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R Recensione

8/10

Car Seat Headrest

Teens of Denial

Era a Marina di Ravenna, la scorsa estate. Non sulla spiaggia dell’Hana-Bi con il tramonto alle spalle, ma proprio sulla banchina del porto, tra vecchie piadinerie e il passaggio di enormi navi ricolme di container dirette verso Porto Corsini. Dopo il bel concerto dei Car Seat Headrest mi sono avvicinato al banchetto del merchandising per acquistare l’ultimo disco della band, “Teens of Denial”, che però non vedevo esposto: già esaurito (mmm)? Celato sottobanco (mah)? Nessuna delle due, peggio: non era ancora disponibile. La band dunque andava in tour senza che il disco fosse uscito? La strategia commerciale di una volpe. Alla mia faccia perplessa, «Haven’t you read? We had an issue…», mi fa il bassista. E qualcosa mi viene in mente: qualche pagina di Pitchfork in cui si diceva che il cantante dei Cars, Ric Ocasek, dopo aver dato il proprio assenso per riusare parte della sua “Just What I Needed”, lo aveva ritirato poco prima della pubblicazione di “Teens of Denial”, costringendo la Matador a distruggere tutte le copie del disco già stampate e destinate al mercato (con perdite stimate attorno ai 50 mila dollari).

Ora, già che ci fosse una disputa legale tra Cars e Car Seat Headrest mi sembrava un notevole cortocircuito; che poi tutto ciò portasse all’aborto del primo vero disco pubblicato dalla band di Will Toledo per un’etichetta ufficiale (il precedente “Teens of Style” era un’antologia dei numerosissimi, e tutti autoprodotti, dischi precedenti) era la certificazione di un destino a me caro: quello dei falliti.

Il pezzo più bello di “Teens of Denial” si chiama “The Ballad of the Costa Concordia”: un titolo che merita amore anche senza una canzone dietro. Qua invece c'è, dura più di 11 minuti, ed è una meraviglia. Mentre dunque il bassista mi spiegava perché l’album nuovo non fosse disponibile e io mi peritavo di comprargli almeno quello vecchio, al passaggio dell’ennesima nave alle nostre spalle suggerisco: be’, peccato che non abbiate suonato il pezzo sulla Costa Concordia – con questo sfondo sarebbe stato perfetto. Lui sorride uno di quegli amari sorrisi americani. "Bye". "Bye".

Pitchfork ormai delle chitarre se ne frega, ma una cosa giusta l’ha detta, su questo album ammantato dalla sconfitta: ogni generazione ha bisogno di un disco rock che la rappresenti, da cantare tra rabbia e scazzo, furia e inni alcolici. È più di un bisogno, anzi: è un diritto. Negli ultimi dieci anni mi sembra che quei dischi siano stati essenzialmente due: “The Airing of Grievances” dei Titus Andronicus e questo. La peculiarità che li caratterizza, rispetto allo stesso tipo di disco generazionale uscito negli anni ’80 o ’90, è la consapevolezza che ormai non è più il rock a veicolare e intercettare questa esigenza. È, insomma, la coscienza di essere destinati a fallire su tutti i fronti, anche come portavoce. Se si riuscirà a esserlo, sarà solo per i residuati, i marginali, gli esclusi, i sopravvissuti, gli sfigati. La potenza del vecchio rock risvoltata fatalmente nel suo contrario. Pisciare all’aperto controvento, sbronzi.

Sul disco vorrei dire poco, meno di quanto abbia mai detto a proposito di qualsiasi altro disco. La frase con cui si apre il primo pezzo è: «I’m so sick of (fill in the blank)». Mi sembra un incipit meraviglioso, in linea con l’intelligenza di tutta la scrittura di Toledo (è un disco colto, questo – per l’approssimazione americana del termine, naturalmente). Siamo stanchi di talmente tante cose che lasciamo all’ascoltatore dire di quale. Andrà bene una qualsiasi, certo.

