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R Recensione

7,5/10

Julitha Ryan

The Winter Journey

Quando si parla di musica australiana i più rockettari pensano agli AC/DC, tutt’al più agli INXS. Io no. Sarà per l’anagrafe, sarà per i gusti, sarà quel che sarà, a me vengono subito alla mente i Tame Impala o quegli scompaginati degli Architecture in Helsinki, una band che tra il 2003 e il 2007 ha pubblicato un tris di album a mio parere pregevoli. Ma il fatto è che Julitha Ryan non c’entra niente né coi primi né coi secondi: d’altronde dovevo pur presentare l’Australian sound, qualora ve ne fosse uno. La Ryan, dicevo, è una cantautrice seria e meticolosa, per niente posata, che tenta con garbo di compromettere la ricerca folk con la semplicità pop, fuggendo sempre le occasioni di peccato, ovvero il ritornello pedissequo e i ben noti tre accordi in croce. Infatti “The Winter Journey” è un disco pieno zeppo di archi e percussioni, di clarinetti e pianoforti, e Julitha Ryan – compositrice, autrice, polistrumentista – canta con una voce che graffia, una voce che ha davvero poco di angelico, per fortuna nostra.

Inciso a Milano da un nutrito staff del Belpaese, il disco si apre sulle note di “Bonfire”, il singolo scelto per la promozione web/radiofonica, che conserva echi barocchi, attualizzandoli in un formato pop di grande impatto. L’atmosfera si fa incandescente con “Like a Jail” prima che torni a splendere il sole in “Woman Walks Her Cat”, dove la Ryan imposta una partitura piena in cui le parti vocale e strumentale si completano e si rincorrono senza soluzione di continuità. Dopo l’interludio westernato di “Memento” è la volta di “Something’s Gotta Give”, un brano costruito su di una gran ritmica e che presenta una linea di basso cupa e travolgente ad un tempo. Con “Zeehan” torna l’immaginario western, tanto che pare di entrare in un saloon dove un pianista e una cantantina tentano di innalzare il livello culturale degli ubriachi sporchi avventori; nel brano seguente, “Big Brass Bell”, Julitha Ryan si cimenta in una riproposizione festosa e ben riuscita della dancehall anni ’60, tra mellotron, rhodes e modernariato affine. “The Winter Journey” va infine a morire nella lunghissima e psichedelica “There Is No Turning Back”, sorta di legge fondamentale della Ryan, una canzone talmente bella che vi convincerà definitivamente del suo valore.

Se il l’esordio di Julitha (“The Lucky Girl” del 2012) non aveva convinto fino in fondo, questo nuovo episodio della sua discografia fa davvero ben sperare: “The Winter Journey” è un disco organico in cui ogni strumento, ogni riff, ogni cantato è meravigliosa ed insostituibile parte del tutto; e la Ryan ci mette tutto il proprio talento, la bravura e la voce per impreziosire ciò che di per sé è già fonte di ammirazione.

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