunto gli sforzi e le idee migliori di Harrison dell’ultimo periodo ma non solo, giacché buona parte delle composizioni risale ai tempi dei Beatles. Per questa ragione è un disco abbondante, in realtà un doppio LP, poi diventato triplo grazie all’aggiunta di un pleonastico collage di improvvisazioni in studio, assai piatte e poco interessanti, con la banda di amici riunita da George che caracolla a ruota libera sui soliti striminziti cambi di accordo blues: una coda tediosa e pressoché inutile.

Prima di essa, comunque, vi è una collezione di ben diciotto canzoni (diciannove nella ristampa su due CD del 2001, più quattro versioni alternative) corposa, suggestiva e personale: il chitarrista Harrison di quegli anni ha ormai smesso di scimmiottare il suo mito Al Perkins in assoli countryeggianti e scolastici, ha trovato il suo suono e la sua attrezzatura: Fender Stratocaster passata attraverso l’amplificatore Leslie dell’organo. Gli è poi sgorgato dal profondo un suo stile del tutto personale molto “cantato” e zuccheroso, specie alla slide guitar, tanto da essergli invidiato anche dal suo amicone Eric Clapton. George con quest’album si guadagna il rispetto di tutti, dei musicisti e dei compratori di dischi, attratti dall’inedita, “indiana” dolcezza delle atmosfere, ora gioiose ed ora malinconiche, che permeano l’album.

Il capolavoro della raccolta si intitola “Isn’t It A Pity”, un lungo mantra agrodolce sulla fine dei Beatles, giocato interamente sul susseguirsi ancestrale di tre soli accordi il secondo dei quali, una “diminuita” di iperatmosferica efficacia, è capace da solo di rendere tutti indispensabili gli oltre sette minuti di questa nenia dolente e fatalistica. L’indimenticabile melodia, sospesa e circolare, vagola dolciastra e mite sull’imperioso tappeto delle dodici corde e del pianoforte, strumenti sottoposti insieme a tutti gli altri allo speciale trattamento “Wall Of Sound” (in pratica, riverberazioni all’estremo) del produttore Phil Spector, molto in voga in quegli anni. Passò di moda alla svelta questo sciabordio infinito di suoni, ma risentito oggi a distanza di tanti anni aggiunge un sapore d’epoca estremamente affascinante.

Il singolo trainante “My Sweet Lord” è invece l’assoluto momento celebre in scaletta. Qui la slide di Harrison è al suo massimo potenziale, altissima nel missaggio, senza paura. Le vicende di plagio che hanno compromesso la memoria storica di questo brano sono, benché provate e giustificate, poco incidenti sul giudizio generale su di esso: resta un grandioso esempio di canzone universale, una preghiera pop semplicissima e squisita. Quanti avranno pensato a suo tempo che il “Lord” del titolo e del testo fosse il Dio cristiano? Niente di tutto questo invece, Harrison era in realtà, e lo sarà per tutta la sua vita, in tutt’altre culture e filosofie affaccendato.

Altre bellissime cose in giro per l’album si intitolano “Wah wah” (non il pedale per chitarra, ma il continuo cicaleggiare di avvocati, impresari e amministratori alle riunioni della società Apple, a cui Harrison era costretto ad assistere in qualità di socio di maggioranza: grande!), “Beware Of Darkness” e soprattutto il brano che dà il titolo a tutta l’opera, altra filosofica e induistica riflessione sulla grande avventura dei Beatles ormai alle spalle, pregna di un rimpianto composto e fatalistico.

Questo disco simboleggia dunque il periodo d’oro del chitarrista dei Beatles, entrato in forma, per così dire, proprio mentre la formazione a cui apparteneva si era sfaldata. O forse proprio per quello: in quell’anno magico trovò persino l’energia per regalare al suo amico ed ex-compagno Ringo Starr l’unica canzone decente del suo repertorio, ”It Don’t Come Easy”, grande e piacevole successo pop. La firma era di Starkey, la canzone era tutta del generoso Harrison. Altri tempi.

