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R Recensione

10/10

Peter Green

The End Of The Game

In tanti si ricorderanno di Peter Green, specie per la sua liaison con il gruppo di cui è stato fondatore, i Fleetwood Mac; pochi, se non quasi nessuno ricorderanno l'oblio seguito alla decisione di lasciare il gruppo all'apice del successo, perché risucchiato dal vortice della paranoia, della schizofrenia, complice l'uso massiccio di LSD ed altre sostanze stupefacenti che ne minarono il già precario equilibrio psico-fisico.

Tra il 1969 ed il 1970 Peter, complice anche una sbandata mistico-religiosa per le scienze arcane ed esoteriche, sperperò tutta la sua fortuna in viaggi e ricerca, tra Israele, Stati Uniti ed Europa per approdare dopo appena sei mesi alla gestazione di un disco fuori dall'ordinario, figlio di un'ispirazione e di un'urgenza creativa irripetibile: “The End Of The Game”.

Una colata lavica di feedback, wah-wah, sincopi e squarci psichedelici investono l'ascoltatore sin dalla luciferina “Bottoms Up”, un mantra ipnotico di 9 minuti in cui il chitarrismo blues free-form di Green dialoga in maniera magistrale con basso e batteria in un'estasi pagana e trascendente. Si fa strada anche il fender rhodes che disegna poche note a puntellare un assolo magistrale che si fa strada in crescendo sino a sfumare pian piano. “Timeless Time”, dalle parti di “In A Silent Way” di Zawinul e Miles è una sorta di attesa messianica prima del successivo delirio jazz-rock psichedelico che risponde al nome di “Descending Scale”: un fitto call and response tra piano elettrico, organo hammond, batteria e basso: una fluviale improvvisazione che funge da tappeto sonoro alle scorribande del leader che squarcia il buio con la sua Gibson satura di wah-wah e distorsore, un po' come il John Mclaughlin di “Bitches Brew”, ma che sembra più un John Mayall invasato in preda a deliri di onnipotenza.

Piano, forte, ascendente e discendente si alternano poi magistralmente a disegnare acquerelli a tinte fosche con bagliori accecanti di feedback. Un capolavoro nel capolavoro. “Burnt Foot e “Hidden Depth” si susseguono, sfumando l'una nell'altra: la prima, un mantra psych-blues, la seconda, un blues più canonico (si fa per dire). L'esplosione finale della title track porta via con sé gli ultimi scampoli di una lucida visionarietà in un'apoteosi chitarristica esplosiva e incandescente

Immerso nei suoi deliri, Peter Green, ricoverato in una clinica psichiatrica fino al 1977, in seguito si sposerà e riprenderà l'attività dal 1979 sino al 2003 con svariate formazioni di blues canonico, talvolta didascalico e mediocre ma che in alcuni momenti lascia intravedere, in filigrana, il talento cristallino che fu.

Dopo cinquant'anni esatti questo straordinario capolavoro, irreperibile su cd se non su costosissima ristampa giapponese, ha rivisto la luce in una edizione rimasterizzata dalla scintillante qualità sonora e impreziosita da ben 4 bonus ad opera della preziosa Esoteric Recordings. Un disco imperdibile e imprendibile che ogni amante dell'arte deve possedere ed amare senza riserve. The legend lives on.

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Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 3 voti.
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zagor 8,5/10
Dengler 7,5/10

C Commenti

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zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:22 del 27 marzo ha scritto:

gran disco, lui uno dei tanti irregolari che hanno scritto la storia del rock. bentornato Paolo!

Paolo Nuzzi, autore, alle 8:52 del 28 marzo ha scritto:

Grazie Zag, è un disco da isola deserta per me. A presto!

theRaven (ha votato 9 questo disco) alle 1:10 del 28 marzo ha scritto:

Grande disco, ottimo anno