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R Recensione

7/10

Black Flag

My War

Dopo aver istituzionalizzato con un disco epocale quello che venne definito il beach punk (“Damaged, 1981) i Black Flag si trovano ad un bivio. Nell’intervallo che si pone tra il primo e il secondo LP ne succedono infatti di tutti i colori: una causa legale con l’etichetta discografica Unicorn, l’arresto di alcuni membri del gruppo (Greg Ginn e Chuck Dukowski) nonché il susseguente stravolgimento della formazione che resta in piedi di fatto con il solo duo storico Henry Rollins e Greg Ginn. La risoluzione dei problemi è graduale e quasi naturale: dopo un massacrante tour all’insegna del pressapochismo organizzativo e dello sfascio il gruppo vede la Unicorn fallire e nel 1983 può tornare negli studi per preparare il secondo LP che prende il nome di “My War”. Per l’occasione il chitarrista Ginn si sdoppia anche al basso per colmare l’uscita di Dukowski mentre alla batteria viene chiamato Bill Stevenson dei Descendents.

Una volta sistemato l’assetto resta forse il problema più grosso di tutti, ossia decidere quale percorso musicale intraprendere: da un lato la possibilità di proseguire sulla strada tracciata da “Damaged” diventando un punto di riferimento per la scena hardcore californiana (comprendente tra gli altri Minutemen, Circle Jerks, Dead Kennedys, Descendents, Bad Religion, la maggior parte dei quali raggruppati dalla storica etichetta SST, fondata dagli stessi Black Flag) e vivere di probabile gloria riflessa per anni. Dall’altra l’ignoto.

L’istinto anarchico (non politicizzato bensì libertario) porta i Black Flag a fregarsene della pressione esercitata dal pubblico di teste rasate e dalla rivista MaximumRockNRoll (fondata nel 1982 da Tim Yohannon e divenuta in breve tempo la bibbia di riferimento del popolo hardcore) che invocava a gran voce un altro simil-“Damaged”. Si lavora invece per seguire le proprie passioni con un maggior approfondimento della cultura ’70s pre-punk. Se infatti si può dire che il punk dal punto di vista ideologico fosse estremamente ostile alla musica rock nonché ad ogni riflesso della sua cultura (da Woodstock al progressive) i Black Flag restano invece sempre fortemente ancorati alla cultura hippy. Ginn è da sempre patito dei Grateful Dead e durante il tour del 1982 inizia a scoprire anche gruppi come King Crimson e Mahavishnu Orchestra. Carducci, manager della SST, conferma come “i nostri musicisti studiavano il rock anni settanta e sessanta; non studiavano i dischi punk rock.” D’altronde già nelle prime produzioni del gruppo è riscontrabile una certa esuberanza del chitarrista Ginn che molto spesso esce senza problemi dal canonico “tre accordi e via” per lanciarsi in assoli sì cinetici, ma molto tecnici ed elaborati.

Tutto ciò orienta la band ad approfondire il recupero di sonorità pre-punk, tuttavia quello che segue non è propriamente una graduale riforma bensì una vera e propria rivoluzione stilistica. O quanto meno una mezza rivoluzione in quanto “My War” è prima di tutto un album spezzato a metà. Il lato A ancora strettamente ancorato al beach punk-hardcore degli esordi, il lato B invece presenta un terzetto di pezzi per un totale di venti minuti scarsi in cui si precipita in un abisso heavy minimale che ormai di punk non ha più nulla.

Nonostante sia la seconda parte quella meritevole di maggiore attenzione perché più carica di conseguenze non si può esulare dall’analizzare la prima che offre una prestazione ambivalente: il brano omonimo d’apertura è energico e slanciato e gode, oltre al solito cantato marcio e selvaggio di Rollins, una costanza chitarristica furiosa che sfocia in un riff brillante. “Can’t Decide” è già un’anomalia con la sua durata che supera i cinque minuti: è un punk meno limpido e più vicino al rockabilly dei Cramps con la sua atmosfera da horror b-movie. Nonostante un’avvolgente linea di basso l’impressione comunque è che Ginn esageri nettamente con i suoi virtuosismi che lo portano ad assoli decisamente stonati e privi di nesso. Anche “Beat My Head Against The Wall” spezza l’abituale hardcore con ritmi hard rock convenzionali e con una serie di stop & go che, col senno di poi, possono essere visti sia come il progressive applicato al punk sia come la prime basi del math rock. L’intreccio è comunque confusionario e solo vagamente intuitivo e non concretizza le potenzialità dell’idea.

L’agrodolce e sadica “I Love You” riporta alla mente la sessualità morbosa degli Stooges mentre il solido punk, impreziosito da una serie di ripartenze micidiali, viene ancora una volta sfigurato dall’ennesimo pessimo assolo.