Sì, questa è la solita gioventù che si lamenta, annoiata di avere tutto, colpevole di avere «no right to be depressed» ma depressa comunque. “Teens of Denial” è un disco di deboscio triste, incazzatura rappresa, rassegnazione, rivolte invisibili e private, merdoni in sequenza, deriva. Lo dice con chitarre classicamente indie rock, la voce smorta ma a tratti furente di Toledo, ritornelli che si ficcano in testa infidi, ricordi del migliore Bright Eyes e dei migliori Strokes, testi consapevoli del disastro ma anche dell’insensatezza del disastro, canzoni eccellenti (“Vincent”, “Drunk Drivers/Killer Whales”, “Cosmic Hero”) o poco meno che eccellenti (“(Joe Gets Kicked Out of School for Using) Drugs With Friends (But Say This Isn’t a Problem)”- che è un piccolo e devastante trattatello di sociologia giovanile, “Destroyed by Hippie Powers”, “1937 State Park”), qualche intervento di organi, tromba, sassofono, giochini citazionisti a go-go, ad esempio una “The Ballad of the Costa Concordia” (ho già detto che è uno dei pezzi dell’anno?) in cui a metà fa capolino il ritornello distorto in versione arrendevole di “White Flag” di Dido.

«You share the same fate / as the people you hate», si dice in “Drunk Drivers/Killer Whales”.

All’arrivo, per fortuna, non vincerà nessuno.

E chi lo sa fin dall’inizio avrà sempre la mia e (mi permetto di dirlo, a nome della redazione) la nostra stima.

V Voti

Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 6 voti.
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Nowhere 3,5/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 11:54 del 24 dicembre 2016 ha scritto:

Davvero superiore "The Ballad Of The Costa Concordia", anche nei versi, Fra. Epica à la Arcade Fire, ma tristissima, fallimentare (come dici), che nei toni mi ha ricordato anche Berninger. In un anno di chitarre in cantina, bello ritrovarle in un disco così solido - vero, il Titus Andronicus del 2008. Primi ascolti (per ora "Destroyed by Hippie Power", "Fill It Bank" e "Drink Drivers"; e ci sarebbe da soffermarsi anche sui testi) che senza il tuo filtro probabile non avrei ascoltato. Grazie

benoitbrisefer (ha votato 8 questo disco) alle 11:02 del 27 dicembre 2016 ha scritto:

Grande band, una delle cose migliori in circolazione ultimamente e splendida recensione che fotografa l'animus di Toledo e soci ed è proprio per questo che avrei gradito un pizzico in meno di pulizia (senza nulla togliere alla qualità dell'album) e un suono più in linea con la precedente raccolta. Ma comunque averne di dischi così....

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 12:47 del 28 dicembre 2016 ha scritto:

Ascoltato più volte in questi giorni, travolgente: indie rock molto cantautoriale e DIY (o meglio, sembra nascere con questa impostazione), direi, con Pavement, Pixies, Strokes (solo ad esempio) e approccio lo-fi/fuzz (mi ha ricordato qualcosa dei Neutral Milk Hotel) come coordinate per arrivare ad un prodotto secondo me molto personale. Pieno di bei pezzi (cosa non è "Drunk Drivers/Killer Whales"?, così come tutte le altre già citate, comprese "(Joe Gets Kicked out of School for Using) Drugs with Friends (but Says This Isn't a Problem)" e "Not What I Needed"), pieno di liriche sfatte (le droghe che non divertono, i viaggi in macchina dopo l'ennesima sbronza) e confessionali (e qui continuo a pensare ad una sorta di Berninger in vesti post adolescenziali). Si scriveva, in linea generale (e anche banalmente), come l'indie rock abbia perso la sua capacità di influenzare in questi anni: forse, però, con Toledo abbiamo trovato un nuovo punto di riferimento. Tra i dischi dell'anno (top 3), ovviamente.