Serj Tankian
Harakiri
La prima volta che lo si ascolta, non lo si nega, è quasi solo per completismo, per distratta affezione didascalica, residuo di un legame allora molto più forte e solido, ma inevitabilmente degenerato in seguito agli ultimi e più recenti sviluppi, solistici e non. È con sorpresa che esce fuori, così, “Harakiri”, da un bozzolo di quieta indifferenza. Con tale irruenza, e contro ogni pronostico, da generare a sua volta una reazione di difesa impensabile ai tempi d’oro ma oggi, d’altro canto, pienamente giustificabile: com’è possibile che questo disco sia così e non in altra maniera? Possibile che ci sia uno sbaglio colossale nell’aria? E, se di sbaglio non si tratta – ché, in fondo, anche “Elect The Dead”, al tempo che fu, non era disprezzabile –, quanto può durare un fuoco del genere? Triste a dirsi. Eppure, ogni singola barricata troverebbe pieno sostegno da parte dell’ascoltatore medio raziocinante. “Harakiri”, nel frattempo, si gonfia, lievita. Non si suicida affatto: si svela. Una, due, tre volte. Scivola anche, con ingenuità e rumore: per poi rialzarsi.
Il bello è che, sostanzialmente, nulla è cambiato dal guazzabuglio sinfonico del crossover di “Imperfect Harmonies”, buccia di banana eclatante e vistosa molto più del dovuto. Nulla è cambiato, perché per primo non è cambiato Serj Tankian, il solito istrione che, preso atto del fallimento di un progetto troppo grande ed astratto per le sue capacità di songwriter, ne ha semplicemente deviato il corso, smembrandolo in varie unità autonome, anziché ricreare artificialmente il fragile cerbero tuttofare. Dunque: da una parte “Harakiri”, appunto, dall’altra l’effimera e tutto sommato innocua reunion con il simulacro dei System Of A Down, dall’altra ancora le musiche per la trasposizione broadwayiana del Prometheus Desmotes e le raccolte di poesie; all’orizzonte, il fantasma di altri tre dischi, di cui uno jazz (“Jazz-Iz Christ”), una sinfonia classica (“Orca”) ed una colonna sonora, assieme a Jimmy Urine dei Mindless Self Indulgence, divisa tra strumentali elettronici e sample vocali (“Fuktronic”). Difficile credere a tutto: difficile, soprattutto, crederci sul serio. Tuttavia, è innegabile, Serj lavora. Non più come in passato, con la furia gelida del rivoluzionario: ora il metodo si dispiega in maniera accademica, professionale, scientifica. Proprio per questo, in controtendenza con quanto detto, “Harakiri” spiazza.
Sotto questo punto di vista, nemmeno io sono cambiato, e me ne rendo conto. “Uneducated Democracy” è un brano che dieci anni fa mi avrebbe messo ko, e dieci anni dopo mi manda ugualmente al tappeto. Apertura con il funk shakerato di D. Boon, maligne linee vocali dritte dritte dagli anni ’90, stacchi dada-core à la Dead Kennedys (evidentissimo l’imprinting di East Bay Ray nella mano onesta di Dan Monti), stop&go fenomenali con tanto di rivoltolamenti etnici e microfratture swing. Niente che i System Of A Down non avessero già scritto in passato: ma risentirlo ora, con diversi bocconi amari sullo stomaco, è un incendio, che brucia. Per lo stesso motivo, la dinamica semplicità metallica di “Weave On”, che gira attorno alla voce di Serj aggiungendo e sottraendo semitoni, e permettendosi pure il lusso di un sotterraneo arrangiamento per tromba con sordina, arriva dritta al punto, senza perdere niente per strada. Poi, ovviamente, le magagne e i mugugni (miracoli del cambio vocalico…) non spariscono da soli, e parecchi strascichi appesantiscono inutilmente il disco: la brutta title-track, in forma di scontatissima ballad elettrificata, il rifferama a comando dell’incolore “Figure It Out”, statico nu-metal che nemmeno un uso intensivo della doppia cassa riesce a movimentare, i toni estatici in crescendo di “Occupied Tears” che si butta via, letteralmente, in un ritornello tanto banale quanto fuori luogo.
“Harakiri”, però, è compatto. Non è un’osservazione da poco. La coesione interna è rivelatrice, il più delle volte, di un ritrovato ordine mentale. Le idee non sono più quelle di una volta, e lo si sa da tantissimo tempo, ma ciò che conta è la rappresentazione dell’angolazione da cui prendono vita. Tankian rende stratificato un singolo semplice, finanche telefonato, come “Cornucopia”, estendendosi su più registri vocali al contempo ed ombreggiando di sguincio le poche distonie delle chitarre, tanto che alla fine non si riesce bene a capire se il brano abbia una matrice più aperta e solare, o più introspettiva ed umbratile. Al contrario, “Butterfly” parte sentimentale e dimessa, col freno a mano tirato, giocando tuttavia sul grandangolo strumentale di un refrain, almeno questo, azzeccato. In mezzo stanno “Ching Chime”, tipico studio caricaturale per scansioni orientaleggianti e congiunture metalliche, e “Deafening Silence”, che controbilancia un medium elettronico ancora un po’ dozzinale con rifiniture acustiche e carezze timbriche davvero non male.
Ve lo dico io, per primo: non durerà. Ma finché dura…
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