V Voti

Voto degli utenti: 8,1/10 in media su 17 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
PinkMoon 8,5/10
gramsci 8,5/10
inter1964 8,5/10

C Commenti

Ci sono 52 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Paranoidguitar (ha votato 8 questo disco) alle 17:09 del 19 novembre 2008 ha scritto:

George the best

Forse la terza parte di jam è un po' prolissa ma tant'è...per me un album così mccartney non è mai riuscito a farlo. Beware of darkness è una canzone capolavoro, con quell'assolo che ti eleva al cielo.

DonJunio (ha votato 7 questo disco) alle 18:03 del 19 novembre 2008 ha scritto:

Recensione impeccabile. Album buono, lui come musicista non si discute.

Truffautwins (ha votato 9 questo disco) alle 18:11 del 20 novembre 2008 ha scritto:

Ottimo

Uno dei dischi migliori degli anni '70. Almeno sei le canzoni indimenticabili: Wah-wah, Isn't it a pity, Behind that locked door, Beware of darkness,I live for you, Art of dying (solo sulla ristampa del 2001). A parte My Sweet Lord ormai inflazionata.

REBBY alle 18:28 del 20 novembre 2008 ha scritto:

UNO DEI DISCHI MIGLIORI DEGLI ANNI 70

Adesso non esageriamo!

swansong (ha votato 8 questo disco) alle 19:01 del 20 novembre 2008 ha scritto:

Per carità...

non arrivo certo a dire che è uno dei migliori dischi dei 70, ma, senza esitazione alcuna, dico che si beve tutta d'un fiato l'intera discografia solista de due pavoni Lennon e McCartney post beatles! Bellissimo!

REBBY alle 0:16 del 21 novembre 2008 ha scritto:

meglio Harrison, che Lennon e Mc Cartney solisti.

Su questo siamo d'accordo. Però era avvantaggiato

perchè era quello che aveva più cose ancora da dire ...

Paranoidguitar (ha votato 8 questo disco) alle 9:37 del 21 novembre 2008 ha scritto:

RE: meglio Harrison, che Lennon e Mc Cartney solisti.

beh era anche il più giovane del gruppo ed era un po' sottovalutato dagli altri due non come chitarrista, ma come songwriter.

Dr.Paul alle 16:52 del 21 novembre 2008 ha scritto:

io sul meglio harrison "solo" nn sono d'accordo, di buono c'è solo questo disco (che contiene anche qualche cosuccia mediocre)! un po pochino francamente, ok i live sono buoni ma quelli nn fanno granche testo (il bagladesh nei 70, un altro bello è il live in japan primi 90 con la band di clapton...bello bello)

REBBY alle 17:14 del 21 novembre 2008 ha scritto:

Lo immaginavo. Io ho avuto a lungo il triplo

Concerto per il Bangladesh (l'avevo anche comprato

convinto che i soldi andassero a quei poveri diavoli che si eran visti in televisione), che è

stato uno dei miei primissimi acquisti (avevo 13

anni). Io credo che lo scioglimento del sodalizio

storico Lennon/Mc Cartney abbia fatto male ad

entrambi ed abbia di fatto concluso il loro

momento magico artistico (anche se 2 o 3 canzoni

come si deve Lennon le ha fatte). Harrison invece

si era espresso poco e quindi la sua carriera

solista in questo senso è più "importante". Sono

comunque d'accordo con la tua disamina critica

sul valore degli album di George. Ciao Paul.

REBBY alle 16:31 del 16 gennaio 2009 ha scritto:

Devo rettificare un'affermazione sottintesa qui sotto: che Paul Mc Cartney, dopo lo scioglimento dei Beatles, non abbia fatto musica di mio gradimento. In questi giorni sto ascoltando il suo ultimo album a nome Fireman (Electric Arguments) in collaborazione con Youth, ex bassista dei Killing Joke. La prima parte del disco è sicuramente almeno al passo con l'orda di revivalisti 60/70 che ha invaso il 2008. La seconda (da Life long passion in poi) è più

"sperimentale" e suggestiva. Non voglio dire che

sia un capolavoro, ma sicuramente è un album che

merita di essere sentito (e se poi vi garba

ascoltatelo). Il vecio mi ha indubbiamente

sorpreso (che fai dottore: dormi o forse non

ti piace?).

