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R Recensione

6/10

Sumac

Love In Shadow

Tra gli innumerevoli momenti topici di cui sono costellate le tre stagioni di Twin Peaks uno in particolare, per qualche ragione, mi colpì profondamente all’epoca e torna ad inquietarmi con assoluta periodicità. Siamo nella stamberga in mezzo ai boschi che circondano la cittadina di confine, un posto isolato da tutto e tutti in cui hanno trovato rifugio il redivivo Windom Earle e il fuggiasco Leo Johnson. Il maggiore Garland Briggs è stato appena rapito ed appeso, ironicamente, ad un bersaglio. Sotto lo sguardo catatonico di Johnson, Earle gli si avvicina con passo militare, gli chiede le generalità e gli porge, con fare confidente, un’unica domanda: “What do you fear most in the world?”. La risposta è sorprendente, un’assoluta anomalia nell’universo ontologico di cui dovrebbe far parte un uomo dei servizi segreti: “The possibility that love is not enough”.

Ci ho meditato sopra, recentemente. E se fosse proprio l’amore la forza di cui abbiamo bisogno per sopravvivere a questi tempi cupi e disperati, questo buco nero che risucchia a tutto spiano speranze ed energie, che mangia le anime? Aaron Turner non è certo tipo da baci Perugina, eppure, nell’introdurre un disco di parossistica ed oscura intensità come “Love In Shadow”, ha impiegato parole che mai ci saremmo aspettati di sentire da uno come lui: il terzo parto in studio dei suoi Sumac celebrerebbe la capacità di accettarci ed amarci vicendevolmente per ciò che siamo, rispondendo ad un bisogno universale che – costantemente calpestato ed obnubilato – scatenerebbe per contraccolpo gli istinti peggiori dell’uomo, dalla paura alla violenza, dall’oppressione all’autodistruzione. L’originalità del punto di vista varrebbe da sola tutta l’attenzione (ed è molta, davvero molta) che sono in grado di assorbire i sessantasei minuti di “Love In Shadow”, opera che per complessità e densità ridicolizza persino il precedente – e già mastodontico – “What One Becomes”.

Una breve postilla sul tema. Nel breve lasso di tempo che separa i due full length, i Sumac hanno registrato e rilasciato, lo scorso febbraio, una collaborazione performativa con Keiji Haino (“American Dollar Bill – Keep Facing Sideways, You’re Too Hideous To Look At Face On”) su cui abbiamo al tempo speso qualche parola. Col senno di poi non fu un vezzo, ma un’importante ragione artistica: la presa di confidenza con strutture assai più libere, anarchiche e “sciolte” di quelle che persino l’avant metal meno condiscendente permetterebbe. Quelle che formalmente assomigliano a quattro suite sono piuttosto, allora, quattro istanziazioni non consequenziali di un flusso energetico difficile da definire e determinare con precisione: quattro atti di una pièce teatrale sul sublime. Il più corposo, “The Task”, dura de facto sei minuti: un vortice di matematico metallo incandescente la cui spina dorsale ritmica (dietro le pelli siede Nick Yacyshyn, già in quei Baptists che quest’anno hanno firmato il loro terzo “Beacon Of Faith”) si abbatte con mostruosa potenza sui timpani dell’ascoltatore, inserendosi negli interstizi lasciati liberi dallo scream ferino di Turner. Il rimanente quarto d’ora scivola in una lenta destrutturazione: un coprifuoco post-core à la Neurosis, il nudo battito a pulsare contro urla disarticolate ed astratte spizzate chitarristiche impro jazz, infine l’organetto pompeiano di Faith Coloccia su cui si spegne, nel fallout atomico, la pantomima vocale del coniuge.

Vibra la carne e scorre il sangue, nell’inchiostro che innerva la penna sincera e acuminatissima dei Sumac, ma un tale esubero di forza belluina, più che atterrire, alla lunga indispone. “Attis’ Blade”, aperta in due dal basso distorto di Brian Cook e tenuta in sospensione su tamburi detonanti, deraglia in una schiumante free form noise-grind smorzata e riaccesa a più riprese, sino all’esaurimento fisico e mentale: solo allora subentrano sezioni di sludge acido e dissonante, mediato da riflessi di americana arpeggiata. Tutta la prima metà di “Arcing Silver”, la più breve del gruppo (12:07), si muove su un ostinato di basso a variazione zero, con la chitarra di Turner che rilegge gli Psychic Paramount in chiave ultraheavy, prima di un’ascensione finale che fa rimanere a bocca aperta per ferocia e volumi. O forse è uno sbadiglio? A dire qualcosa di nuovo – dopo la tenue presentazione di una serpentina melodica annichilita nei valvolari – è il prisma cangiante di “Ecstasy Of Unbecoming”, i cui frenetici ma pulitissimi carico-scarico e l’attenzione ad intricate armonie aliene – post metal che si muove su intervalli quasi classici – condividono più di qualche similarità con le esplorazioni di “What We Becomes” (basti pensare che la logorrea solistica di Turner, lanciato in una rivisitazione metallica di una contemporanea “European Son”, viene infine speronata al costato da un ultimo brutale affondo che ricorda da vicino la vecchia “Will To Reach”).

Per quanto oggettivamente notevole, “Love In Shadow” è un monolite che fatica terribilmente a conquistare, e i cui eccessi oscurano in larga misura i pur non disprezzabili pregi. Che si sia già detto tutto quello che si doveva dire? Difficile fare previsioni, ma qualche sospetto non può non aleggiare. Amore, a ben vedere, è anche questo: essere sinceri sino in fondo.

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