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R Recensione

5,5/10

Giorgio Poi

Smog

Ci avevano già provato qualche anno fa gli Uochi Toki di “Idioti”, in uno dei loro non rari scivoloni di supponenza retorica, a leggere nella mente di un fruitore attivo medio della loro proposta, sfidandolo a non accontentarsi di “promozione, rivalsa, od un banale stare a galla in 500 battute non pagate”. Quando Giorgio Poi riprende in mano la propria chitarra acustica per la strimpellata finale in compagnia di Calcutta (“La Musica Italiana”) il tono è, voglia il cielo, incomparabilmente meno astioso e più leggero, autoironico (“Le mani nei capelli / Quando partiva Vasco / Battiato, che paura / Chissà che lingua parla / Battisti e Lucio Dalla / Fanno musica di merda / Calcutta e Giorgio Poi / Madonna che tristezza”), ma la conclusione logica che se ne trae non troppo differente: tutti bravi a fare gli snob con la critica alla ragion pura degli altri – e che la posta in gioco sia una fantomatica “visione dell’intensità della lingua” o il nemo nostalgicus in patria del nuovo pop tricolore in fondo poco cambia.

E poi e poi e poi… La novità è che non c’è niente di nuovo: dopo il buon successo dell’esordio “Fa Niente”, dopo un interregno di penne, voci e strumenti prestati alle alte chart (se Frah Quintale ha sfondato con “Missili”, sebbene non sia dato sapere cosa, lo si deve anche a lui), con “SmogGiorgio Poi compila uno stringato sophomore che – rinnovate ambizioni commerciali a parte – riesce nell’impresa di non aggiungere alcunché di significativo a quanto già sapevamo del cantautore capitolino. Dinoccolati vademecum antiodeporici tra paso doble slacker e nuova scena romana (interessante la prospettiva di “Non Mi Piace Viaggiare”, che fa curiosamente il paio con la già citata “La Musica Italiana”), corali ritratti generazionali con scricchiolanti arrangiamenti da it-pop anni ’80 (“Vinavil”), le striature stroboscopiche di una “Maionese” che prova a riscrivere “Tubature” con allure da stadio (non riuscendoci), gli accenti jazz di un’enfatica ballata che affianca melodia beatlesiana a mediterraneità battistiana (“Solo Per Gioco”). La lista potrebbe continuare a lungo, ma sterilmente. La complessità delle costruzioni strumentali, già dissimulata con perizia nell’esordio, cozza qui contro un’effettiva volontà di semplificazione e standardizzazione: per cui la stratificazione è puntinistica, colta solo in singoli istanti e passaggi (il salto di tono nel ritornello sinestetico della bella “Ruga Fantasma”, chiuso salomonicamente in minore: i rientri armonici di “Napoleone”, il cui testo intessuto di belle metafore ben si sposa con la melodia di synth). A mancare all’appello, nonostante la durata asciugata all’osso, è però lo sguardo d’insieme, la Gestalt arty: per assurdo, per rimettere le cose a posto deve arrivare un singolo canonico, per quanto gradevole, come “Stella” (la “Coffee And Tv” per gli amanti dei Tame Impala).

Incrociando la dimessa ed originale poetica di “Smog” (il viaggio sofferto, ripudiato: generazione Erasmus fino a un certo punto) coi suoni e le invenzioni del primo capitolo si immagina un bel disco, che però, nella realtà, non esiste. Qui il cruccio, conoscendo le potenzialità del deus ex machina, è significativo. La risposta dello zoccolo duro non si farà comunque attendere: fa niente…

V Voti

Voto degli utenti: 6/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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hiperwlt (ha votato 6 questo disco) alle 17:24 del 19 giugno ha scritto:

Bravo Marco a recensire il disco. Sicuramente in continuità con l'esordio, addirittura più semplicistico come dici tu. Per me non manca qualche bel pezzo ("Vinavil" su tutte), anche originale ("Napoleone"); meno efficace, invece, quando si fa epigone tra i tanti (Dente, ad es., in "Stella"). It pop DIY delle piccole cose, come ce n'è stato tanto (e marginale) in questi anni, ma per fortuna in grado di differenziarsi grazie alla scrittura comunque buona di Giorgio Poi.

ps: gli unici dischi di valore dell'it-pop contemporaneo, per me, rimangono "Evergreen" di Calcutta (ottimo disco, superiore a "Mainstream") e l'esordio di Poi. In coppia, non un granché.