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R Recensione

6,5/10

Lesbian

Forestelevision

Bravo chi, ai tempi di “Power Hor”, aveva subodorato la presenza di una next big thing in ascesa. Un applauso a chi, con “Stratospheria Cubensis” e il vertiginoso rilancio delle quote in palio, non aveva avuto paura di confrontarsi con una materia scottante, imbizzarrita, non subordinabile. Ammirazione per voi, infine, che avete seguito l'evolversi del serial sino a queste citeriori, estreme propaggini. Il naturale esito della ricerca sonora e formale dei Lesbian, dopo il disco molto lungo ed il concept esageratamente lungo è, in ultima istanza, lo stesso che spinse gli allora Sleep a scrivere e registrare “Dopesmoker” (che poi divenne “Jerusalem”, ma questa è un'altra storia): l'ossessione della mono traccia. Un solo movimento. Un unico, possente alveo, dove cominciare ed interrompere un monologo. Di suite, nella loro breve e prolifica carriera, i quattro americani hanno già avuto occasione di scriverne molte, da “Loadbath” a “Black Stygian”: “Forestelevision” è, semplicemente, l'estremizzazione intellettuale, la massima tensione psicofisica sopportabile dal formato, prima del fisiologico debordare nello sconfinato iperspazio della dimensione live. Quarantaquattro minuti di viaggio (sic et simpliciter) non stop.

Forestelevision” è, in breve, un grumo di ossessioni. Le paranoie di un'intera generazione, quella forgiata e rimasticata dal crossover novantiano, abituata a muoversi con disinvoltura tra stili e generi, alla ricerca spasmodica della sintesi definitiva, dell'ibrido vincente, dell'idea originale. I Lesbian trovano il loro El Dora(n)do seguendo, da vicino, ciò che consacrò alla leggenda il percorso, accidentato in quanto assolutamente geniale, dei maudlin of the Well: il suonare senza forzature, l'osservare la musica in quanto tale, l'organizzare un flusso coerente di dati ed informazioni senza avvertire la pesantezza del salto di steccato. Il parlare, dunque, di una solida unitarietà, e non di un insieme causale di frenetiche microfasi. Sebbene i risultati, qualitativamente parlando, non possano essere che distanti da quelli del primo collettivo di Toby Driver (ma il confronto sarebbe impari per chiunque), “Forestelevision” è un brano quasi inattaccabile: suonato divinamente, scritto con impressionante destrezza, interpretato con levità d'altri tempi. Si deve l'attenuazione dell'entusiasmo, e il ridimensionamento del giudizio finanche drastico, solamente ad una sezione chiave, l'ultima, consacrata banalmente a stereotipi heavy old style (per l'impiego di scale ascendenti e l'utilizzo del diabolico falsetto, è King Diamond il riferimento precipuo) il cui divario, con il corpo comunicante della suite, è troppo pronunciato: una fragorosa caduta di stile che l'avanzare di una corposa linea death/black, con un riff portante che è mistico specchio ustore, a sprazzi persino goth, non riesce a riscattare interamente.

Era iniziato tutto bene, troppo bene. Una sezione di funeral doom cosmico, feedback siderali a sovrastare il growl di Dorando Hodous, a tracimare platealmente nelle pampas psichedeliche degli Alchemist: quasi un quarto d'ora di incessante, epica tessitura descrittiva, extreme music di difficoltà esecutiva inversamente proporzionale alla fruibilità esterna. L'avvento del primo, mozzafiato segmento acustico è naturale quanto improvviso, e modifica sensibilmente l'approccio compositivo della band: pur soavi, delicate e bucoliche, le melodie sono solamente accennate, tratteggiate, fatte intuire, lasciate andare alla deriva in un indefinito liquido amniotico che ne rende irriconoscibili le orme e non permette al cerchio armonico di chiudersi. Il piegarsi repentino, romantico, della tensione strumentale verso un delta in minore è il segnale della riemersione: come una bolla d'ossigeno nei polmoni, deflagra la sacralità rituale dei Bathory, mentre i contorni si spezzano, l'inquadratura si offusca (è calzante il paragone con le deformazioni ottiche del Faust di Sokurov) e fulmini doom si abbattono – fra tapping disarticolati alla Gigan e wah demoniaci – sul campo di battaglia. Quasi non par vero, quando si diradano i miasmi e si torna a respirare, con arpeggi nitidi e cangianti: i Russian Circles a metà servizio, o della bellezza naturalistica.

Prima della sfortunata chiusura. Prima di quell'handicap che, a conti fatti, ci impedisce di considerare “Forestelevision” autentico capolavoro.

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