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R Recensione

7/10

Julie's Haircut

In The Silence Electric

Communication was the original sin

Nella riflessione cinematografica di David Cronenberg, sino a partire dal primissimo e già illuminante cortometraggio Transfer (1966), assoluta e costante centralità assume il tema della comunicazione, delle fallacie e delle ambiguità insite nei linguaggi naturali, del rapporto irrimediabilmente difettivo che intercorre tra la produzione di un messaggio e la mutua comprensibilità fra individui: un original sin (scherzo dell’evoluzione biologica? Difetto atavico della specie?) che, oltre ad innalzare barriere e impedire uno scambio dialogico reale e realmente disambiguato, si ripercuote orribilmente sulla dimensione corporea dell’essere umano, reificandosi ed esplodendo in forme mostruose. I veterani Julie’s Haircut sono certo adusi ad altre epoche cinematografiche (di quest’anno è “Music From The Last Command”, sonorizzazione di The Last Command, lungometraggio del 1928 di Josef Von Sternberg), ma la loro scelta di utilizzare, come cover del nuovo LP “In The Silence Electric”, un famoso autoritratto dell’avanguardista Annegret Soltau (parte integrante di una serie, Selbst, ideata a metà anni ’70), più che sintomatica è rivelatrice: come un’autorappresentazione imbrigliata da fili e legacci tacita le individualità e inibisce ogni spurio egocentrismo, così riaffermare la centralità della funzione fatica non può non passare attraverso una sua radicale messa in discussione, sino alla sua perdita temporanea.

Sarà forse una tendenza all’autosuggestione, o la prospettiva viziata di chi vorrebbe vedere regolarità e discontinuità in ogni sistema semiotico, ma mi piace pensare che l’improvviso balzo iconografico dall’assorbimento totale di ogni autonomia cromatica (il negativo in nero del precedente “Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin”) alla loro massima espressione (il bianco sospeso di “In The Silence Electric”) simboleggi precisamente questo cammino – affascinante in quanto tale e non solamente subordinato alla meta finale – alla ricerca della comunicazione perduta. Si affaccia con inintelleggibile timidezza la sognante cantilena mercuryreviana di Luca Giovanardi, insinuandosi tra i plumbei strati di feedback che da subito la sommergono nel mix dell’iniziale “Anticipation Of The Night” (chiazzati, qui e lì, da lunari scale discendenti di piano elettrico): la voce si fa afflato fonosimbolico, tronco alla deriva nell’impetuoso flusso motorik di “Emerald Kiss” (in coda si sente, per la prima volta, il sax della sempre puntuale Laura Agnusdei) e strumento salmodiante nell’incantesimo garage-kraut del singolo “Until The Lights Go Out” (con improvvise, accecanti esplosioni chitarristiche à la White Hills).

Finito per sempre il tempo dei Julie’s Haircut come innovatori in perenne movimento, sembra ora iniziare (dopo l’interlocutorio “Invocation”, non il miglior esordio possibile per la prestigiosa Rocket) una fase non meno importante: quella dell’ecumenismo, della convivenza diacronica e diastratica di tutti i layer stilistici che hanno contribuito a traghettare nella contemporaneità il suono del sestetto emiliano. “In The Silence Electric” funziona, in quest’ottica, come ideale sommatoria: un faro che illumina il presente, rispolvera il passato, fa intuire i contorni del futuro. Tra le arroventate stilettate Madchester che spezzano le reni alla faustiana “Sorcerer”, la singolarità degli eventi exotic-dubedelica di una “Darlings Of The Sun” che dondola fra ethio jazz, Jah Wobble e Lay Llamas, gli impalpabili onirismi in reverse di “In Return” e l’autentica sorpresa di “Pharaoh’s Dream” (la cui impetuosa coda astral jazz, in assoluto la miglior prova di Agnusdei sul disco, dissesta i tribali equilibri flower power della prima metà) si accumulano le tessere di un puzzle i cui rudimenti risolutivi vengono forniti nella conclusiva “For The Seven Lakes”: è congiungendo gli estremi, nell’impossibile interpretazione che dei Popol Vuh darebbero gli ultimi Father Murphy, che compare in lontananza il “nuovo” ed indefinibile profilo di Julie – austero, autorevole, tradizionale.

Da qui in avanti, le parole tornano a riempirsi di senso.

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