Dr.Paul alle 21:51 del 16 gennaio 2009 ha scritto:

rebby dici a me? si fireman è il side project di macca dal 98, tre album all'attivo, i primi due elettronici...e veramente niente male, questo nn l'ho sentito, alla fine nn posso ascoltare musica 24h al giorno, troppo da fare, m aprovvederò sicuramente! rebby ma tu il forum non lo usi? sotto rece di harrison mi parli di macca, sotto rece di divine comedy posti link di ondarock....ahaha!

REBBY alle 14:51 del 17 gennaio 2009 ha scritto:

Grande Doc! Beh per quanto riguarda i Divine Comedy potresti avere ragione (si tratta pur sempre di concorrenza eh eh eh), ma in questo

caso ho rettificato una mia affermazione qui

presente e ho parlato dell'album che mi ha fatto

cambiare parere (invitandoti, se tu lo vuoi, forse in maniera ermetica alla recensione). Si

tratta di un album, mi sembra, diverso dagli altri

Fireman. E poi dai, a volte in questa sede non si parla nemmeno di musica (non che io lo biasimi),

perlomeno io in questi due casi ero in tema.

Inoltre per quanto riguarda il forum io in quella

sede mi sento come un pesce fuori dall'acqua,

perchè sono il più scarso di tutti in technologia.

Inoltre un anno fa circa ho fatto una domanda sui

Celebration e nessuno mi ha cagato, un'altra ho

preso un cazziatone perchè non uso gli emoticons

(mi sono fatto spiegare da un amico cosa sono) e

per altre cose che non ho capito bene, quindi ...

Qui invece mi sento a casa mia (anche se è del Doop).

Dr.Paul alle 15:02 del 17 gennaio 2009 ha scritto:

"un anno fa circa ho fatto una domanda sui Celebration e nessuno mi ha cagato, un'altra ho preso un cazziatone perchè non uso gli emoticons". Eeeeh un anno fa, ora è tutto nuovo, gli emoticons nn sono obbligatori, x i cazziatoni no problem, abbaiano abbaiano ma sono tutti brava gente...eheheh e poi qualche scazzo ogni tanto serve, è il sale! )

bill_carson (ha votato 9 questo disco) alle 1:41 del 8 dicembre 2010 ha scritto:

meraviglioso

Il miglior disco di un Beatle dopo i Beatles. IMHO.

bill_carson (ha votato 9 questo disco) alle 10:31 del 8 dicembre 2010 ha scritto:

carriera solista di George

In effetti è vero: dopo All Things Must Pass

non è più riuscito a ripetersi, anche se Cloud Nine è un buon disco. Al di là della qualità dei dischi George è stato proprio poco produttivo, senza contare i problemi di voce patiti a metà anni '70. Fumatore accanitissimo.

Degno di nota, però, il progetto TRAVELING WILBURYS, supergruppo assieme a Dylan, Petty, Jeffe Lynne e Roy Orbison. All'attivo 2 dischi, entrambi adorabili.

Lennon solista non mi piace, Macca men che meno, anche se Chaos and Creation in the Backyard, prodotto da Godrich, è un bel disco a parer mio.

DucaViola (ha votato 8 questo disco) alle 8:24 del 6 aprile 2011 ha scritto:

Gran bel disco... alcuni momenti sono sublimi.

DucaViola (ha votato 8 questo disco) alle 10:33 del 11 aprile 2011 ha scritto:

riascoltato ieri sera... bello. Sono andati via i 2 Beatles che preferivo. Sono sempre i migliori a lasciarci.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 8 questo disco) alle 23:31 del 18 agosto 2011 ha scritto:

RE: DucaViola

... Ringo Starr ringrazia per i tuoi auguri di lunga vita (sigh!)-

ThirdEye (ha votato 8 questo disco) alle 14:52 del 23 luglio 2012 ha scritto:

Bello davvero.Senza dubbio alcuno il più bello del buon George.

