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R Recensione

7,5/10

Binker & Moses

Alive In The East?

Vivere oggi a Londra, da appassionati di linguaggi jazz contemporanei, deve rassomigliare molto al paradiso sostanziato in terra, qualsiasi cosa possa voler dire: trovarsi accoccolati nell’occhio di un tornado, con una vista privilegiata e ravvicinatissima sulla tempesta che infuria. Deve pur vivere di vita propria, la black music dei nostri tempi, respirare, scalciare, dimenarsi: essere catturata sì, ma solo per un istante, e solo come testimonianza di un unicum definito in uno spaziotempo che muta radicalmente una frazione di secondo dopo essere stato fissato su nastro. Fedeli alla loro etica live oriented del buona la prima (e che sia buona davvero), Binker Golding e Moses Boyd abbattono l’ultimo paletto formale loro rimasto e, con il terzo disco in quattro anni, a dodici mesi scarsi dall’acclamatissimo doppio “Journey To The Mountain Of Forever”, pagano il definitivo omaggio alla tradizione: un set dal vivo del giugno 2017 al Total Refreshment Center dell’East londinese, interamente composto da improvvisazioni inedite e abbozzi di brani non ancora passati dallo studio.

Il risultato può definirsi esaltante, e certo non solo per la pulizia sonora né per l’esibizione tecnica che, nella scrittura del duo, è sempre e solo funzionale alla struttura del pezzo. Assoluto mattatore Boyd che, anche grazie all’apporto del super ospite Yussef Dayes (ex Yussef Kamaal), si ritaglia da protagonista un ampissimo spazio dietro le pelli: tribalismi su poliritmi nell’iniziale passerella “The Birth Of Light”, un’esplosione nucleare afro nella prima ottundente metà di “How Fire Was Made”, poi ancora una lenta ed elaborata crescita a reticolo che si dirama lungo due minuti e mezzo di “Beyond The Edge” (un intenso acid spiritual dai riflessi cosmici, accarezzato dall’arpa di Tori Handsley). Proprio l’arpa, inconsueto asso nella manica di svariate formazioni jazz degli ultimi anni (tra le più recenti, i Maisha), commenta con fondamentale discrezione le invenzioni strumentali della formazione allargata: da una sua minimale cellula melodica si sganciano, ad esempio, la tromba bop di Byron Wallen in “The Rivers Tale” (poi spentasi in un curioso e leggermente anticlimatico tramestio free) o il sanguinoso intreccio di fiati di “Mishkakus Tale” (con una sezione centrale di gamelan paradisiaco), per non parlare delle candide armonie conclusive di “The Death Of Light” (appena scalfite da ottoni davisiani). È infine nelle jam più lunghe che le anime dei musicisti all’opera, come per magia, si fondono alla perfezione, senza alcun bisogno di un copione prestabilito: i fraseggi del sax di Golding in “Children Of The Ultra Blacks” si modulano su un metronomico 4/4 hip hop calibrato con sapienza orchestrale, mentre “How Land Learnt To Be Still” fluttua – con insperata sobrietà – tra Coleman e black analogica.

Se siete amanti di Binker & Moses, loro detrattori o sommamente indifferenti, questo è comunque un disco da avere. Nel primo caso alimenterà gli entusiasmi. Nel secondo, come tizzone su paglia secca, li farà divampare. Nel terzo, aiuterà a far comprendere una verità assoluta: in tempi così oscuri, l’era degli ignavi è giunta al termine.

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FrancescoB alle 14:40 del 22 dicembre 2018 ha scritto:

Grande Marco! Per me questo lavoro indossa la corona riservata al disco più interessante e coinvolgente dell'anno. Recensione splendida, e naturalmente condivido il peana per la scena londinese contemporanea, a naso ricordo altri 2 o 3 lavori molto interessanti usciti da poco. Annata stratosferica per il new jazz in molte tra le sue ramificazioni, condividi?

Marco_Biasio, autore, alle 14:46 del 22 dicembre 2018 ha scritto:

Sì, senza dubbio alcuno. Anzi, non ricordo un anno così denso ed interessante per il jazz contemporaneo come il 2018. Davanti a questo per me solo Sons Of Kemet, GoGo Penguin e Makaya McCraven, ma stanno tutti nella top 10, e in generale il fermento è incredibile.

FrancescoB alle 14:51 del 22 dicembre 2018 ha scritto:

Devo riprendere in mano Makaya, mi è piaciuto ma non mi ha fatto impazzire, boh forse l'ho ascoltato un po' di fretta. Anche nel 2011 e nel 2015 ricordo tante belle cose, però forse quest'anno davvero siamo oltre. Mi sembra che noi jazzofili siamo molto più soddisfatti di chi predilige altri filoni, pop in testa: secondo me non è del tutto casuale, il new jazz ibrido è davvero la cosa più interessante che sto ascoltando in questi anni, direi almeno da inizio decennio. Molti dischi notevoli anche in America comunque, ho apprezzato Glasper e Akinmusire, un pochino meno Kamasi. Tu?

Marco_Biasio, autore, alle 15:03 del 22 dicembre 2018 ha scritto:

Qui ho provato a dare la mia top 20: https://rukopisinegorjat.blogspot.com/2018/12/pare-che-ci-risiamo.html. Devo dire che alcune cose, come Akinmusire o Onyx Collective, non ho fatto in tempo ad ascoltarle per bene. Per fortuna che ora posso rimediare durante le vacanze

FrancescoB alle 15:07 del 22 dicembre 2018 ha scritto:

Lista interessante, mi mancano un paio di lavori che cerco di recuperare al volo.