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R Recensione

7/10

Lorenzo Feliciati

Elevator man

L’influenza che Jaco Pastorius ha avuto sul mio amore per il basso e per la musica è infinita. Ho visto i Weather Report in concerto a Roma nel 1980 al tempo del tour di “Night Passage”,  e quella serata mi ha cambiato la vita. Ho deciso in quel momento di suonare il basso, avendo compreso quanto sia uno strumento che può trascinare un’ intera band ed essere al centro dello spettro sonoro. Se il brano aveva bisogno di una nota, Jaco suonava quella nota, se aveva bisogno di cento note lui suonava quelle giuste, con un incredibile senso del tempo e groove.”. Parole di Lorenzo Feliciati e, per rafforzare il concetto, ad inaugurare “Elevator man”, terzo album solista per RareNoise del musicista romano, ecco un groove “a tappeto” che suona sentito omaggio al bassista statunitense ed alle proprie proverbiali prodezze sullo strumento. E’l’introduzione ad un campionario delle musiche maggiormente frequentate da Feliciati, stavolta, dopo il variegato “Frequent flyer” ed il concept “Koi”, con una particolare attenzione al lato prog del suo bagaglio, del quale non si fatica troppo ad individuare i riferimenti. Precisato che l’impalcatura dei brani è sorretta spesso dagli impasti timbrici del trio di fiati con Stam Adams al trombone, Pierluigi Bastioni al trombone basso e Duilio Ingrosso al sassofono baritono, il percorso alterna le progressioni apocalittiche in stile King Crimson della title track alle free forms zappiane di “The brick”, inevitabilmente rievocate dal drumming di uno dei batteristi di Zappa, Chad Wackerman, per proseguire in felice equilibrio fra questi estremi, con una formazione diversa in ognuno dei brani  che seguono. Se “14 stones” risulta divisa fra la poderosa sezione fiatistica e gli astratti fraseggi della tromba di Cuong Vu, la ballad “Black book, red letters”, uno dei vertici del disco,  offre una nuova ed intensa declinazione del rapporto fra umano (i dialoghi fra la tromba di Claudio Corvini ed il sax  di Sandro Satta) e sintetico (gli effetti elettronici del basso di Feliciati che disegnano sfondi abissali), mentre “Three women”, ancora con Vu alla tromba, si distende sinuosa fra le spire del basso e le rifrazioni elettriche della agitata chitarra di Antonio Jasevoli. Dopo l’agevole divertissment jazz rock di “Unchained Houdini” in coppia con la batteria di Davide Pettirossi, ecco la sequenza finale, con gli strappi e le frenetiche sincopi dark di “The third door”,  complici piatti e disegni ritmici di Dj Skizo, l’avvolgente groove di “S.O.S”, che fagocita nel mix il vibrafono di Luca Giacobbe e la chitarra di Mattias IA Eklund, la fusion acrobatica di “Thief like me” e le profonde vibrazioni ambient di “U turn in Falmouth”. 

Alla fine, tirando le somme,  a suonare sul disco è un vero parterre de roi del prog attuale, che va completato con i nomi di Roy Powell,  già compagno di Feliciati in Mumpbeak, di Pat Mastellotto, batterista frippiano, dei due PFM Roberto Gualdi e Marco Sfogli, ed i batteristi Armando Croce, Gianluca Palmieri e Davide Savarese . Per un risultato finale che fotografa in modo nitido passioni e potenzialità di quel fan di Pastorius diventato musicista di caratura internazionale.

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