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R Recensione

7/10

Motorpsycho

Heavy Metal Fruit

È una domanda ciclica, che a colpi scompare, a tratti riaffiora: ma il venerabile Russ Meyer, dall’alto del suo voyeuristico trono di regia, quante tette avrà mai avuto modo di vedere? Un’infinità, sicuramente. Una lunga scia che parte da “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” e si sublima idealmente in “Mondo Topless”, roba che il nomen omen va a nascondersi dietro una cisterna d’acqua. Ebbene, se ad ogni visione mammellare corrispondesse una relativa intuizione inventiva, i Motorpsycho o ci stanno dando dentro con una certa filmografia, o stanno subendo il fascino delle groupies fin su, nella loro algida Norvegia. Terzo disco in due anni, quattordicesimo in totale, ad appena sei mesi dal precedente “Child Of The Future”, che completa il quadro assieme al devastante “Little Lucid Moments” del 2008. Una maratona. Tutt’altro che sfiancante. I tre scandinavi, con grazia del barrique, diventano più appetibili man mano che il tempo passa: non necessariamente più vari, né più innovativi, semplicemente sempre più efficaci.

Per descrivere “Heavy Metal Fruit”, la Rune Grammophon – alla faccia della sintesi – usava magniloquenti giri di parole: “Here we get metal, classic rock, moogs, mellotrons, prog, psychedelia, westcoast harmonies and jazzy instrumental parts”, ad esempio. Cosa di vero? Tutto. Tutto quello a cui, guardando bene, i Motorpsycho ci hanno abituato da una decade abbondante a questa parte. Una mistura pantagruelica dove confluisce ogni ingrediente tipico del loro suono, che si era fatto più complesso e spigoloso in “Little Lucid Moments”, a tratti acidissimo e free su “Child Of The Future”. Non che, d’altro canto, i sessantadue minuti del disco siano inferiori, per strutturazione e demarcazione, a qualcosa del passato. Suoneranno forse non nuovi a chi si è largamente foderato le orecchie di questi elementi, appariranno come giganteschi agli adepti d’ultimo corso, ma ciò non intacca, da un punto di vista obiettivo, la validità di quanto qui inciso.

Non a caso, ci serve un minuto e mezzo di quiete totale prima che “Starhammer”, con la collaborazione degli Electric Psalmon, accenda i motori e cominci a disgregarsi, sulla scia di uno space rock galattico riannodato più volte attorno all’effettistica della chitarra di Hans Magnus Ryan. Da qui in poi, più nessuna tregua: bombardamenti di suono continui, mutevoli, lussureggianti, colate strumentali alternate a durezze maschie figlie del loro – vecchio – tempo. Il semplice, selvatico rock’n’roll di “X-3 (Knuckleheads In Space)” che guarda in fronte, con un unico, fluente medley, “The Getaway Special”, psichedelia disciolta in acidi cool jazz che non sentivamo dallo split del 2003 coi Jaga Jazzist (ed infatti, chi c’è alla tromba se non un certo Matthias Eick?). Manca qualcosa? Ovviamente: “Close Your Eyes” stoppa il ritmo, voce e pianoforte per una ballata vicina, forse, alle armonie beatlesiane, sicuramente agli ultimi Porcupine Tree, ed è stretta da una ferale doppietta come “The Bomb-Proof Roll And Beyond (For Arnie Hassle)”, onirica visione settantina poi esplosa in mille, violentissime scudisciate metalliche, e “W.B.A.T.”, quasi dieci minuti giocati in totale anarchia, aperti come un Marc Ribot qualsiasi, od il Jimi Hendrix di “Voodoo Chile”, a contatto con una certa strafottenza stoner. Manca qualcosa? Ovviamente (…l’abbiamo già detto?): i cinque atti di “Gullible’s Travails”, ventuno, granitici minuti più vicini che mai, per incastri, giochi elettrici ed acustici, rincalzi tastieristici e martellanti linee di mellotron al progressive rock d’antan, non indispensabili per un compendio – per così dire – finale, ma spettacolari e sussultanti come il ruggito dei folli centauri meyeriani di fronte alla cinepresa…

M.B.

 

Si potrebbe disquisire mesi interi su qualunque argomento. Con un po’ di fantasia e con il pieno rispetto del principio (ormai desueto) che stabilisce l’equità tra i pareri discordanti, sarebbe possibile intavolare discussioni infinite praticamente su tutto. Anche, che ne so, sulle tette (la prima cosa che mi è venuta in mente, ammesso che se ne fosse mai andata). Piccole, grosse, a coppa, a pera, vere, finte …

Anzi, a pensarci bene, le tette (come qualsiasi altra cosa, ma in questo momento mi va di scrivere “tette”) possono assurgere a paradigma di una tipica (benché riduttiva) classificazione bipolare: da un lato la semplicità, la praticità e il fascino discreto di una misura “ghiandolare” ridotta, sostenuta, agile ed elegante. Una misura che – nella sua funzione estetica e quasi professionale – non ha necessariamente bisogno di essere “autentica” ma semplicemente di avere una forma che sia riconducibile a determinati parametri (il palmo della mano, secondo alcuni). Dall’altro lato, un formato abbondante, opulento, esuberante, rigoglioso. Un formato per certi versi anarchico che – traendo bellezza dalla sua quantità - non necessita di altre regole se non proprio quella dell’autenticità, dell’atavica corrispondenza tra foggia anatomica e relativa risposta alle leggi della natura.

