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R Recensione

7/10

Black Mountain

Destroyer

Se ogni chitarra, come le mani di Mario Brega, può essere disgiuntamente piuma o fero, non è peccato retorico vedere la nascita del quinto LP dei canadesi Black Mountain, “Destroyer”, nell’esatta congiunzione di una carezza e un pugno. La gioia è fisica e concettuale assieme: dopo essersi guadagnato sul campo la sospirata patente, all’alba dei secondi -anta, il leader di sempre Stephen McBean devolve tutti i ritagli del proprio tempo libero alla ricostruzione, persino commovente nel suo idealismo, di questo monumento sui generis del lifestyle americano, cui viene dedicato titolo e filo tematico del disco. Il gancio arriva dritto allo zigomo del precedente, ottimo “IV”, di cui lo storico batterista Joshua Wells e, soprattutto, la peculiarissima voce femminile di Amber Wells erano stati componenti fondamentali: defezioni di peso, inaspettate, che costringono McBean a correre ai ripari e dare fondo alle proprie risorse creative. Al posto del primo compaiono, a rotazione, Adam Bulgasem (da quei Dommengang che, negli ultimi anni, si stanno imponendo sulla scena del nuovo hard-boogie a stelle e strisce), il turnista Kliph Scurlock e nientemeno che His Majesty Kid Millions (Oneida): per la seconda, la scelta ricade sull’affascinante Rachel Fannan (Sleepy Sun).

Un inizio in salita, quasi un nuovo corso tutto da inaugurare: non esattamente il viatico che ci si attenderebbe dopo un quindicennio di onorata carriera. Eppure “Destroyer”, se si eccettuano alcune scelte estetiche di missaggio non esattamente ottimali (John Congleton opta frequentemente per una compressione delle frequenze batteristiche vicina a quel gated reverb che, come recentemente notato, sta tornando di gran moda nelle produzioni contemporanee), è un disco che, come si direbbe Oltremanica e Oltreoceano, lives up to its legacy, eguaglia le gesta del passato. Laddove “IV” gettava un ponte tra forma hard rock, mood Canadian indie e abbellimenti psych-folk, “Destroyer” riassesta le coordinate su un approccio guitar-driven parimenti influenzato dal glam settantiano (i synth della conclusiva “FD 72” ammiccano palesemente al primo Bowie) e da tamarraggini hard’n’heavy di comprovata autoironia (il riffone di “Future Shade”, disegnato su di un background dalle tinte quasi carpenteriane, è il risultato della copula spuria della fase ottantiana di Judas Priest e Iron Maiden). La chitarra di McBean, come già in “IV”, sembra vomitare costantemente elettricità grezza: l’effetto è a tratti dirompente (l’hard-sci fi vocoderizzato di “Horns Arising”, che nella seconda metà lascia il proscenio ad una strimpellata prog-folk tra Zeppelin e Camel: la scatenata “Licensed To Drive”, a due voci), altrove un po’ ripetitivo (ma a “Boogie Lover” si oppone uno strisciante contrappunto goth di tutto rispetto), comunque mai banale (l’improvvisa sgasata che sovverte gli equilibri centrali della semiballata “Pretty Little Lazies”). Il palese entusiasmo del bandleader contagia, per osmosi, la prova degli altri strumentisti: così che anche un brano più esigente, come lo sfrigolante kraut-boogie di “High Rise”, si trasforma in una giga gioiosa che mai lascia trasparire cali di tensione.

La longevità artistica di McBean si può forse spiegare con l’appartenenza a quella genia di musicisti abituati a riapparire non per gusto bulimico, ma solo quando lo richiede l’urgenza creativa. Oggi, sebbene Black Mountain si appresti a diventare qualcosa di simile a uno pseudonimo per le scorribande soliste, questa coerenza paga una volta di più. Bel disco. 

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