glamorgan alle 12:57 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

un buon album,ma non tra i migliori degli anni 70,d'altronde trovatemi un ex componente di un gruppo che ha fatto una grande carriera da solista!

phil collins? peter gabriel? mick jagger? roger waters? david gilmour? robert plant? io direi che John lennon è l'unico che ha fatto qualcosa di decente/buono con punti di eccellenza qua e là

tramblogy alle 14:23 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Sting, morrissey, bjork, elliott smith,......

tramblogy alle 14:24 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Sting, morrissey, bjork, elliott smith,......

glamorgan alle 16:32 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

mi ero scordato di loro,però di solito è difficile quando si esce da una band ripetersi ad alti livelli

REBBY alle 17:09 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Di esempi di "fuoriusciti" da gruppi che hanno fatto dei grandi album da "solisti" secondo me se ne possono fare tanti.

I primi che mi vengono in mente, così a braccio, sono Wyatt ed Eno, ma anche Sylvian (almeno 2), Jeff Beck (almeno 2), Stan Ridgway (almeno 1), Peter Green (almeno 1), ...

Poi la pensiamo diversamente anche sul fatto che Peter Gabriel non abbia fatto una grande carriera da solista...

Comunque non mi pare ci sia una regola.

nebraska82 alle 17:49 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

"trovatemi un ex componente di un gruppo che ha fatto una grande carriera da solista!" Lou Reed, John Cale, Neil Young, David Crosby, Peter Gabriel, Jason PIerce, Mark Lanegan più quelli citati da rebby e altri ancora.

tramblogy alle 18:44 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Io ho messo i piu straccioni...non volevo imbarazzare..ghghgh...

loson alle 18:47 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Tram, ma Bjork "stracciona"? Nooooooooo!!! ;DDDD

loson alle 18:49 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

edit - quel "noooooooo!" immaginatelo in modalità Jean-Claude da Mai Dire Tv XD

tramblogy alle 18:50 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

AhahaH...volevo metterlo tra virgolette...ma cavolo, mi avete tirato fuori un elenco di artisti classici da paura!!!..

loson alle 18:54 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Il migliore è stato Mino Reitano, prima militante nei Franco Reitano & His Brothers...

nebraska82 alle 18:54 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

anche robbie williams ha avuto una carriera strepitosa dopo i take that. per non parlare di justin timberlake dopo gli Nsync, piace pure a pitchfork e zingales!

loson alle 18:57 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Beh, l'accoppiata Timberlake/Timbaland con "Cry Me A River" ha cesellato un gioiello.

nebraska82 alle 18:54 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

anche robbie williams ha avuto una carriera strepitosa dopo i take that. per non parlare di justin timberlake dopo gli Nsync, piace pure a pitchfork e zingales!

tramblogy alle 18:55 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Mi sento che abbiamo dimenticato un pezzo grosso....

REBBY alle 19:02 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Chi è? Van Morrison?

nebraska82 alle 19:28 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Nick Cave? Julian Cope? piero Pelù?

tramblogy alle 20:26 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

glamorgan alle 12:31 del 8 gennaio 2013 ha scritto:

però nel caso di van morrison è successo il contrario,o sbaglio? meglio da solista,o perlomeno carriera più longeva

Io intendevo qualcuno che ha militato in un gruppo con tanti anni di carriera(almeno 10) e album alle spalle,tipo pink floyd,beatles ecc.In quel caso è più difficile ripetersi,poi come al solito non esiste una regola.

Mia curiosità: david bowie ha mai fatto parte di un gruppo musicale?

tramblogy alle 14:06 del 8 gennaio 2013 ha scritto:

Si, ha iniziato così....ma nei gruppetti, da giovincello, non credo abbia inciso...

