R Recensione

8/10

Micah P. Hinson

Micah P. Hinson And The Red Empire Orchestra

Questo è uno che impalma la sua bella al termine di un concerto come Johnny Cash, che lotta contro la dipendenza dagli antidolorifici come Hank Williams, che, imberbe ed occhialuto com’è, ha un look da perfetto cowboy intellettuale, un incrocio fra il Dylan di John Wesley Harding ed Elvis Costello. Uno così, come direbbe Piero Ciampi, ha tutte le carte in regola.

E una volta tanto l’apparenza non inganna: quella di Micah P. Hinson, classe 1981, una decade vissuta pericolosamente fra arresti, ricoveri e bancarotte contraltare di una rigida educazione cattolica e, centrale in mezzo a tutto questo, la scoperta della musica quale lingua universale per dare voce ai dissidi e alle speranze del suo animo tormentato, è una storia già sentita tante volte, la parabola dell’ (anti)eroe americano per elezione.

D’altro canto non starò qui a spergiurare che abbiamo finalmente scoperto l’ultima identità segreta di Robert Zimmermann, un rimedio anti Smog, il disco perduto di Mark Lanegan o il figlio illegittimo di Johnny Cash, mi limito a constatare un dato di fatto: la permanenza di un disco del genere nella top ten di chiunque si occupi anche solo incidentalmente di musica alternativa si giustifica da se, basta ascoltarne 30 secondi, ma visto che ho un debito di riconoscenza nei confronti dei lettori di questo sito, anche stavolta mi toccherà tediarli con una descrizione.

Come Home Quickly Darling sembra un 78 giri che ruota sul piatto di un grammofono al culmine di una festa per la vendemmia, le guance arrossate dal sole e dalle mosche cavalline che sfiorano quelle delle fanciulle col vestito della domenica e un canto così basso che sembra arare i solchi del vinile, con la solennità d’un gospel fra i mulinelli dell’ hammond e i turbini della steel guitar.

Tell Me It Ain’t So ne riprende il tempo in ¾ per una specie di valzer pentecostale in crescendo corale su un tappeto d’archi spolverato dal mantice dell’organetto e dalle battute del piano. When We Embraced e Throw Me The Stone sono due metope bluegrass per banjo e chitarra acustica che s’installano alla perfezione in un angolino nell’ampia facciata di questa Versailles della “vecchia America contemporanea”. I Keep Havin’ These Dreams, invece, ne è l’architrave, il colpo da maestro: fuga in picking, ouverture orchestrale alla Penguin Cafè e voce sopraffatta dal sonno nel freddo mattutino che ti strappa dal caldo abbraccio di un’amante all’alba di un giorno da cani.

Sunrise Over The Olympus Mon è uno swinging concertistico che brucia in un tramonto di larsen. The Fire Came Up To My Knees, una trenodia osso di seppia vagita da un Cohen recalcitrante che fugge dal suo boudoir in fiamme. You Will Find supera se stessa: un climax sinusoidale quasi sinfonico, pianissimo e fortissimo, saliscendi fatti di pura catatonia jazzata e sfuriate bandistiche, come se Roy Orbison, mezzo cieco e incazzato nero, cantasse una canzone dei Tindersticks.

The Wishing Well And The Willow Tree è un lied honkytonk che volteggia tenebroso nel contrappunto di banjo e organetto, fregiato di strani riverberi distorsivi. We Won’t Have To Be Lonesome è una marcia nuziale che risuona in una chiesa del profondo sud a benedire l’unione di una coppia scampata al diluvio della tossicodipendenza, Dyin’ Alone, molti anni dopo accompagnerà il feretro dell’ultimo dei due che è rimasto in vita.

Da lei all’eternità: il futuro è suo.

V Voti

Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 16 voti.
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target 8/10
george 10/10
rael 8/10
krikka 6/10
REBBY 7/10

C Commenti

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target (ha votato 8 questo disco) alle 20:43 del 6 ottobre 2008 ha scritto:

Disco senza tempo meglio che d'altri tempi, come le cose migliori, e "Tell me it ain't so" ha la bellezza lapidaria dei classici. Sì.

nil_bos (ha votato 9 questo disco) alle 16:39 del 8 ottobre 2008 ha scritto:

Concordo pienamente...Mi hai battuto sul tempo, avrei voluto recensirlo io questo disco...ma mi fa piacere constatare che il giudizio è positivo anche se io avrei dato un'altra mezza stellina in più...sicuramente tra i miei primi 10 dischi dell'anno.

Capolavoro di dolcezza e semplicità quanto di così emotivamente intimo e nostalgico si può

generare da una voce profonda e ombrosa come quella di Micah P. Hinson, brani di un'intensità unica , lasciatevi toccare da così tanta bellezza.

Roberto Maniglio (ha votato 8 questo disco) alle 23:51 del 9 ottobre 2008 ha scritto:

Molto buono, anche se a me è sembrato leggermente migliore il primo "Micah P. Hinson and the Gospel of Progress".

REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 13:49 del 25 ottobre 2008 ha scritto:

Al solito tiene alto il vessillo della canzone

d'autore americana anche se io, quest'anno e fino ad ora, gli preferisco American music club,

Adrian Crowley e Sun kil moon. Certo se tutte le

canzoni fossero del livello di Tell me it ain't so

e You will find me sarebbe sicuramente sul mio podio virtuale.

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 17:22 del 31 dicembre 2008 ha scritto:

Davvero non male, anche se ha un suono troppo "americano" per me e la voce, seppur molto profonda e adatta a queste trame, mi crea qualche problema. Canzoni d'altri tempi, condivido. La mia perferita è "Throw The Stone".

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 22:10 del 16 febbraio 2009 ha scritto:

Sono stato, tutto sommato, ingeneroso. Qui ci sta comodo anche un 8. Polveroso e convincente.

modulo_c (ha votato 9 questo disco) alle 9:20 del primo maggio 2009 ha scritto:

folgorazione

sono un totale neofita di questo genere di musica, devo ammettere che questo e' il primo disco folk-contry-american songwriter che posseggo, ma, cazzo, e' stata una folgorazione tipo Paolo sulla via per Damasco. E' un disco che mi regala tantissime emozioni, unico canone di giudizio che posso usare, non essendo, purtroppo, un fine intendintore come il recensore. Ogni volta che l'ascolto ha la capacita' di trasformare la realta' in un film struggente, e anche se sto aspettando il passante direzione Pioltello alle 6.50 in una mattina piovosa, l'incazzatura si tramuta in nostalgia e anche il resto dei pendolari sfigati sulla piattaforma diventano attori del film mentale. Minchia che disco.