R Recensione

7/10

Massimo Martellotta

One Man Sessions, Volume 4: Underwater

Della distintiva poliedricità di Massimo Martellotta abbiamo avuto modo di parlare svariate volte, nel corso degli ultimi mesi: in occasione dell’uscita del quarto capitolo di One Man Sessions, “Underwater”, ci troviamo a farlo di nuovo. Il disco sensorialmente più suggestivo e minimale della serie che segue, a strettissima distanza, quello più orchestrale e cinematografico: se non è questo il caso ideale di opposti che si respingono! Eppure, come nello strutturalismo saussuriano, anche la musica di Martellotta è un système où tout se tient, in cui le differenze discrete vengono fatte ricondurre ad un’unica fonte: per cui, prima ancora che di bianco e nero, yin e yang, converrà tirare in ballo la metafora del prisma con mille facce – tanto più che le onde luminose, nel passaggio dall’aria all’acqua, vengono rifratte, si sdoppiano, si confondono. Questa disgregazione nell’unità rappresenta perfettamente il modus operandi di “Underwater”.

Curiosamente ma non troppo, l’ultima volta che mi è capitato di ascoltare qualcosa di interamente ed esplicitamente incentrato su fascinazioni batimetriche è stato, un paio d’anni fa, in concomitanza delle reissue – curate dall’illuminatissima Intervallo – di due delle raccolte più geniali e folgoranti della library tricolore, “Ittiologia” (1973, Cardium) e “Biologia Marina” (1973, Rhombus), contenenti composizioni di Alessandro Alessandroni (anche con lo pseudonimo di Braen), Amedeo Tommasi (anche come Atmo) e Franco Tamponi. Alcuni movimenti di “Underwater”, in particolare, ricordano il Tommasi di “Ittiologia”: da un lato i soffusi twang di chitarra che, nell’iniziale “Archimede’s Principle”, vengono sommersi da fluttuanti bassi dub e gorgogliante effettistica ambient, dall’altro le acide sovrastrutture di modulare che svariano sul bordone di synth in “Black Out Syndrome” (con uno schema simile a quello di “Thalmann Algorithm”, dove l’incalzare delle percussioni si fa per la prima ed unica volta fisico). Solo di rado i pezzi si muovono su una linea dinamica definibile in quanto tale: uno di questi è “Twilight Zone”, il cui bel riff portante noir-funk è animato da un groove in grado di tenere testa al montare dei sintetizzatori (un episodio di crossover interno?). Ma è nelle tre “Apnee” che Martellotta dà il meglio di sé: passato l’intermezzo glitch della prima, la seconda respira con la solennità di un Dylan Carlson nella Fossa delle Marianne, mentre la terza è un ovattato excerpt chopiniano prestato al buio degli abissi.

Aspettando a breve l’ultimo squillo, “Just Cooking”, per il momento è questo il disco migliore della serie.

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