R Recensione

9/10

Pink Floyd

Masters Of Rock

C'era una volta la follia: essa risiedeva nel famoso elogio di Erasmo, negli  affreschi del Pontormo e nella sfida cosciente di Spinoza a danno di un'Europa politica e religiosa  che cambiava contro e senza di lui. Eravamo tra il 1400 e  il 1600. Della persita' del " folle " era ancora possibile parlarne come un qualcosa di superiore, impercettibile e inarrivabile. In alcuni casi il folle veniva arso vivo, si pensi alle streghe, e questo gesto, al di la' di tutto, attestava che esso  era considerato come un essere a se': pericoloso, diabolico, inarrivabile e tuttavia autonomo, cioe' insondabile, inconoscibile. Il folle veniva elogiato per la sua inarrivabile e " spaventosa "  genialita'. Poi arriva la medicina legale, l'evoluzione clinica: da quel punto il folle non penta null'altro se non un termine della psichiatria e della medicina. Allora la follia penta sistematizzabile e incanalabile in un apparato ospedaliero, cosi' la sua magia finisce in favore della modernita' ed i pazzi rinchiusi nei manicomi. Da allora in poi, siamo nel 1700, non si parlera' piu' della pazzia come genialita' ma della pazzia in quanto caso clinico sistematizzabile e curabile nella clinica.

Questo desiderio di " correzione della mente " si e' protratto fino ai nostri giorni lasciandosi alle spalle ogni interrogativo sulla presunta buona fede di ogni tipo di pazzia. Nessuno si è piu' chiesto se essa fosse  estetica o clinica, tutto era stato livellato: ancora una volta a trionfore e' stata la forma. Tuttavia, nei casi piu' fortunati  i frammenti di genialita' hanno preceduto l'ingresso nel manicomio, per questo abbiamo la fortuna di leggere le opere di Nietzsche, gustare i quadri di Frida o ascoltare i deliri di Syd Barrett. Gia', Syd Barrett, l'uomo che rivoluziono' la musica negli anni sessanta per morire in un macabro silenzio nel gia' freddo settembre inglese del 2006. L'uomo che fece decollare i suoi Pink floyd dal mare del brit pop anni sessanta per farli tornare, ma senza di lui, nella pista di atterraggio delle grandi star che seppero solo ricilare le sue folli intuizioni negli anni settanta. Cosi' in  " Masters of Rock " chiunque potra' gustare i Pink Floyd con il loro vero e geniale leader ancora prima di " Ummagumma ", " The Dark Side of the Moon " o " Atom Heart Mother ". 

Ci troviamo infatti di fronte ad una compilation di basso profilo che mette insieme i singoli dei Pink Floyd dal 1967 al 1969, ideale per conoscere cio' che il gruppo e' stato davvero, quali lidi ha toccato e come si è perso in seguito. Si parte con una stralunata, psichedelica e sublime " Chapter 24 " per passare alla lirica ed epica " Mathilda mother ", seguita da   " Arnold layne ", con  atmosfere positive e orecchiabili verso la  convulsa e sperimentale " Candy and a current bun " dove  ritmo e melodia debitrice dei Beatles incalzano in un misto psichedelico che porta il soggetto a " The scarecrow ". Qui l'acido si scioglie in un bivio onirico in cui la chitarra semidistorta amoreggia con una tastiera " orientale " come tappeto volante della voce e della poesia di Syd Barrett. "The scarecrow " è la colonna sonora della notte in cui si decide di non essere mai piu' come la societa' dei normali impone . Ancora. Il viaggio continua con " Apples and oranges ": semi distorta, semi canzone, semi pop, in realta' Syd anticipa se stesso come solista. 

Masters of Rock  ha valore di cronaca: dato che è impossibile trovare i singoli dell'epoca, l'unica cosa che si puo' fare è accontentarsi di questa banale  raccolta che documenta la nascita e la morte di un mito dimenticato per 30 anni e morto nel piu' imbarazzante dei silenzi.

Ma forse e' andata bene cosi'. Syd barrett è sempre e soltanto stato interessato all'arte come concetto drammatico e fantastico concepito tra quattro fredde mura e un pavimento di parque' rovinato. Ascoltando le sue opere si conclude che la poesia e' tanto inclassificabile quanto la presunta pazzia.

Qui abbiamo l'antimito. Non ci sono movimenti d'avanguardia a giustificarlo ne' droghe fighette e borghesi: il mondo che syd ha comunicato a syd e' stato per forza di cose autarchico. Il resto è stato null'altro che chiacchiera borghese dalla quale Barrett si è sottratto fino alla morte. Buon viaggio.

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C Commenti

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PierPaolo (ha votato 8 questo disco) alle 15:37 del 27 febbraio 2008 ha scritto:

Perchè banale e di basso profilo?

Visto che sei un patito di Syd Barrett, o almeno del suo mito dato che parli quasi solo di lui, questa raccolta dovrebbe apparirti preziosa e di alto profilo.

La rece è assai imprecisa (guarda che tre brani sono composti da Rick Wright, vedi che tre brani sono estratti dal primo album e non sono mai stati dei singoli...) e per i miei gusti trovo stucchevole cavalcare il mito dell'ottimo Syd e dire alla fine le solite cose.

Quest'album è prezioso, raccogliendo buona parte di ciò che è rimasto fuori dagli album. Poteva essere giocato ancora meglio, rinunciando alle cose già disponibili su "Piper" e completandolo con altre rarità (Embrjo, per esempio, o "Biding My Time"). Sia questo disco che il precedente "Relics" sono raccolte che falliscono lo scopo di essere esaustive, mischiando il raro con l'ordinario. Ciò non toglie che qualsiasi "huge fan" dei Floyd, e di Syd, debba possederla, od in alternativa possedere "Relics".

galassiagon alle 9:48 del 20 gennaio 2010 ha scritto:

relics

io ho sia Master che Relics così completo con le varie delizie...

certo che Arnold, Candy e Emily sono qualcosa di sconvolgente!