Ufomammut
Oro: Opus Primum
Non servirebbero troppi giri di parole: eppure. Povero “Oro”, segnato sin dalla nascita. Le vedi?, le prefiguri già, nella mente (in quella mente che torna, e ritorna, e ritorna…) tutte quelle banalità che il popolo del web riuscirà a rovesciarti addosso? Che i tuoi creatori hanno inciso altri cinque LP prima di decidersi a darti alla luce: famiglia allargata, fratellanza importante. Che, come tutti gli ultimogeniti, sei stato baciato da una fortuna del tutto singolare, ché non grazie all’egida materna, i diabolici occhi rossi e le movenze rocciose di Supernatural Cat, sarai accompagnato alla luce del sole e tra le lontane terre estere, bensì sotto l’ala inflessibile di Neurot, osservato a vista dalla fissità glaciale dello sguardo di Steve Von Till. Che il tuo nome rievoca il metallo degli alchimisti, la conoscenza perduta – quella dannata mela primordiale! – e, al contempo, la forma latina, declinata alla prima persona singolare, del verbo “pregare”. Che, come per ogni partenogenesi che si rispetti, dovrai dividere la posta del banchetto (sei pur sempre “Opus Primum”, memento) con un gemello complementare (the so-called “Opus Alter”), la metà della mela, la quadratura del cerchio di un ambizioso progetto alla ricerca, chissà, di una spalla visual che possa incarnare al meglio tutte le tue peculiarità sottese al granitico credo di quelli che “la prima botta non si scorda mai”.
Sugli Ufomammut, mi sono accorto, ho sempre speso panegirici, per tre ragioni almeno. Ovvia la prima: sono uno dei miei gruppi preferiti. Banale la seconda: sono uno dei più grossi grassi vanti italiani all’estero (sia mai che in Italia qualcuno pigli una mazzata in testa, sia mai…). Sottile la terza: ogni loro lascito causa, inevitabilmente, manie di grandezza in chi sa ascoltare e complessi di inferiorità in chi deve giudicare. A partire da “Idolum”, il tassello decisivo nel divellere pregiudizi e sdoganare il circondariato doom italiano all’occhio popolare, i ragazzi di Tortona sono, progressivamente, divenuti altro: non (solo) un power trio in grado di far rimare subwoofer ed afflati psichedelici, bassi dell’oltretomba e proiezioni astrali, ma (anche) l’anello di congiunzione che mancava tra fisicità sludge e mood minimalistico. Per dirla in altri termini: un suono che è diventato, disco per disco, tangibilmente più potente e più essenziale. Proprio “Idolum”, a posteriori, che pure cullava in seno irreprimibili tentazioni iterative, si può definire, oggi, ultima opera interamente incentrata sulle canzoni. “Eve”, Anno Doom 2010, realizzava un importante passo in avanti: condensare quanto disperso tra più scomparti ed impacchettare l’impacchettabile nell’ambito di un unico, continuo, nerastro fluire, tra echi e riprese, ponti e ritorni, derive ed approdi, effettistica e boati apocalittici.
Se “Eve” annullava la distinzione ontica tra un brano e l’altro, “Oro” – dicitura con cui, per comodità, intenderemo riferirci, per l'appunto, ad “Opus Primum” – si spinge al limite, inventando sé stesso non nel contesto di una sola canzone, ma attraverso una prospettiva che stritola la verticalità delle precedenti opere e si risolve in un unico riff. Suonato doom, a scansioni spezzettate, ritmato heavy, di volta in volta completato armonicamente, ripreso, lasciato e riafferrato ancora, trasfigurato e sempre uguale. L’impresa in cui si sono lanciati gli Ufomammut, dopo aver messo in discussione il tecnicismo ed aver ridotto l’intervento vocale a comparsa corale, lamento in contrappunto, nota tra le note, fazzoletto di musique concrète dilaniato dalla distorsione (tanto che, non è azzardato sottolinearlo, non si farebbe brutta figura a considerare “Oro” un disco, il primo, strumentale), è di una difficoltà concettuale e musicale spaventosa. Una non novità che la sola, iniziale “Empireum”, sapiente tecnica post metal applicata all’immenso wall of sound dei Nostri – mefitico gioco gobliniano di tastiere, ripetizione ad libitum, tipica elettrificazione eviana per gradi ed asfittico boato totale che indica la strada dello spegnimento conclusivo – sembra voler stemperare, sciogliendo l’approccio iniziale in un impianto ben rodato e, certo, già conosciuto.
Il resto è hic sunt leones, territorio sconosciuto in cui procedere a tentoni, terrorizzati dal presagio psicologico di cosa si potrebbe parare davanti. Qualche volta gli spettri evocano, al più, solo le zanne luciferine dei vecchi, migliori Electric Wizard, e le nebbie si stemperano senza colpo ferire (“Infearnatural”). Ma la consapevolezza degli Ufomammut, pur senza dimenticare quanto i maestri hanno saputo elargire in passato, ha raggiunto livelli superiori. Il capolavoro di “Aureum”, aka tutte le strade portano al Doom (solo ed unico), condensa in dodici minuti e mezzo un’intera carriera, procedendo a zigzag tra St. Vitus, Melvins, vertigini neurosisiane ed enormi cappe valvolari a zanzara, regalandosi infine una parentesi super-heavy di straordinaria intensità, e tutto con l’ausilio dello stesso giro: chitarre alle mani – ed accordature ribassate di chissà quanto - per fare la prova. “Magickon” fa il verso alla colonna portante di “Empireum”, dilatandone le traiettorie verso lande cosmiche: unico accenno ad una psichedelia filmica che sembra essere del tutto svaporata, lasciando scoperto il nudo metallo. Conclude al meglio la pesantezza atlantidea di “Mindomine”, finto epilogo in opprimente crescendo, letteralmente arso vivo dalla friggione della distorsione: idea, rubata ai Motorpsycho, di riprodurre su supporto fisico la straripante potenza della dimensione live?
“Opus Primum” non è un bel disco, nel senso canonico ed estetico del termine. Rappresenta tuttavia, nella sua interezza, una straordinaria istantanea di come il canone, laddove filtrato da un’opportuna sensibilità, possa trasformarsi in ottundente avanguardia. Saprà “Opus Alter” completare il discorso e superare, forse per l’ultima volta, queste ennesime, invalicabili colonne d’Ercole?
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