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R Recensione

8/10

Strapping Young Lad

City

Diciamocelo: vivere in città è una vera merda. Per raggiungere il posto di lavoro o ti fai ore di traffico, tra smog, clacson impazziti, lavavetri, o ti comprimi come in una scatola di sardine schiacciata nei mezzi di trasporto, per non parlare dei parcheggi che non si trovano, dei rumori dei vicini, delle insegne al neon costantemente accese, dell’inquinamento acustico.

Se tutto ciò è già abbastanza traumatico per una persona normale, figurarsi per un individuo che già di suo ha un equilibrio psichico instabile. Devin “Heavy Davy” Townsend sicuramente non è il tipo più equilibrato che ci sia: cantante (a 20 anni collaborerà addirittura con Steve Vai) e chitarrista, leader degli Strapping Young Lad, di ritorno da un viaggio a Tokyo (il non plus ultra delle caotiche metropoli moderne) ha l’ispirazione che porterà a comporre e pubblicare nel 1997 City, un’opera in cui i demoni che lo ossessionano vengono tradotti nelle furenti partiture delle 10 canzoni dell’album.

Musicalmente gli Strapping Young Lad sono tra i massimi esponenti dell’ industrial metal, una mistura di thrash/death metal con pesanti influssi elettronici, sulla falsariga di quanto proposto dai capostipiti del genere, i Fear Factory: tutto quello che però era squadrato e geometrico nei FF, nei SYL diventa caotico e schizoide: violenti riff di chitarra, voce urlata, batteria impazzita (suonata da quel Gene Hoglan che vale per 2 batteristi normali sia come peso che come bravura) e ogni sorta di rumore cibernetico/futuristico si ammalgamano tra di loro in una miscela esplosiva che all’epoca della pubblicazione appariva estremamente innovativa, mentre in alcuni frangenti si aprono squarci di melodia inaspettata e insperata nella devastazione sonora che subisce l’ascoltatore. Il lavoro si presenta estremamente omogeneo e di difficile ascolto (almeno inizialmente). Velvet Kevorkian ha il compito di preparare psicologicamente chi ascolta, mentre All Hail the New Flesh parte con un casino sonoro da cui piano piano viene fuori il riff portante; “Hey Man, I’m Going To Fuck This Shit Up” recita la prima frase del testo, e avvio non potrebbe essere più promettente. Uno dei vertici dell’album è la ancora più devastante Oh My Fucking God, che raddoppia la velocità rispetto al precedente brano, tanto che è quasi impossibile capire ciò che viene cantato; la canzone è formata da pause tra i vari assalti sonori, il che rende ancora più schizzato il tutto. Segue il singolo Detox, che si apre a metà brano in una melodia decisamente più orecchiabile (ovviamente per chi avvezzo a queste sonorità) in cui Devin mette a nudo le sue ansie, le sue paure verso la gente che gli sta intorno e che lo osserva e la conseguente solitudine. Se Home Nucleonics continua degnamente il discorso intrapreso, con una magistrale prova vocale di Heavy Devy, il primo rallentamento nelle violente scorribande della band si ha con AAA, il cui riff si insinua facilmente in testa, brano più cadenzato ma con le solite sfuriate improvvise e addirittura quasi cantabile, con testo autobiografico riguardante l’infanzia di Townsend. L’ottima Underneath the Waves rappresenta l’ultima sfuriata metal, poichè le ultime 2 canzoni sono un discorso a parte rispetto alle precedenti. Room 429 è una cover della band industrial Cop Shoot Cop ma che si sposa alla perfezione con l’odissea notturna vissuta nell’album, in cui sono le tastiere (nel ritornello si può sentire addirittura il pianoforte) a prendere il sopravvento, mentre anche la voce di Devin abbandona le urla a squarciagola per usare un tono più basso e pulito, che non perde però un briciolo di espressività. Spirituality invece è il culmine dell’auto-psicoanalisi di Townsend, in cui il disperato testo ben si sposa con l’apocalittica e funerea atmosfera messa in piedi dalle tastiere e dalle chitarre. Bonus track della versione giapponese, Centipede è un altro mid tempo che non raggiunge i livelli di violenza dei precedenti brani ma che non sfigura assolutamente al confronto.

A quasi 15 anni dalla sua pubblicazione, City è ancora uno degli album più malsani e violenti mai pubblicati; violenza non solo sonora ma anche psicologica. Negli anni successivi Heavy Devy, sia con gli Strapping Young Lad che nei numerosi progetti paralleli, non raggiungerà più i livelli di pazzia mista a genio di questo lavoro, una oscura e perfetta macchina da guerra unica nel suo genere.

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Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Emiliano (ha votato 8 questo disco) alle 14:45 del primo marzo 2012 ha scritto:

Uno dei dieci dischi fondamentali del metallo pesante tutto, e come giustamente dici nella bella recensione, il migliore delo buon Devin.