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R Recensione

6/10

L'Aura

Il Contrario Dell'Amore

Quando, nell’ormai lontano 2005, una giovanissima Laura Abela esordì con il curioso “Okumuki”, per un attimo sembrò che il pop italiano potesse finalmente trovare una dimensione internazionale alternativa a quella della canzone più manifestamente mainstream e delle cantautrici di seconda generazione (Elisa, Giorgia tra le altre): ché il pianoforte lo utilizzava molto anche L’Aura, ma in un contesto decisamente più teso, contorto e teatrale, un dimenticato show-off da qualche parte fra Tori Amos e Björk. La ragazzina, insomma, era ben altro che una semplice bella presenza: a testimoniarlo, fra le altre cose, l’incompreso sophomoreDemian” – col senno del poi, l’inizio dell’inaspettato declino, tra l’insistita e deleteria frequentazione dell’Ariston, un brusco livellamento d’immagine, un riassestamento stilistico su canoni assai più nazionalpopolari (e del tutto mediocri) e un’irrilevanza pressoché totale della scarna produzione studio.

A lungo favoleggiato, il terzo lavoro lungo, “Il Contrario Dell’Amore” – prodotto da quel Simone Bertolotti con cui, nel frattempo, Laura si è sposata e ha messo al mondo un figlio –, si propone di essere la tappa della rinascita di un talento indiscusso che era stato dato per perso. L’Aura riparte con ambizione, cesellando pazientemente un diario di bordo che racconta – aspirando all’autobiografismo – l’intrecciarsi delle storie di Mary Jane, Lucy e Lisa, tre donne fuori dal comune diretta emanazione di precise passioni della loro creatrice (rispettivamente Alanis Morrissette, Beatles e Cat Stevens). Un concept o pseudo tale, quindi (il termine non piace alla diretta interessata), che all’opulenza tematica affianca una degna controparte musicale. Che il discorso sia ampio ed articolato, d’altronde, viene testimoniato dal range di influenze attraverso cui il disco si snoda, toccando varie tappe di rilievo. Interessante e tutto sommato brillante la tripletta iniziale: buono l’attacco, con l’energica marcetta brit rock di “Another Bad Rainy Day” (in evidenza la ritmica e il brioso arrangiamento di fiati), interlocutorio il coloratissimo twee de “La Meccanica Del Cuore” (migliore la riproposizione inglese “Apologize”, posta in coda: tuttavia quel ritornello, effettivamente, ricorda ben altro…) ed eccellente il cantato strappato e onomatopeico di “I’m An Alcoholic” (la cosa più vicina a Regina Spektor che sia mai stata prodotta da un’artista italiana).

I riferimenti, come si vede, rimangono sempre facilmente individuabili. Ad impressionare, oggi come allora, sono piuttosto le fantastiche capacità interpretative di L’Aura, capace di tirare fuori il meglio anche dai brani meno interessanti (le evoluzioni vocali nel ritornello de “Il Pane E Il Vino” riscattano la medietà di un pop rock pianistico à la Elisa). Quando, poi, la scrittura diviene meno regolare e convenzionale, la stoffa della fuoriclasse torna a splendere incontrastata: la fiabesca “Portami Via” (con il determinante contributo degli archi dello Gnu Quartet) ha quasi il piglio di una sinfonia rachmaninoviana, laddove “The Fear” si muove su intense coordinate novantiane e la più lunga “The Bad Side” si avvicina alle torturate introspezioni dell’ultima Shannon Wright. Il giudizio, se il disco terminasse qui, non potrebbe essere più positivo di così: un vero peccato, invece, che accanto a composizioni superbe se ne accostino altre decisamente sotto tono, come la posticcia “Cose Così” (una Laura Pausini che canta sopra a “L’Amore” dei Sonohra: ricordi di un vecchio Dopofestival?), l’incolore piano rock di “Unfair”, gli svolazzi sanremesi di “L’Amore Resta Se C’è Una Fine” (comunque dignitosa) e lo swing fuori contesto di “What Makes You A Man” (ancora rimandi poco equivocabili). Troppa eterogeneità uccide? O il piacere doveva essere ancora mediato, in qualche modo, col dovere (missione compiuta, come certificherebbe l’esordio al primo posto dei most sold nella libreria digitale di iTunes)?

Quello che poteva tradursi nel comeback trionfale di una grande artista si riduce, così, ad un buon disco pop dall’andamento discontinuo. Risentire all’opera L’Aura è bello indipendentemente dal materiale proposto, ma si può e si deve osare di più. Che la sferza porti buon consiglio.

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