Forever Time” si mantiene sulla scia: punk rock marcio con scaglie di hardcore e vistuosismi chitarristici troppo esaltati. “The Swinging Man” è leggermente più schizzata e cinetica del resto dei brani e sfrutta stavolta un’ottima base ritmica su cui Rollins si scatena in un incrocio perfetto tra la lascivia animalesca di Iggy Pop e l’irreguietezza teatrale di Nick Cave.

E’ il terzetto “Nothing Man Inside”-“Three Nights”-“Scream” che merita però di essere maggiormente ricordato: Stevenson rallenta il ritmo alla batteria in maniera impressionante e fa da sfondo a un inaspettato hard rock alla Black Sabbath particolarmente rallentato. Di fatto siamo in pieno doom metal mentre il punk sembra essersi evaporato, cancellato, svanito. Rollins urla ora in maniera sguaiata come se un diavolo si fosse impossessato del suo corpo e gli stesse infliggendo squarci negli organi. A sentirlo oggi si può trovare forse uno dei primi modelli del futuro Marilyn Manson.

Ginn mette da parte ogni genere di virtuosismo iperveloce. Spalma i riff satanici alzando il feedback a manetta e scandisce più attentamente anche gli assoli in maniera più pertinente, creando un clima cupo e devastante per uno scenario complessivo particolarmente minimale e cadaverico. La distanza con una certa parte di dark-gothic metallaro non è poi così ampia e “Nothing Man Inside” può anzi considerarsi una delle migliori produzioni del genere. Questi tre brani diventano di fatto il ponte ideale tra mostri sacri dei 70s come Black Sabbath e Hawkwind e nuove realtà come Melvins, Saint Vitus e in parte anche Soundgarden.

My War”, preso a pomodori in faccia dai puristi dell’hardcore, è un album che guarda avanti, molto avanti. Il suo sincretismo stilistico ai limiti del crossover sarà uno dei fattori fondamentali per la nascita del grunge e in generale per la riscoperta di un sound che l’ondata punk credeva di aver sepolto del tutto.

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Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 10 voti.
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motek 5,5/10

C Commenti

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simone coacci (ha votato 6 questo disco) alle 10:06 del 7 luglio 2008 ha scritto:

Disco di transizione per la "bandiera nera", come hai ben evidenziato: alcuni pezzi zoppicano con un piede nel limbo e uno all'inferno, non essendo ancora nè carne, è pesce. La mutazione genetica e stilistica si completerà pienamente solo con la trilogia successiva: "Slip It In", "Loose Nut" e "In My Head". Veri "Godfather" dello sludge. Ginn è un genio assoluto, qualcuno sa che fine ha fatto?

P.S: In confronto a Rollins, Marilyn Manson è Boy George.

Peasyfloyd, autore, alle 11:29 del 7 luglio 2008 ha scritto:

RE:

si si beh ovvio che Rollins >>>>>>>>>>>>>>>>>> Manson ma proprio non andrebbe neanche fatto il paragone, infatti mi limitavo solo a far notare una certa somiglianza stilistica nel modo di cantare.

simone coacci (ha votato 6 questo disco) alle 16:15 del 7 luglio 2008 ha scritto:

No, lo so, l'avevo capito. Era solo una battuta. Se dal tuo discorso avessi evinto che li ritenevi gemelli siamesi, non ti avrei mai contraddetto, anzi, ti avrei assecondato e poi consigliato l'indirizzo di un buono psichiatra. ihihih

Peasyfloyd, autore, alle 16:50 del 7 luglio 2008 ha scritto:

ahahaahahah

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 18:43 del 14 novembre 2008 ha scritto:

Splendidi loro, splendido Greg Ginn (in pieno accordo con Simone, un genio a 360°), lavoro che però sfigura un po' rispetto ad eccellenze artistiche come "Damaged" e "Slip It In" (Dio, che dischi!). Bella anche la recensione, anche se non capisco fino in fondo il collegamento fra i BF e due band come Melvins e Saint Vitus. Tutti troppo bellissimi, in ogni caso.

Gengis il Kan (ha votato 8 questo disco) alle 12:18 del 27 marzo 2009 ha scritto:

Senza il lato B di questo disco addio Melvins, addio gran parte della musica venuta dopo. Per tanti aspetti, molto piu' importante di "Damaged" ...che comunque rimane il mio preferito e uno dei miei dischi preferiti in assoluto.

ThirdEye (ha votato 9 questo disco) alle 0:36 del 18 febbraio 2010 ha scritto:

IPER SOTTOVALUTATO

Un album davvero importante per lo sviluppo di tutto il Rock alternativo a venire, lo Sludge ecc ecc..Per me quasi un capolavoro.

bepin6184 alle 13:10 del 20 agosto 2016 ha scritto:

Gli assoli non sono "pessimi"....si rifanno alla musica atonale europea e a certa avanguardia. sono volutamente composti cosi; fa parte della natura del sound dei black flag.

bepin6184 alle 13:10 del 20 agosto 2016 ha scritto:

Gli assoli non sono "pessimi"....si rifanno alla musica atonale europea e a certa avanguardia. sono volutamente composti cosi; fa parte della natura del sound dei black flag.