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R Recensione

9/10

Bill Evans Trio

Sunday At The Village Vanguard

Cosa posso dire ancora di Bill Evans, l'uomo che (per dirla con qualche critico illustre) ha fatto cantare il silenzio? Il poeta della musica jazz, il genio introverso, l'innovatore radicale capace di restare umile sino a lambire l'eccesso? Ma anche l'uomo martoriato dalla schiavitù dell'eroina e poi da una serie di tragedie familiari in grado di piegare anche la persona più forte?

Posso dire che mi mancava di spendere due parole sul suo disco “live” più celebrato. Con un pizzico di civetteria cito Polillo, che descrive la domenica del Village Vanguard come uno fra i momenti più alti di tutta la musica jazz (siamo nel 1961, la nube della musica free form incombe da un pezzo, ma Bill, pur incuriosito, non si muove mai in tale direzione).

Uno stato di simbiosi pressoché perfetto, i musicisti che si rintanano l'uno nel cervello dell'altro. Il cool jazz (se ancora posso ricorrere all'etichetta, e sinceramente non ci credo) sposa logiche nuove, l'improvvisazione diventa equilibrio arioso e senza sbavature, il dinamismo del post-bop si mescola con la malinconia più nobile della musica colta impressionista. In mezzo a tanti termini difficili, il vero miracolo: la musica di Evans rimane cantabile e godibile come poche altre. Puoi scoprirti a fischiettare i suoi incisi nel bel mezzo della strada, tanto sono orecchiabili (nel migliore dei sensi possibili).

La Domenica è anche l'ultimo atto, perché Scott La Faro (a proposito di tragedie senza una spiegazione) si spezza collo e anima pochi giorni più tardi: un banale incidente stradale come tanti, e l'amico di una vita sparisce.

Bill pensa di rinunciare alla musica, di allontanare per sempre le sue dita lunghe e affusolate da quei tasti bianchi e neri che lo accompagnano sin dalla più tenera infanzia, sin da quando l'amatissima Mary Soroka (la madre, di origini russe) gli ha trasmesso una passione indescrivibile per lo studio delle note.

Ci ripensa, ma la perdita di un amico così stretto non potrà che avere ripercussioni violente sullo spirito già provato di Bill.

Per fortuna il fato, per un momento, ha mostrato un lato buono, una piccola concessione per la storia, per la musica, per l'arte intesa come qualcosa che rende la tua vita più bella, che forse le dà un senso.

La domenica del Villaggio, un Villaggio che avvicina orizzonti di splendore puro. Un locale sulla Settima Strada, una sera di giugno. E' qui che si materializza l'attimo perfetto del più grande, è qui che Bill sboccia davanti a una platea meravigliata, incredula, consapevole di assistere a una sorta di miracolo. Dal concerto nasceranno due dischi memorabili: questo, a mio avviso il migliore; e poi "Waltz for Debby", comunque un lavoro pregevole e ricco, dedicato alla nipotina.

A questo punto, sarebbe ora di parlare della musica.

Ma la verità è che descrivere la dolcezza del tocco e dei brillanti solo di pezzi come “All of You” o “Alice in Wonderland”, o la delizia dei grappoli succosi di note che insaporiscono "Gloria's Step", rischia di rimpicciolirne ingiustamente il valore. Le parole, in questi casi, rimpiccioliscono la realtà delle cose, la vastità immaginifica del repertorio di Bill, i colori intensi e i chiaroscuri delle sue successioni libere di note. Sarebbe poi ingiusto non tributare l'omaggio doveroso anche ai sommi La Faro e Paul Motian: il primo schiaffeggia il contrabbasso come un Mingus d'annata, ma non c'è virulenza nelle sue note. C'è solo tanta luce, un distillato di emozioni intrecciate, un talento smisurato. Motian è un batterista che rifugge spettacolarismi e assoli che gorgheggiano furiosi per scegliere la discrezione, l'intelligenza, l'eleganza.

Bill è stato geniale anche perché leader democratico, capace di farsi da parte per accendere le luci della ribalta sui prestigiosi collaboratori, trattati sempre da pari a pari e per questo umanamente innamorati di lui: e questo live consacra la sua concezione del trio, dinamica ed equilibrata, senza sbilanciarsi unicamente a vantaggio del solista chiave.

Una parola in più mi va di spenderla per l'affresco impressionista che chiude il lavoro: “Jade Visions” non sarebbe uscita così bene neanche a un Debussy in stato di grazia, e ho detto tutto. Qui veramente Bill misura ogni nota, si muove felpato, all'unisono con il suo pianoforte, con i suoi tormenti interiori.

Tre minuti che possono cambiarti la vita.

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Voto degli utenti: 9,3/10 in media su 7 voti.
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Suicida 7,5/10
Gianvi27 9,5/10
B-B-B 9,5/10
Lelling 9,5/10

C Commenti

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Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 10:20 del 22 aprile 2015 ha scritto:

Questo per me è 10 pieno. Poesia allo stato puro. Immenso