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R Recensione

8/10

Moodymann

Taken Away

Parlare a fine anno dell’ultimo, voluttuoso lavoro di Moodymann, ovvero Taken Away, pubblicato a maggio, non deve suonare come un ritardo, un anacronismo o, peggio, un errore da parte della vostra ciurma musicale. Forse più che mai un anno difficile come è stato questo Duemilaventi per la lotta al razzismo (negli Stati Uniti in primis), l’anno personificato tristemente dal volto di George Floyd, l’afroamericano assassinato dalla polizia americana divenuto simbolo del movimento antirazzista Black lives matter, deve concludersi con un messaggio di forza e di resistenza. Il territorio della musica afroamericana contemporanea richiederebbe una mappa fin troppo grande per essere illustrata, anche dal punto di vista sociale. Moodymann tuttavia, nome d’arte di Kenny Dixon Jr., DJ e produttore originario di Detroit, ha avuto più di altri a che fare, quest’anno, con la questione razziale. Taken Away è testimone infatti, tra le altre cose, del tormentato rapporto di Kenny, in quanto afroamericano, con la polizia statunitense. Il titolo, “portato via”, si riferisce a un evento accaduto nel 2019 ai danni del musicista, il quale viene arrestato e maltrattato dalle forze dell’ordine davanti alla sua abitazione senza di fatto aver commesso reato alcuno. Fa(t)to vuole che Taken Away sia uscito pochi giorni prima della “vicenda Floyd” e sia diventato - così almeno ci piace pensare - una ulteriore voce anche per Floyd stesso, voce che al giovane texano è mancata mentre Chauvin premeva il ginocchio sulla sua gola.

Ma Taken Away è un album che merita annoverare tra gli ascolti più ricchi di quest’anno per motivi che esulano dal suo valore culturalmente simbolico. È un album anzitutto che vede numerose e interessanti collaborazioni, intrecci di voci, di esperienze, il cui risultato è un ventaglio di influenze di genere che, come creste d’onda che si alzano e si abbassano rispetto alle ascisse di quella che è stata definita la techno “stile Detroit”, tipica di Moodymann, vanno mescolandosi. Il giro di basso di Do wrong ci fa intendere che la direzione di Taken Away preveda assai chiaramente il funk (P-funk se vogliamo fare della tassonomia), una delle tangenti principali della Detroit techno che, sin dalla fine degli anni Ottanta, combinava con la disco, il synth pop e un più ampio spettro jazz e soul (tipico della scuola house di Chicago, presente qui nella forma di un Hammond fluttuante che apparirà qui e lì nel corso delle tracce). Il brano, come molti altri, fa ampio utilizzo del campionamento - l’esempio qui è fornito da Love and happiness di Al Green. L’influenza più chiaramente elettronica e synth compare nella title track, scritta in collaborazione con Amp Fiddler, altro paladino soul funk di Detroit, anche se la voce femminile del brano appartiene a Roberta Flack (la regina di Killing me softly, per intenderci), sul cui sfondo si possono udire le sirene della polizia che sfrecciano da un orecchio all’altro, recuperando quella che è la narrazione socio-politica principale dell’album. Più sinuosa e lo-fi è la successiva Let me in, in cui c’è l’intervento di Andrés (autore di libidinosi pezzi midtempo i cui titoli, per noi italioti, sono a dir poco esilaranti - basta citare la sua Sangiovese sonata) e della musicista soul Sky Covington - squadra rigorosamente all black. Più schizofreniche sono le campane fuori tempo di Goodbye everybody, dove il campionamento della voce di Lowell Fulson in Prison Bound la fa da protagonista (ancora il tema della prigione, certo). Personalmente sono giorni che riascolto a ripetizione Slow Down, per nessun motivo oltre al fatto che è un brano semplicemente ipnotico, una sorta di amplesso funky in cui, sotto la maestria delle dita che fanno girare i vinili, si va di sample in sample, anche con cambi repentini, subitanei di tempo, passando dal piano a puri suoni ambient (sirene di polizia, cori di bambini che hanno finito un girotondo, un aereo che passa). Qui da citare sono le correzioni di Chico DeBarge e Diviniti. Chi insomma - lo dico solo per i giovanissimi - pensa che basti ascoltare i Daft Punk per sentirsi vivi è fortunato perché deve ancora ascoltare Moodymann. Fuori corda è l’assai più sabbiosa Just stay a while, che dà la sensazione di toccare un circuito elettrico a mani nude e gli stessi capogiri di una notte insonne. Moodymann decide di chiudere con un tono di erotismo in Let me show you love, brillante dal punto di vista del suono e del groove, quasi del tutto elettronico, vagamente dance, che persino gli amanti giovanissimi della trap più moderata potranno apprezzare.

Insomma, noi ve l’abbiamo detto.

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Voto degli utenti: 9/10 in media su 1 voto.
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Dusk 9/10

C Commenti

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zagor alle 15:33 del 29 dicembre 2020 ha scritto:

ottima recensione, segnalazione interessante ( Roberta Flack citata è sempre un bene).

Polfer, autore, alle 15:12 del 30 dicembre 2020 ha scritto:

grazie

FrancescoB alle 9:19 del 31 dicembre 2020 ha scritto:

Bella recensione per un album che sto esplorando in questi giorni.

Dusk (ha votato 9 questo disco) alle 18:08 del 19 gennaio ha scritto:

Recensione competente, complimenti! Avrei voluto scriverla in questi giorni, ma mi son svegliato tardi... questo però mi concede l'occasione di comporre una recensione super partes.

L'album di per sè una garanzia del buon vecchio Kenny Dixon Jr... calza a pennello col periodo storico in cui Detroit ha vissuto e vive oggi; la svolta soul-jazz-funky è davvero celestiale. Sicuramente un lavoro a cui si guarderà a lungo in futuro, una pietra miliare di un Moodymann sempre in (muta)forma, che non accenna a perder colpi con gli anni, ma, anzi, con rocamboleschi numeri ne conferisce esempio lampante.

Un disco che avrebbe meritato i dancefloor aperti. Attendiamo con impazienza la release in vinile... e molto altro ancora negli anni a venire!

hotstone alle 19:55 del 29 gennaio ha scritto:

discone , discazzo, chiamatelo come volete ... Il meglio del 2020 per distacco nel suo genere ...

Stefano_85 alle 0:29 del 24 febbraio ha scritto:

Ottima segnalazione.