Hammock
Chasing After Shadows... Living With The Ghosts
Waiting for Godot. Gli statunitensi Hammock sono uno di quei gruppi dalle enormi potenzialità e dal quale ti aspetti fiducioso che prima o poi arrivino a realizzare un capolavoro. Ma puntualmente, le aspettative vengono, almeno parzialmente, tradite. Il loro lavori restano piacevoli, interessanti, spesso coinvolgenti, ma manca sempre il definitivo salto di qualità. La loro è una musica ambient dalle marcate atmosfere sognanti ed evanescenti che non può che esercitare un certo fascino almeno nei confronti di chi è poco avvezzo a queste sonorità. Gli Hammock sono infatti un gruppo che maneggia in maniera deliziosa le arti del mestiere tessendo con sapiente abilità maglie sonore oggettivamente inattaccabili dal punto di vista formale.
Equilibrio e consistenza non mancano certo neanche a questo lavoro, eppure ciò che non può certo accontentare colui che ha un rapporto di maggiore familiarità con questo spettro di generi musicali che prendono a riferimento le sacre icone di Sigur ros, Cocteau twins e My bloody valentine, è proprio l’eccesso di riverenza nei confronti di questi ultimi che impedisce al gruppo di Nashville di sviluppare uno stile personale e innovativo. Appare infatti come il loro quarto album, Chasing after shadows…living with the ghosts non riesca quasi mai a rifuggire dalla trappola del già sentito, complice anche l’appartenenza a un genere musicale piuttosto saturo, con pochi sbocchi per innescare meccanismi innovativi, dove tutto insomma sembra essere già stato detto, fatto, suonato. Come se non bastasse, le velleità liriche degli Hammock sono spesso e volentieri tradite dall’incapacità di dare pathos a molte delle composizioni che restano passive, spesso indolenti e raramente coinvolgenti.
Proprio uno di quei lavori che per sua natura dovrebbe conquistare e trascinare letteralmente l’ascoltatore nel suo mondo, risulta invece distante, avulso e straniante. Chasing after shadows fallisce proprio nel suo obiettivo dichiarato, quello di ergersi a opera di per sé, a prescindere dalle singole tracce che la compongono. E ciò avviene non perché manchi un filo conduttore o l’organicità, quanto piuttosto la capacità di andare oltre la superficie, nello scavare nelle inquietudine e nelle passioni umani per sollevare gli animi, produrre quell’ effetto catartico che è la condicio sine qua non della riuscita di un album di questo genere. Dato che dunque, globalmente, il cerchio non pare trovare la sua quadratura, è necessario ricorrere a un’ indagine nello specifico delle undici tracce che compongono l’ultima fatica degli Hammock, per riuscire a riscontrare ed evidenziarne i pro e i contro.
La prima parte dell’album è quella che presenta un suono più compatto e geometrico tanto da poterlo facilmente accostare al post- rock strumentale dei maestri Mogwai (The backward step, Tristia), mentre poi, progressivamente, prevale un flusso sonoro impalpabile e inconsistente, sempre più liquido, sporcato solo da lievi increspature shoegaze (Little Fly Mouchette, Something other than remaining). Alcuni episodi più oscuri, tanto da ricordare alla lontana Dead can dance, Lycia o Arcana si adagiano in una certa monotonia (Dust in the Devil’s snow, How can I make you remember?), in uno stancante clima di esasperante pesantezza.
Le rarissime parti cantate attingono a piene mani dal dream pop più etereo, così You lost the starlight in your eyes mostra dei Ride inariditi, mentre al contrario Breathturn, stupenda soprattutto se ascoltata accompagnata dal delizioso videoclip, riesce a rievocare il lirismo malinconico dei Sigur ros di (). Altri pezzi che vale la pena ricordare sono i dolenti e agghiaccianti spasimi in crescendo ansiogeno di Andalusia e l’angosciante vuoto esistenziale in stile Eluvium di In the nothing of a night.
Chasing after shadows è dunque luci e ombre, è maggiore varietà e compattezza del suono rispetto al passato, ma è anche, spesso, un (involontario) esercizio retorico poco avvincente e a tratti irritante.
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