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R Recensione

7,5/10

Agnes Obel

Aventine

Tutto in copertina: in un cerchio, emblema di armonia, nebuloso, il profilo di Agnes Obel, a capelli raccolti. È austera, come il busto di una statua romana (Aventine, non a caso). Ed è accesa, circondata da colori caldi, ardenti, che ne esaltano tratti e ombre. Austerità e calore, dunque, fattori apparentemente discordi eppure cifre di un disco crepuscolare. Che si addice all’autunno per le atmosfere lente e decadenti.

Quando è frutto di classe e talento, il minimalismo (appena la sua voce, il piano, viola e violino a farle compagnia), non è mai sinonimo di pochezza. Ciò che c’è di piccolo e scarso è solo lo spazio dove la trentatreenne danese, trasferitasi a Berlino, ha registrato: una piccola stanza, con gli strumenti vicini, in simbiosi, nell’aria appartata. L’arte di Agnes Obel, pertanto, è anche musica da camera, che naturalmente scava nella classica (la madre suonava Chopin e Bartók), ma si insinua in modo inaspettato in tradizioni che si accostano al folk. Si avverte il “nostro” Badalamenti, e tornando indietro nel tempo ci sono Satie, Debussy; tra questi nomi mastodontici, poi, anche PJ Harvey, quella almeno più sedata di White Chalk.

Chord left apre le danze, primo di tre brani strumentali, “bello così com’era”, secondo le parole della stessa Obel. Fuel to fire, vecchia composizione suonata dal vivo e ora confluita in Aventine, introduce alla conoscenza di questa voce cristallina, sobria e duttile nel suo inglese. In Dorian la base cadenzata del pianoforte, costante, mette a galla nostalgie, mentre la voce parla di una storia in decomposizione, frantumata in mille cocci. La title-track, camminando sulla collina e per terreni propri di Enya, si apre ai falsetti e agli archi vispi: in un brano come questo si illumina l’intrinseca potenza di viola e violino, che così scanditi sopperiscono alla totale mancanza di percussioni.

Run Cryed The Crawling, tra le migliori vicende, ribadisce il tema del ritmo, ancora sapientemente organizzato da strumenti privi di piatti e tamburi; la tonalità alzata, verso la fine, impenna ulteriormente il valore di una canzone delicata. Algido è il secondo e breve interludio strumentale, Tokka (molto Ludovico Einaudi), prima che The Curse esprima una lugubre severità in un ritornello che sa di solenne, ma ciò nonostante carezza: è ancora lo strano miscuglio di austerità e calore. La chitarra, di cui l’album è per il resto orfano, fa visita in Pass Them By, a dare un bislacco tocco di country, coadiuvata dal violino. In Words Are Dead vagola ancora l’ombra di Enya: agrodolci le parole (“non piangere per me”), immaginifiche le atmosfere tra i lievi lamenti, a bocca chiusa, e nella coda dilatata. Fivefold (ultimo passaggio strumentale, così detto per le cinque diverse registrazioni che poi si congiungono) apre al finale di Smoke & Mirrors, altra vecchia composizione che difatti risente dell’influsso di Philarmonics, amabile disco precedente.

Rispetto al passato, però, Agnes trova rotondità e ricchezza di suono, nelle sue tele minimali, crepuscolari, bozzetti impressionistici, caliginosi, come se rappresentassero quelle passioni a lungo sepolte e un po’ sfumate che lei narra nella musica. Questi indizi di anima fragile, autunnale, danno l'impressione che Agnes Obel, fasciata di grazia, sia un cibo per tutti i palati. Ma resta impressa e non guasta solo in alcuni: quelli che dalle papille più sensibili. 

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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salvatore alle 0:46 del 25 novembre 2013 ha scritto:

Bravo Jacopo! Ennesima bella proposta! E' davvero molto brava la Obel (che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo un paio di anni fa). Il disco è meno immediato, meno pop(folk) rispetto al meraviglioso "Philarmonics" e la componente cameristica - ma non è azzardato dire anche "classica" nel senso proprio di musica classica - è maggiormente sviluppata. L'accesso è un tantino più ostico, ma la piacevolezza di ascolto - seppur su un piano differente - è rimasta (quasi) la stessa. D'accordo anche sul riferimento a Badalamenti, come avviene nell'apice (per il sottoscritto) dell'album, "Run Cryed The Crawling". Disco che necessita di ripetuti ascolti per svelarsi nella sua interezza.