Soulsavers
The Light the Dead See
“I can feel the presence of god” questa è la frase iniziale con cui Dave Gahan intona uno tra i più bei pezzi dell’album dei Soulsavers. La voce flebile adagiata su un arpeggio ermetico in tre quarti è quella di sempre, mutata solo dal tempo e dalla raffigurazione più intima che il personaggio assume all’interno di questo progetto. Ai tempi di Hourglass sbatté la sua miscredenza in faccia agli ascoltatori quando su Mircales confessava di non credere in Gesù ma di pregare comunque un’entità senza nome né volto. La redenzione è avvenuta probabilmente dopo il cancro diagnosticato nel 2009, ma non solo. Si è evoluto il suo nucleo familiare scalzando la figura dell’eterno tossico dei primi anni’90 e spazzando via quell’aura di misantropia che lo rendeva così affascinante. Tutti cresciamo prima o poi e maturiamo quel bisogno impellente di percepire anche solo una tiepida fiamma del calore familiare, ci ritroviamo ad osservare ciò che abbiamo costruito e non farsi trovare impreparati aiuta ad affrontare il futuro.
Rich Machin and Ian Glover, abituati a eclettiche collaborazioni con grandi personalità artistiche, hanno interpretato le priorità di Gahan conducendolo nei meandri di un mondo nuovo, marchiato sporadicamente dagli inevitabili richiami del suo passato. Quella calzata in The Light the Dead See non è una maschera di circostanza, assomiglia di più ad una seconda pelle, uno sfavillante tessuto cellulare in cui si è incarnato. Perso tra le polverose strade sterrate, canta struggenti melodie che cingono in un caldo abbraccio le armonie incantate di una chitarra acustica. Niente beat elettronici, nessuna pulsazione spaziale mista a acidi filtri vocali dissuade l’ascoltatore. Solo la semplicità di ciò che sembra materia inarrivabile. Come se fosse l’esigenza di una vita persa tra i troppi eccessi. Come se fosse la confessione intima di un cambio di direzione. Il viaggio verso la linea d’orizzonte, verso mondi diversi in cui quella massa cellulare che è seconda pelle deve adeguarsi velocemente, cercando di non far emergere mai la materia sottostante. Da questa mutazione nascono le inverosimili ambientazioni spaghetti Western di Longest day, in un immaginario deserto arido o nelle sordide sale di un Saloon.
Trascinato dalle orchestrazioni dei Soulsavers, Gahan vola lontano in territori soul (Gone too far) vestito da novello Joe Cocker ad affrontare acuti che in carriera sua mai aveva osato, acuti graffiati che raccontano un passato di dolore rievocato dalle poche ed incisive frasi (Now you can feelin / life can be cruel). Giusto il tempo per leccarsi le ferite con uno splendido intermezzo d’archi (Point sur Pt.1) e il paesaggio tramuta le sue tinte cinematografiche in un giallo sbiadito anni 60, dove una dolce preghiera per implorare un romantico perdono (Take me back home) assume, sul finale, i contorni caratteristici dei contrappunti Gospel. Ma il gioiello più rifulgente rimane la già citata Presence of God, rivisitazione in chiave minimale dei Depeche Mode d’annata, una sorta di Walking in my shoes sradicata dalle sue origini pop e rimodellata a nuove esigenze orchestrali. The light the dead see non è materia innovativa, non vuole esserlo. Ricorda più un incontro fraterno di tre artisti che mischiano le proprie sensazioni in una simbiosi di immagini e suoni che hanno la dolcezza della semplicità.
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