Ecco, i Motorpsycho, dopo aver tentato per vent’anni (spesso riuscendoci) di incanalare la propria esuberanza musicale in canoni più o meno rock (basti pensare a quel capolavoro che fu “Angels And Daemons At Play” ed alla “definitiva” concretizzazione rock di “Let Them Eat Cake”, a cavallo tra vecchio e nuovo millennio), dal 2005 in poi decidono di abbandonarsi alla loro passione, senza più mediare il desiderio con il dovere.

Un risultato invidiabile perché pacificante, liberatorio. “Black Hole / Blank Canvas” (2006), “Little Lucid Moments” (2008) e – in misura minore – il recente “Child Of The Future” (2009) hanno riconsegnato una band che lascia agli altri il compito di aggiornare ed arricchire il vocabolario del rock indipendente per dedicarsi ad un linguaggio che si nutre di suoni ed atmosfere del passato, interpretati con una passione ed una personalità che potremmo definire uniche senza timore di essere smentiti.

Heavy Metal Fruit” è un monolite sonoro suonato e assemblato con disarmante padronanza. Dallo stoner rock (più Blue Cheer che Kyuss, in realtà) dell’apertura “Starhammer”, ricca di rimandi a certe sonorità proprie degli ultimi Jaga Jazzist (grandi amici dei rockers norvegesi), fino ai venti minuti della suite finale “Gullible’s Travails”, che lungo i quattro movimenti dei quali si compone esplora con maestria quasi tutto lo scibile rock, dallo space rock al prog (da brividi il duetto centrale tra Bent Sæther e Hanne Hukkelberg), dal post rock (il crescendo del terzo movimento) ai maestosi arrangiamenti orchestrali del finale. C’è davvero tutto in questo calderone-Motorpsycho, una vera e propria orgia sonora condotta da chitarre e sostenuta da ritmiche mai così “heavy” (“X-3 (Knuckleheads In Space) / The Getaway Special”) eppure capace di generare armonici connubi tra chitarre circolari figlie dei Black Sabbath e destrutturate improvvisazioni jazz (“W.B.A.T”).

Poi, a voler fare gli snob, si potrebbe dire che “X-3 (Knuckleheads In Space)” cita apertamente gli Who ed imbarazza un po’ (con quel coretto che più che “heavy” è solo “metal”), che lo spettro dei Pink Floyd rende la ballata “Close Your Eyes” una presenza del tutto pleonastica e che il disco nella sua interezza non brilla certo per originalità.

Ma sicuramente questo ai Motorpsycho non importa. A loro – sicuramente – piacciono le tette abbondanti, naturali e voluttuose. D’altra parte quel nome lo avranno scelto per un motivo, i Russ Meyer del rock.

 

F.C.

V Voti

Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 8 voti.
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Teo 7/10
rubens 6/10
motek 8/10

C Commenti

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REBBY alle 8:50 del 29 gennaio 2010 ha scritto:

Ma che coppia di maniaci sessuali...(eheh). Ho

l'impressione che il voto sia la risultanza tra il

6 di Fabio e l'8 di Marco o sbaglio.

fabfabfab, autore, alle 9:48 del 29 gennaio 2010 ha scritto:

RE:

Rebby non sbaglia (mai), il voto è a metà tra il sei abbondante del maniaco sessuale n°1 e l'otto stretto del maniaco sessuale n°2...

Luca Minutolo alle 9:41 del 29 gennaio 2010 ha scritto:

Ciù recensors is megl che uan!!

Disco ancora da ascoltare...

Ivor the engine driver (ha votato 7 questo disco) alle 13:12 del 29 gennaio 2010 ha scritto:

son passati i bei tempi (da 8 soothing songs a Let Them Eat Cake so come il maiale - EP compresi - non se butta via niente), ma per ora mi sembra + a fuoco sia di Child (che ho pure preso in vinile ma sentito pochino pochino) che di Little Lucid Moments. Puttana eva però saltano anche stavolta il Velvet, maledetti eretici!

target alle 18:39 del 29 gennaio 2010 ha scritto:

MB e FC for president(s)!

Marco_Biasio, autore, alle 19:03 del 29 gennaio 2010 ha scritto:

Grazie a tutti del passaggio e dell'apprezzamento! Per Ivor: nella mia top three degli ultimi tre anni, invece, "Heavy Metal Fruit" finisce dietro a "Little Lucid Moments" (disco bellissimo foss'altro per la title-track) e davanti a "Child Of The Future", a tratti un po' troppo monocorde.

Emiliano alle 16:12 del primo febbraio 2010 ha scritto:

Salomonici come pochi, ragazzi miei... il disco lo ho ascoltato ancora poco, me lo centellino come sempre con le Bands che amo. In ogni caso, anche se il songwriting si rivelasse inferiore ai loro capolavori, non sarebbe un problema: sono sempre i Motorpsycho, fanno rock come pochi e l'uscita di un nuovo album è un'ottima scusa per tornare a vederli dal vivo, a parer mio la loro dimensione migliore.

bargeld (ha votato 7 questo disco) alle 12:55 del 26 febbraio 2010 ha scritto:

Benvenuti nel 1970! Scherzi a parte, se lo possono permettere, classe assoluta. Come voi due matti, d'altronde!

bargeld (ha votato 7 questo disco) alle 12:55 del 26 febbraio 2010 ha scritto:

il voto.

Marco_Biasio, autore, alle 1:24 del 26 settembre ha scritto:

(Ri)scoperta del lunedì notte: nel "minuto e mezzo di quiete totale" di Starhammer fa già capolino il riff di Into The Gyre (da The Death Defying Unicorn, 2012). Unici a tornare indietro, comunque, questo disco non va oltre il 6/6.5, decisamente troppo lungo e jammato.