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R Recensione

6/10

Ulcerate

Vermis

Si ritenga soddisfatto chi, nei dilatati ed irreali pomeriggi di Auckland, ha insegnato a Jamie Saint Merat a suonare la batteria: ha cresciuto, affinato e liberato un mostro. Pur gravidi di possibili metri comparativi e di molti, illustri exempla si fatica – e molto – a rintracciare, nella storia del metal che più extreme non si potrebbe, un motore ritmico capace di sintetizzare con tale equilibrio ed efficacia sovrumana ferocia, varietà stilistica e peso specifico. Concretizziamo il postulato. Richard Christy, negli ultimi Death, aveva fratturato il batterismo di scuola East Coast in qualcosa di ben più complesso del semplice attack & release supersonico, prendendo pieno spunto dalla lezione fusion-tech di Cynic, Atheist e Pestilence: l'irriverente iconoclastia di Mick Harris ha sempre fatto scuola a sé; Paul Mazurkiewicz si limita, da venticinque anni, a crivellare di colpi i propri tamburi, ricercando la sola potenza fisica come massimo gradiente tensivo della formula della band madre; tra i “nuovi” contemporanei, Kaish Doane, fresco uscito dai Gigan – di cui avremo occasione di riparlare a breve – e, soprattutto, Cornelius Althammer degli Ahab hanno rappresentato ottime, graditissime novità, cavalli di razza d'impianto bastardo in grado di indicare la direzione dello sviluppo di una musica sempre più folle, contorta, contaminata, spericolata.

Jamie Saint Merat, tuttavia, è ancora oltre, nell'Olimpo di chi fende mortalmente i pugni solo ed esclusivamente nell'ambito di una coreografia dal più profondo respiro. Che scorra il sangue, ma a dato e preciso segnale, con metodo e rigore. Non s'increspa significativamente il livello di violenza nel passare da Hero a Kill Bill: è l'estetica del gesto ad influenzare quanto segue. “The Destroyers Of All”, 2011, che stingeva il candore algido ed irreale del post metal – glaciale nell'impostazione, virulento e sviato nella realizzazione pratica – con generose dosi di nichilismo brutal death, coniava d'autorità un micromondo alieno, infetto, finora sconosciuto: gli Ulcerate diventavano così nuovi Fear Factory, profeti messianici di un'apocalisse mccarthiana, colossi d'avanguardia sposati alla causa del ringhio coram populo, del Frankenstein perfetto – quanto preminente si sia dimostrato, in tutto ciò, il peculiare isolamento geografico, possiamo solo desumerlo. Consigliamo un ripasso della materia a chi perse per strada i fondamentali. Ciò che “Vermis”, quarto full length del quartetto neozelandese, oggi non fa, è spingersi ulteriormente oltre un limite i cui contorni sfuggono, divengono risibili: gli Ulcerate ritornano a sciacquare i panni nella Tampa Bay e bilanciano il precedente, lirico slancio pionieristico con la loro prova più “classica” (si fa per dire...), inquadrabile e marmorea di sempre.

Non si pensi alla crestomazia degli orrori, a lezioni di tortura medievale sottobanco, all'ironia macabra e truculenta dei Carcass. “Vermis” è titolo sui generis per indicare, metaforicamente, una condizione atavica di sottomissione ed oppressione. Siamo musicalmente decentrati rispetto alle caparbie poliritmie dei Meshuggah: ciò nonostante, può essere sottolineata come comune l'appartenenza, ora come allora, ad un'ideale intelligencija dell'extreme metal, stancatasi dello status quo e pronta a sperimentare oltre ogni dove. Stupisce un po', quindi, non ritrovare qui lo stesso dinamismo intellettuale, lo stesso fuoco incrociato che pervadeva “The Destroyers Of All” e che, prima ancora, aveva portato al collasso il coacervo ideologico di “Everything Is Fire”. La sola “Weight Of Emptiness”, con il suo post-tech infarcito di deliranti dissonanze doom, sembra capace di pervenire ad un sunto dell'esperienza maturata in quest'ultimo quinquennio: miasmi mefitici di cui è impregnata una narrazione allucinata, sconnessa, intrecciata e rivoltolata allo stremo. Altrove il copione è decisamente più lineare. In “Await Rescission” riemerge, da un tessuto nerastro, disintegrato, un tritono arpeggiato con belligerante solennità, vicino sia a quello di “Odium” che, ancor più, al tratto nervoso di “Fall To Opprobrium”: il brano si dissolve poi in una lotta estenuante di sei corde in ripresa death. “Cessation” si lancia verso il baratro in groppa ad una plumbea serpentina, mozzata da armonici combusti e feedback fuori controllo: l'unico lampo di un brano altrimenti velleitario, globalmente insoddisfacente anche dopo molti ascolti. Non solleva entusiasmi neppure il manierismo della title track, alleggerita da scorciatissime vie di fuga ambientali: la fantasia ottundente di Michael Hoggard in “Clutching Revulsion” (con accenno a fraseggi sincopati di acidità inconsueta) non evita al drago Saint Merat l'ennesimo sfoggio funambolico dietro le pelli, tra accelerazioni fulminanti, interstizi in blast e superba gestione dei frangenti di ricarica.

Vermis” rimane disco, al netto delle immersioni, ostico e settario. Questa volta, però, la fatica richiesta nella decodifica non è proporzionale alle soddisfazioni che si possono trarre, una volta ultimata l'impresa. Da qui il downgrade del giudizio.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 4 voti.
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