Dr.Paul alle 14:29 del 8 gennaio 2013 ha scritto:

glamorgan compra una bella encicopedia del rock!

glamorgan alle 15:16 del 8 gennaio 2013 ha scritto:

buona idea,colmerò le lacune

nebraska82 alle 18:37 del 8 gennaio 2013 ha scritto:

comunque come dice rebby non c'è una regola precisa. ad esempio eric clapton ha avuto una carriera solista acclamata e fortunata, però per me le sue cose migliori resteranno sempre quelle con yardbirds e cream.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 8 questo disco) alle 7:46 del 9 gennaio 2013 ha scritto:

... e di "meglio solo che male accompagnato" non diciamo niente??!! ... per giunta sui proverbi non si paga l'imu!!

tramblogy alle 14:33 del 9 gennaio 2013 ha scritto:

Dillo a quel cogl..ne di Martin Gore!

tramblogy alle 14:34 del 9 gennaio 2013 ha scritto:

Dillo a quel cogl..ne di Martin Gore!

Paolo Nuzzi (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:56 del 27 maggio 2015 ha scritto:

Gran disco, il suo terzo solista, il primo dopo lo scioglimento dei Fab Four, ma in realtà è l'unico davvero superlativo nella carriera di George, non sono d'accordo con chi scrive che la sua carriera sia migliore di quella di Macca e John, Plastico Ono Band, Imagine, Band on the Run, Flowers in the dirt, sono comunque dischi egregi e in alcuni punti addirittura superiori a questo. La title track, comunque, da brividi, per non parlare di Beware od Darkness... Ottima recensione

Giuseppe Ienopoli (ha votato 8 questo disco) alle 0:56 del 28 maggio 2015 ha scritto:

... rimane l'enigma della copertina con George nella sua tenuta vittoriana di Friar Park, seduto con ai suoi piedi quattro gnomi d'epoca (!) o nani da giardino (?) ... stivali e cappello in sintonia di look con le statuine di gesso o "di coccio" distese sul prato ... la foto è intrigante e presuppone una didascalia che aleggia ma non si esplicita ... che io sappia il significato non è stato mai chiarito ufficialmente ... unico indizio il titolo dell'album che sovrasta la scena.

... se può interessare ... Lennon, esperto di sberleffi, non la prese bene ... mi piace pensare che lassù avranno già chiarito.

@ Paul McNuzzi ... fatti due ascolti in cuffia di Cloud Nine (1987) ... converrai con me che resta il disco più innovativo di Harrison.

Paolo Nuzzi (ha votato 8,5 questo disco) alle 9:02 del 28 maggio 2015 ha scritto:

ahahah Sì sì, è vero. Di Cloud Nine ho un buon ricordo, ma non indelebile. Lo riascolterò e ti farò sapere

glamorgan alle 8:52 del 28 maggio 2015 ha scritto:

non è che la carriera solista di Harrison sia stata quel granchè, tante collaborazioni, concerti, ma in quanto ad album.....

forse la sua dimensione erano quei 2/3 pezzi nei dischi dei Fab Four. Al suo confronto , parlando di fuori usciti da Band ,Gene Clark dei Byrds ne esce come un gigante, almeno 3 dischi eccellenti: No Other/ White Light/ the fantastic expedition of dillard and clark + Roadmaster

Paolo Nuzzi (ha votato 8,5 questo disco) alle 9:17 del 28 maggio 2015 ha scritto:

Beh sì, diciamo che con i Byrds solisti il paragone è un po' infausto, ne convengo. Vogliamo parlare di "If I could remember my name"? una cosa ultraterrena..

glamorgan alle 17:21 del 28 maggio 2015 ha scritto:

è vero, " if i could only remember my name" è sublime, tra i migliori di sempre, mettiamoci anche, gusti personali, nick drake "five leaves left" e tim buckley " goodbye and hello"

Giuseppe Ienopoli (ha votato 8 questo disco) alle 12:36 del 16 maggio 2016 ha scritto:

... a risentirlo oggi risulta evidente che Harrison avesse voluto riproporsi in "un casting post Beatles" ... più che altro per colmare un vuoto affettivo accumulato e recuperare la giusta attenzione di cui aveva urgente bisogno per "lasciare il sedile posteriore della limousine", un cambio di punti di vista e una precisa scelta di direzioni personali.

Il riascolto risulta più convincente dell' esordio e mi fa ripetere ancora una volta che "il vero viaggio di scoperta non è vedere nuove terre ... ma saper guardare le vecchie terre con nuovi occhi" ... (!?).