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R Recensione

7/10

Grandaddy

Last place

Computer e galline. Il mio personale immaginario della musica dei Grandaddy si può (molto) sinteticamente riassumere in questi due termini. Mi sembra di vederlo Jason Lytle, dopo avere finito il lavoro agreste nella fattoria del Montana, sedersi a comporre su un sintetizzatore analogico e registrare la sua voce un pò narcolessica, un po’ malinconica, su un demo da spedire per un giudizio ai membri del fan club. Naturalmente tutto inventato. 

I californiani Grandaddy, sebbene da sempre immersi in un mondo a cartoni animati e in quei collage kitch che campeggiano sulle loro copertine, sono stati una delle più belle sorgenti di musica statunitense degli anni ’90, partiti indie e diventati  incrocio esemplare  fra country rock, pop ed elettronica, ben rappresentato dai loro migliori lavori  Under The Western Freeway(1997) eThe Sophtware Slump” (2000), seguiti dai minori  “Sumday”(2003) e “Just Like The Fambly Cat” (2006). Da quell’anno, fine delle trasmissioni, dispersione dei componenti, e via ad una carriera solista sottotono di Lytle sulla scia del gruppo madre. Fa quindi estremo piacere ritrovarli dieci anni dopo, nel bel mezzo di una reunion esattamente là dove ci si era lasciati, con un ritorno inatteso della originale formazione con Jason Lyte (voce, chitarre), Tim Dryden (tastiere), Jim Fairchild (chitarra), Kevin Garcia (basso) e Aaron Burtch (batteria), ed un nuovo pacchetto di esempi di artigianato pop che non sfigurano rispetto ai vecchi lavori. Magari mancano, in “Last place”, i colpi di genio come il coro di “miao” di “When i’m anymore”, che svettava al centro dell’ultimo lavoro, ed inevitabilmente l’effetto novità che ammantava i primi due album, si è tramutato in un agrodolce sapore vintage, ma le cose apprezzabili non mancano. C’è, in apertura, il singolo “Way we want”, un power rock che si impenna in una contagiosa onda elettronica, ci sono gli arpeggi sintetici che sostituiscono le chitarre indie di “Brush with the Wild”, e le più scure trame tutte elettroniche di “Evermore”. C’è il pop puro in stile XTC di “The boat is in the barn”, forse il pezzo migliore, e quello meno nobile di  “That’s what you get for gettin’outta bed”, le reminiscenze punk di “Chek Injin”, quelle velvettiane di “I don’t live here anymore”. C’è lo svolgimento epico di “This is the part” accompagnata da un sottofondo di archi, c’è“Lost machine”, che trasporta il falsetto di Neil Young  in un avvolgente scenario elettronico.“Songbird Son”, l’ultima canzone, un quadretto acustico sotto la cui veste superficie ribolle un mondo pullulante di blips, conclude nel modo più dolce e conciliante questo inatteso e gradito ritorno. 

Rispetto a dieci anni fa non si sono spostati di molto i Grandaddy. Ma chi li voleva da un’altra parte?

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C Commenti

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zagor alle 18:21 del 11 febbraio ha scritto:

"this is the part" è la loro ennesima versione del classico neilyoungiano "expecting to fly", archi di jack nitzsche inclusi :sono proprio innamorati di neil lol

zagor alle 18:27 del 11 febbraio ha scritto:

ah bella la recensione!

baronedeki (ha votato 6 questo disco) alle 17:12 del 18 febbraio ha scritto:

Se un gruppo mediamente conosciuto come i Grandaddy suscitano l'interesse di una sola persona vuol dire una cosa sola che SDM è morto o in coma irreversibile altro che rinascita

zagor alle 18:35 del 18 febbraio ha scritto:

mediaticamente conosciuti i grandaddy? solo perchè c'era una loro canzone in un film di moccia? credo che solo l'1% di chi ha visto il film sappia chi sono io grandaddy

baronedeki (ha votato 6 questo disco) alle 19:16 del 18 febbraio ha scritto:

Mediamente non mediaticamente . Non penso che i Grandaddy siano gli ultimi arrivati . Meglio così il sito è vivo e vegeto più che mai

zagor alle 20:35 del 18 febbraio ha scritto:

ho scritto male io con lo smartphone, ma non è questo il punto. quando mai sono stati conosciuti i grandaddy, se non all'inizio della scorsa decade? già dopo il successore di "the sophtware slump" finirono rapidamente nel dimenticatoio...il tuo discorso varrebbe se ci fosse indifferenza nell'accogliere il nuovo disco di, cehe so, arcade fire o strokes che sono indie band assai meno di nicchia.

baronedeki (ha votato 6 questo disco) alle 0:25 del 19 febbraio ha scritto:

Hai perfettamente ragione grandi fino a The Sophtware poi solo album minori compresi gli album solista di jason Lyte compreso questo ultimo con buoni spunti ma ancorati sempre allo stesso stile con la sensazione di ascoltare sempre lo stesso album motivo per cui sono spariti cosi velocemente pur avendo tutte le carte in regola per una carriera migliore

Gio Crown (ha votato 5 questo disco) alle 11:21 del 22 febbraio ha scritto:

Noiosi e mediocri. Assolutamente non orgionali. é il primo disco che ascolto: mi pare di averlo già sentito mille volte.

zagor alle 12:00 del 22 febbraio ha scritto:

"Under the western freeway" e "the sophtware slump" sono due ottimi dischi, prova con quelli. Giudicare una band solo con un disco uscito dopo 20 anni di carriera è abbastanza fuorviante, sarebbe come farlo coi R.E.M. per "around the sun" e non per "murmur" o "document".